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Mano sinistra

Piccola città

venerdì 26 maggio
ore 18.30. La partenza
Poco prima del canonico orario di uscita dal lavoro. Spengo il PC e, quatto quatto, vado a casa, seguito dagli sguardi interrogativi dei colleghi. Valigia carica di calzini e mutande
Solita Panda, 95000 Km sul groppone. Il consumismo da queste parti si è arrestato poco oltre il limite naturale del bisogno. Partiamo. Katia sale in macchina, si parte
La pausa non è prevista, ma bisogna pur pisciare. Muccia (MC). Ore 22 esco, casello di Pescara Nord. 22.20, sono a Penne, dopo 300Km.
Ascensore multipiano, costato vari miliardi alla precedente amministrazione. Apprendo, salendo, che un certo Luca ama Valentina e che il tal Francesco si è montato la testa, direttamente dai muri miliardari. Non posso che gioirne.
Appagato giungo in piazza. A metà del comizio conclusivo della campagna elettorale.
L’obiettivo del viaggio è vincere le elezioni comunali e cambiare la storia della mia città. Altrimenti tanto valeva restare a Perugia, lì le elezioni le abbiamo sempre vinte.
Donato, candidato sindaco, “per una città più grande, più bella… per la mia città…”. Dietro di lui i candidati in lista. Tra i 20 Matteo, il mio candidato, la nostra speranza.
Fine del comizio, tutti via dalla piazza, lasciata vuota e triste ad una delle liste avversarie. Finalmente ci incontriamo e comincia la mia campagna elettorale. Per essere eletti servono 150 voti. Non ci sono cazzi. 150 voti da trovare in qualche modo. 150 voti per cambiare la storia di Penne. Che glieli strapperei a forza se potessi.

Primo intermezzo . Donato.
Che poi Donato, il candidato sindaco, io lo conosco. Da quando avevo 17 anni. All’epoca con Matteo avevamo capito che l’ora per salire in politica (per noi è stata sempre in alto, dove abitavano gli ideali, mai in basso come qualcosa in cui “scendere”) era arrivata. Certo, non potevamo ancora votare, ma quello era un dettaglio. Di lì a qualche mese decidemmo: bisognava fare qualcosa di concreto. E allora parlammo con Donato, allora segretario del PDS di Penne. Si doveva creare la sezione locale della Sinistra Giovanile. Donato ci accolse, cordialmente, e ci diede il materiale necessario. Era tutto pronto. Ma con quelle idee non riuscivamo a vederci dentro un’organizzazione con delle regole imposte dall’alto e dalla tradizione. Creammo un movimento politico e culturale, Onda continua “per la rinascita di una coscienza politica giovanile”. Tutto si concluse con un convegno nel quale, davanti ad un giornalista e 3 ragazzi, proponemmo qualcosa di poco più azzardato della rivoluzione russa. Ma intanto avevo conosciuto Donato. E mi ero formato un pensiero politico. E non era poco.
Alle 3 andiamo a letto. Il pensiero a quei 150 voti e a una città da riconquistare.

