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Cattive intenzioni

Vincere per non doverlo più fare

Chi nell’82 non c’era non può capire.
Aver vinto il mondiale da bambino e rivincerlo dopo cinque lustri è come aver chiuso un ciclo. Un ciclo che ha segnato una generazione come una interminabile maledizione.
La vittoria dell’82 ha chiuso definitivamente il dopoguerra e ha dato inizio ai drammatici anni ottanta, ha fatto credere a un’intera nazione di aver raggiunto la maturità, di esser diventata ricca, bella e ottimista. Un’Italia fondata sui lustrini delle prime tv commerciali, un’Italia che completava la profezia di Pasolini: una mutazione antropologica era stata portata a termine a colpi di dissacrazione e banalizzazione piccolo borghese.
Dopo quella vittoria, quella sì davvero popolare, l’ubriacatura di un popolo profondamente immaturo e provinciale è andata via via assumendo i tratti di una corsa all’imbarbarimento, e l’Italia si è ritrovata ad avere le forme di una vecchia signora volgare e truccatissima, retta su ossa debolissime e prossime al cedimento.
Ieri la corsa è terminata.
Ora possiamo abbandonare il mito di quell’antico trionfo, non ne abbiamo più bisogno per sentirci forti, non ne abbiamo bisogno per illuderci di essere belli.
Ora possiamo cercare di migliorare con piccoli gesti di ricostruzione, dobbiamo crescere sulle macerie di ragazzotti firmati che prendono pasticche per festeggiare la vittoria, sulle crepe di una generazione di adolescenti cresciuta a telefonini e volgarità. Ora non dobbiamo più ricordare di aver vinto, un tempo, qualcosa di importante, qualcosa per cui si potesse meritare il rispetto del mondo. Abbiamo vinto ancora e possiamo finalmente permetterci di non essere vincenti, di non essere belli e forti.
Abbiamo vinto. Ora possiamo diventare grandi.

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