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Nemmeno un dio per pisciare

La buona novella

Sotto l’albero, nel presepe o nel pianerottolo di qualche appartamento condominiale termoautonomo. Cristi, asinelli e buoi appiccicati sul muschio come ragali natalizi. Come le palle che pendono all’albero e in egual misura a giuseppe, precursore del pregiudizio di genere. Non che potessero pendere a Maria, la cui grotta, dice, rimase senza asinelli e senza buoi. Ma con un cristo in uscita, causale: “salvare anime e buoi”, direzione: “stella cometa”, mittente: “dio” (tassa prepagata).
E pecore e pastori a far da popolo, già proletario e già sottomesso. Sottoposto al carisma dei magi, re di chissà cosa, come i Savoia e come i principi con due cognomi che sanno di galateo.
E di ville a strapiombo sul mare. Ma non di grotte.
E infatti lì c’è un bambino, piccolo e carino come quelli dei documentari sulle favelas: sorridenti e senza futuro, come quelli di quelle religioni in cui il dio principale sa già come va a finire, ma non dice niente a nessuno per non rovinare la sorpresa. Uno di quei bambini che non fanno la cacca, ma che ti possono salvare il mondo da un momento all’altro. Estrosi come un trequartista mancino. Ma che magari quel giorno non c’ha voglia e ti si mette sulla fascia sinistra a bighellonare evanescente. E va a finire che il mondo non lo salva più. E allora sotto la grotta vicino al termosifone ci rimane un manipolo di personaggi senza più gran finale e senza più bambinello. Ma con dei pupazzetti di plastica con i piedi e le teste consumati che vanno a sbiancare.

Ma chi ce li aveva messi sapeva già tutto, per quello aveva scelto quell’angolo, così che non si notasse la polvere, che valli a spolverare tu tutti i giorni i personaggi nascosti. Al bambinello ci fai caso, ma il pastore? Sembra che faccia a gara con le pecore per attirare tutta la polvere, tutta la lanuggine e i frammenti di muschio, per fare in modo che tu non li pulisca. E allora nei pressi della grotta, vicino al termosifone, ti ritrovi un bambinello luccicante in mezzo a una folla di impolverati e sudici spettatori. Con Maria che se ne sbatte, presa com’è a fissare il cucciolo. E Giuseppe che anche stavolta non ce la fa a farsi sentire, a imporsi, a prendere posizione. E cacciare le palle una buona volta, che quelle poi se non le prendi a 3 euro l’una ti si rompono ogni santo natale.
E sotto l’albero, vicino alla grotta, il micio rischia pure di tagliarsi con tutte quelle schegge colorate. Che tolgono luce pure alla cometa, e se non le scopi via subito rischi che i re magi, disorientati, vadano a sbattere nel battiscopa, altro che cristo, incenso e cammelli. E magari va a finire che l’anno prossimo te li ritrovi sotto l’albero pure loro, ché lì i doni ce li porta la zia e quelli son sicuri, concreti, non come la mirra che te la ritrovi lì e non sai cosa farci. E la metti da parte insieme alle mutande e ai regali inutili, perchè se regali mutande o mirra hai qualcosa da nascondere. Come quelle casette del presepe che hanno tutte la loro bella lucina accesa, che danno proprio l’idea di calore e accoglienza, ma poi il bambinello e i suoi genitori, poveri cristi, li lasciano sotto la grotta. Al freddo e con la certezza che quella di grotta non ha proprio nulla.

E’ piuttosto una capanna, un antro minerario ricavato da anni di lavoro nella cava. Magari ci lavorava Giuseppe prima di fare il falegname. Prima di abbandonare i suoi sogni e seguire il destino di famiglia. Magari in miniera non avrebbe guadagnato milioni, ma avrebbe potuto continuare la sua vita. Senza dover sposare la figlia del vicino. Senza dover accomodare la faccenda del figlio. Senza quella storia dei magi. Che te li leghi a vita se ti fai fare quei regali, se ti fai imabavagliare dai loro denari, dal loro sostegno. E vagli poi a dire che tu non gli hai chiesto niente e che stai bene così. Che non ti senti in dovere di ridargli la luna o , che so, la salvezza del mondo. Che vicino al termosifone, sotto l’albero, di fronte all’armadio dei liquori, quel bambinello con i piedi consumati a forza di strofinar via la polvere sta nella paglia ma è felice. Che il bue, l’asinello e le pecore stanno lì non per far caldo a nessuno, ma perchè loro lì ci abitano. Che quella gente dentro le casette potrebbe pure aprire le porte, ma anche così è uguale.

Nessun problema. Tanto lì non tira vento, lì i regali non li scarta mai nessuno e non ci sono luci intermittenti da spegnere la sera. Da lì si vedono poche cose, e sempre quelle: quell’angolo col divano, quel termosifone, quelle pecore impolverate.
Lì nessuno si chiede cosa ci sarà domani, perchè i magi hanno piedi attaccati ai cammelli, e quel fimuciattolo non tira più acqua da quando il motorino s’è rotto. Sotto l’albero, nel presepe o in quel pianerottolo non c’è niente da aspettare, perchè ciò che si doveva salvare è già stato salvato, e lì sotto la vita continua come sempre, nonostante le luci di là in salone, nonostante le urla dei bambini e quelle finestrelle chiuse e illuminate.

Lì sotto due poveri cristi continuano a fissare un bambino, sperando che almeno lui riesca ad andarsene da quella grotta, da quel pianerottolo, da quel presepe.

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Commenti

4 commenti per “La buona novella”

  1. ah, ma qualcuno spreca ancora tempo a posizionare i pastorelli in modo che quello più piccolo comprato a parte sembri prospettivamente lontano rispetto a quelli più grandi?

    Scritto da Atomica | Dicembre 27, 2006, 12:48
  2. ed il laghetto di carta stagnola non c’è?

    grazie per il link.

    Scritto da heathen | Dicembre 29, 2006, 09:56
  3. Se ti pago vieni a farmi tu il presepe visto che mi obbligano?

    Scritto da Sw4n | Dicembre 30, 2006, 00:09
  4. la cosa è contrattabile. ho sapienza antica di pecore e di polvere ;)

    Scritto da azael. | Dicembre 30, 2006, 00:11

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