sabato 27 maggio
Matteo ci convoca alle 10.30. Non possiamo mancare. E cominciamo a camminare (non avremmo più smesso fino a 2 giorni dopo). il bello della politica di paese è che ogni famiglia è in un partito, ogni consenso è una presa di posizione, ogni parola è un comizio. E allora incontriamo quello che è di destra ma voterà Matteo perchè è un amico, quello che Matteo lo conosce solo di vista ma lo voterà perchè è una brava persona, ma anche quello che non può votarlo perchè in fabbrica hanno deciso che bisognerà votare qualcun altro. Perchè poi i voti si contano e se qualcuno ha tradito si scoprirà. E ci sono quelli che in famiglia si dividono i voti per accontentare più candidati possibili e non fare torto a nessuno. Perchè la democrazia, quando è più vicina alla gente, significa non far torto a nessuno. E’ lasciare a ciascuno fare la sua vita, evitando i problemi. Ché tanto il potere è da tutt’altra parte, così lontano che nemmeno se ne sente la puzza. Il potere è il destino e chi comanda un suo strumento innocente. Anche se ti obbliga a ringraziare per il lavoro che gli rendi da 30 anni, anche se ti spinge a tirar fuori il migliore dei tuoi sorrisi quando lo incontri per strada. Anche se su quella strada non avresti voluto incontrarlo.
Torno nella vecchia sede del PCI e del PDS, ora dei DS, quella in cui ero entrato 15 anni fa. Allora mi ero emozionato, avido di simboli come un album su cui appiccicare le figurine fino a riempirlo. Mi ero emozionato perchè ci trovai un affresco sul muro che evocava lotte popolari e bandiere rosse. Ci torno per mostrarla a Katia come se si trattasse della camera da letto di Gramsci, con ancora intatti tutti i simboli e tutti gli oggetti quotidiani di una vita, tutti con una propria storia di cui ognuno conosce solo un frammento. Erano 10 anni che non c’entravo. Nel frattempo ho cambiato vita e città, amori e occupazioni. Ma è come se non fossi mai uscito. Mi ci vedevo ancora dentro, come se da allora fossi uscito solo un attimo per chiamare Katia e portarla dentro. Come trovarsi ancora fuori dalla sede, all’alba, per aspettare il pullman che ci doveva portare alla festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, nel 1993, per sentire Occhetto, a Bolognina appena dietro le spalle. Perchè poi essere di sinistra non è solo un modo di risolvere problemi, non è una certa maniera di amministrare, essere di sinistra vuol dire anche avere sulle spalle una storia lunghissima e pesantissima da portare, fatta di uomini e idee con i quali è difficile confrontarsi. Perchè è facile parlare di resistenza ma poi non te li immagini realmente quei tuoi vecchi antenati a combattere, magari te li immagini a casa che raccontano la guerra, ma non lì dentro, a farla per davvero. Magari riesci anche a pensare a Lenin e a Engels, persino a Bakunin e a Ingrao, ma non te li puoi immaginare nei loro studi, non sai cosa dicevano a pranzo, e se di notte russavano. E allora te li devi costruire meglio che puoi e su quel meglio prendi a misurarti.
E allora ci si deve inventare un proprio modo di essere di sinistra, cercando di avvicinarsi il più possibile al modello perfetto, quello che risolve tutto. Uno di destra può preoccuparsi di risolvere problemi, se sei di sinstra devi pensare al modo per eliminarli del tutto, i problemi.
Intanto è sera, siamo al ristorante per pensare ad altro, ma in fondo siamo tutti a farci i conti, associando persone a numeri e parentele a voti. Ognuno con un’arca di Noè da riempire prima di salpare, all’alba.

domenica 28 maggio
Si vota. Io ci vado alle 11. Scrivere il nome del candidato non è mai stato così difficile. Perchè pensi che non devi sbagliare, e pensando a questo ti viene in mente che magari stai sbagliando casella, che magari ti sei mangiato una consonante, che magari stai scrivendo in modo illegibile. E te la cavi con lo stampatello, ricontrollando 100 volte… esco dalla cabina con la scheda in mano, che in realtà la pieghi a forza, perchè tu quella scheda la vorresti esibire come una carta d’identità, come un manifesto. Gli scrutatori mi guardano e pensano, sicuro, che sio sia il più indeciso di tutti, con tutto il tempo passato a ricontrollare la scheda. E invece dovevo solo scrivere un nome che era come se scrivessi il mio.
Cominciamo il giro nei seggi, per controllare l’affluenza, per dare un segno di forza, per salutare soltanto qualcuno che conosci e per fargli capire “guarda che questa volta è importante”, “guarda che sono 15 anni che aspetto questo momento”, “guarda che io ho votato Matteo”. E intanto fuori ci sono 30°. E noi sudiamo e camminiamo, con Matteo che sembra aver ingoiato un motore diesel destinato a spegnersi il giorno della fine del mondo.
Nelle strade i santini elettorali sembrano incollati a terra e sembra che siano tutti degli avversari, per insinuarti dentro quel dubbio che cerchi di fugare con sorrisi, chilometri e strette di mano. Ma Matteo è tranquillo, e continua a camminare. Noi, in tre, dietro come guardie del corpo raccattate tra soldati di ventura già stanchi per aver combattuto altre guerre prima di questa, ma nessuna come questa.
Dopo il tramonto un’altra volta a cena fuori, perchè almeno quel tempo a mangiare nessuno potrà mai dire che sarà stato sprecato.

lunedì 29 maggio
Ore 12 riunione nel quartier generale. Tutti convocati per le disposizioni sul monitoraggio delle sezioni durante lo spoglio. E non siamo gente che si limita a dire “tu vai qui, tu vai lì e poi ci sentiamo”, no, l’organizzazione deve essere capillare e scientifica. Penso anzi che un giorno con Matteo risuciremo a trovare l’organizzazione globale di ogni frammento di vita sulla terra, perchè per tutto può esserci uno schema per far funzionare le cose, basta cercarlo quello schema. Se esiste un modo giusto per scegliere quale film vedere, con quale schema giocare a calcetto, deve esistere anche un’equazione per la felicità.
Alle 12 e mezza ognuno di noi ha dei moduli da compilare, uno per ciascuna sezione, una lista di numeri di telefono per la comunicazione dei dati provvisori, una penna, un numero di sezioni da monitorare.
Alle 15.30 tutti nelle sezioni assegnate, ad annotare i voti, uno per uno, con i presidenti che declamano i nomi e i cognomi dei candidati. Sembra che il “nostro” nome sia scoparso dalla faccia della terra. Ma la lista va benone, dopo mezz’ora la vittoria è quasi certa. Ora bisogna pensare solo a Matteo. E allora comincio a girare tra le due scuole e a chiamare al telefono “5 alla 7, 24 alla 6, a quanto siamo?” “quasi 150 dai che va bene”. E intanto Katia segna i voti uno per uno e gli altri sono già in piazza. Alle 18 abbiamo vinto. MAtteo ha più di 180 voti, è stato eletto, è finita. Due ore prrima che il resto del mondo sappia cosa è successo in questo giorno di fine maggio, due ore dopo che il padrone è stato destituito. Due ore prima che sullo schermo proiettato sul muro nella sede dei DS compaiano i risultati ufficiali: Matteo Tresca, 187 voti. Trionfo. E allora ti arriva un’emozione che non ha senso. E anche le persone ti sembrano più belle. E Donato parla in piazza ai cittadini da nuovo sindaco. E tutti riversati in piazza a cogliere uno spicchio di questa giornata che sembra copiata dal quaderno degli appunti di dio, di questa giornata memorabile. Perchè il padrone devi toglierlo dalla memoria, prima che dalla tua città.

Secondo intermezzo. Il padrone.
E io me lo ricordo da sempre, il padrone. Perchè spesso accade che nei piccoli paesi il potere si eserciti con il controllo, e passi silenzioso tra le vie della città come qualcosa di cui c’è, in fondo, necessità. Ti passa come il prete e come il vigile urbano, e pensi che così dev’essere, perchè così è fatta la città. Col prete, il padrone e tutto il resto. Poi ti spiegano che il padrone è buono perchè fa lavorare tutti, famiglie intere e persone in difficoltà, elargisce lavoro come se fosse grazia. Perchè l’Italia è un paese fondato sul lavoro. E poi invece capisci che questa città dovrebbe essere fondata su qualcos’altro, sul fango magari, su pali di legno, ma non sul lavoro, non su quel tipo di lavoro. Perchè il fango magari ti sporca e se non stai attenti ti inghiotte, ma quel lavoro ti rende schiavo, proprio quando sembra liberarti. Proprio quando ti fa pensare che ora ce l’hai anche tu una vita come si deve, proprio quando ti sistema. Perchè quel lavoro, regalato, non vale niente. E’ una pensione da liberto, da schiavo liberato. Hai mai visto uno schiavo liberato ribellarsi al padrone? Mai. Eppure era lo stesso che prima voleva ucciderlo quello stesso padrone. Prima della riconoscenza, prima della devozione. Prima della gratitudine, per una libertà che, da qualsiasi parte la vedi, manca sempre un pezzo per riempire il debito che gli devi. Il padrone me lo ricordo parlare alla TV, me lo ricordo dietro alla processione del venerdì santo, me lo ricordo in piazza, con il suo reparto di devoti. Il padrone, ho saputo oggi, prima delle elezioni non chiede più nemmeno i voti. Nemmeno la Madonna, che io sappia, lo fa.

Epilogo
E arriva la sera. Bisogna cominciare a pensare a tutta questa nuova libertà. Con MAtteo, in Comune ci siamo tutti. Tutti noi che 15 anni fa eravamo dall’altra parte di tutto. Che avevamo pudore a far parte della società, che ci sentivamo di dover essere cento volte migliori per essere come gli altri. Che a 17 anni non eravamo mai andati in discoteca e invece di sentire musica americana facevamo l’analisi logica della Locomotiva. In questa sera sembra che tutto ciò che è passato avesse un senso, anche quello che sembrava non averne mai avuto uno. Sembra che i nostri pensieri di diciassettenni siano usciti fuori dalle nostre teste e, di fornte al mondo, abbiano mostrato una chiarezza e una forza che noi non credevamo potessero avere. Sembra che Donato ci abbia aspettato tutto questo tempo, sembra che la piazza fosse rimasta immobile da quella sconfitta di 9 anni fa, sembra che questa città l’abbiano costruita per noi. Per noi che, ancora una volta, dobbiamo ripartire. Noi che ancora cento volte dovremo ritornare. Perchè da oggi abbiamo qualcosa in Comune, e oggi è già tardi, dobbiamo andare, perchè domani abbiamo tutta una città da ricostruire.

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Commenti

2 commenti per “Piccola città”

  1. Sono davvero comtento per te. Dopo averti espresso la mia nostalgia/invidia per avere un candidato in cui credere, speravo proprio che vi dicesse bene.

    Scritto da nikink | Giugno 6, 2006, 18:43
  2. […] un post del 2006, scritto nel suo blog terzadicopertina.com dall’amico e compagno Massimo in occasione delle passate elezioni […]

    Scritto da Piccola città « Matteo Tresca | Febbraio 28, 2011, 19:48

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