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Avanti un altro (o del liberalismo)

I mali del mondo sono generati da tante cause, ma tutti sono in qualche modo riconducibili ad un solo gruppo di persone: quelli che difendono l’ordine della fila nei supermercati.

Fare la fila alla cassa è una cosa terribile. Non per l’attesa, non per la prevaricazione di alcuni su molti, nemmeno per la confusione e i bambini che assaltano gli ovetti kinder. E’ terribile perché in quei 5 metri di umanità si ripete ogni volta il laborioso processo di costruzione della società. Ed è lì, luogo ideale di genetica sociale, che prima o dopo si manifesta la forma imperfetta e travagliata di ogni organismo collettivo.

La fila si costruisce con i primi due carrelli che avanzano paralleli verso la cassa, entrambi legittimi detentori del diritto di accedere per primi. Uno dei due si propone come leader e avanza quel tanto che basta per organizzare un ordine artificiale, l’altro si accoda senza problemi, ma solo perché sa che in quel preciso momento ha guadagnato un credito nei confronti del suo leader: sa che se ci fosse bisogno l’altro, più potente, lo difenderebbe da ogni nemico esterno, "eravamo io e il signore qui a fianco, siamo arrivati per primi, mi dispiace si faccia indietro". E lì non c’è signora grassa con bambini che tenga, non c’è ragazzo con una sola busta di quattro salti in padella che possa riuscire a scalfire un organismo monolitico come quello di una società semplice basata sulla reciproca dipendenza. Oligarchi e vassalli non hanno mai avuto problemi nei supermercati.

Ma è in quel momento che la società prende coscienza di se stessa. E’ in quel momento che la fila si forma per come la conosciamo.

Dopo i due pionieri dell’autodeterminazione arrivano frenetici i "siamtuttipari" del secondo stato. Quelli che hanno intravisto l’ingresso della cassiera e l’apertura della cassa nello stesso momento o in attimi matematicamente progressivi. Quando arrivano loro si affaccia l’alba della storia e si costruiscono, come fossero istituzioni naturali, il diritto, l’ordine, l’organizzazione sociale. Ecco allora che anche il vassallo si adegua alla verticalità della fila, lui che pensava fino ad un attimo prima di essere un quasi-primo, un quasi- pari, un quasi-contiguo del potere, anche lui si trova invischiato nella catena delle gerarchie, consolandosi però con la sua tranquilla posizione di imbelle aristocratico senza doveri e senza obblighi. Dietro di lui in una manciata di istanti surreali e sospesi si svolge il miracolo della costruzione sociale. Tutti i pari prendono il proprio posto, assumendo ad unico giudice l’ordine di arrivo, la fredda e indubitabile numeralità della successione di carrelli. La pace sociale si tocca con mano.

E’ questa un’epoca di grande progresso e di fermento culturale.

La coppietta che ha comprato la tv si scambia lievi gesti d’affetto in quarta posizione sotto lo sguardo compiaciuto e benevolo del quinto, il signore con le due casse di birra peroni. Le signore, disseminate come avverbi di modo nella trama della fila ancestralmente maschile, accarezzano i piccini negli altrui passeggini. Ancora dietro, in quella zona dove vanno a infrangersi i venti ascensionali che dal reparto surgelati risalgono verso gli scaffali con i detersivi, lì dove frettolosi ragazzi annaspano in traiettorie oblique tra file parallele delle casse cercando di attraversaro il supermercato per improbabili linee rette, proprio lì tra la sesta e la decima posizione, fanno capolino i primi timidi moti di rivalsa. Ma sono esili soffi di vento in una vallata di compiaciuta serenità.

Sembra che nulla possa scalfire quella scientifica felicità. Una costruzione perfetta, tutta umana, che si regge su una sola, condivisa, idea di giustizia.

Ma tutte le società sono destinate a fare i conti con un paradosso che le corroderà fino alla fine, ogni luna ha un lato oscuro. E così tra il nono e il decimo carrello si insinua rapidamente un’inquietudine, un senso di impotenza, che decade presto in incauto risentimento. Ed è facile che, lì dove la retta pitagorica tende a curvarsi verso lo scaffale delle mutande da donna, si creino imbarazzanti ambiguità.

Finché i concetti perfetti del prima e dopo non sono scalfibili da deroghe alla geometrica pace sociale l’organismo collettivo progredisce nel benessere, ma ad un certo punto intervengono la seconda e la terza dimensione a fare di quella riga un misero segmento disperso nella teoria di curve e secanti.

E allora il decimo non è più tanto sicuro di essere davvero il decimo di qualcosa, e che il nono sia più nono di lui. E va a finire che uno s’incazzi. Prima sornione, poi d’incazzatura sonora. "Mi scusi ma c’ero prima io" "Ah già non me n’ero accorto" "Siamo arrivati insieme" "La fila nasce da qui, ma passi pure" "Ho solo queste quattro cose".

Quisquilie. Fino a che non arriva lui.

Lui conosce il diritto ed esige legalità. Ad ogni costo. Lui non si limita a rivendicare un posto, no, lui ne fa una questione di principio e vuole che quel principio sia per tutti, sia un monito ed un roboante richiamo alla cristallina logica dell’equazione sociale. Lui non sopporta le prepotenze e per questo vede prepotenze ovunque vi sia un barlume di vita cellulare.

Lui è quasi sempre al centro della fila, perché da lì si controlla meglio.
Dove gli altri vedono il susseguirsi di carrelli, lui vede uno schema ontologico primigenio. Lui in quella metà della fila vuole che si rispetti tutta la sua enorme libertà di individuo.

E quando l’uomo con lo stendino gli si pone affianco lui sa esattamente cosa fare.

Lui non chiede di ristabilire l’ordine, non rivendica sorridente cercando di spiegare che lui è arrivato prima. No, lui "eh no, mi scusi, ma la fila è questa e io ero prima di lei, vede, ero dopo il signore qui davanti". E l’altro, che magari pensava al suo stendino, è già tramortito. Reso zimbello di quella società perfetta, additato come il male in terra, prova a spiegare "guardi non ci avevo fatto caso, ma se vuole passi pure".

Eh no. Eh no cazzo.
Al liberale non si concede nulla. Il liberale esige perché ne ha diritto. Al liberale non servono né solidarietà nè tantomeno interventi di stato. Lui per quella posizione ucciderebbe sua madre. E non perché ha fretta, né per amor di giustizia, no, solo perché lui vuole che si rispettino i suoi diritti. Vuole tutela, non giustizia, garanzia, non felicità. E allora si impunta e ne fa una questione di principio, e ci tiene che tutti sappiano, perché lui sa che lì dentro sicuramente ci sono altri mille terroristi dallo scatto felino e dallo sguardo torvo pronti ad approfittare di un suo minimo segno di cedimento. Il liberale lotta perché dove finisce la sua libertà non inizia la libertà di qualcun altro, dove finisce la sua libertà, lì inizia il baratro. Il confuso universo nel quale tutto si equivale, dove non c’è difesa di diritti e di proprietà.
Lì inizia la libertà.
E allora mette un piede avanti di traverso ad impegnarsi anche il corpo nella lotta di posizione, e chiama a testimonianza ogni altro ignaro membro della fila. "L’ha visto anche lei no? Ero qui e il signore è entrato a metà fila, davanti a me, glielo dica" "Sono qui da venti minuti, ma tu guarda cosa devo sopportare". Fino alla botta finale, quella che tutti aspettavano dall’inizio: "Avrebbe potuto chiedermi di passare con educazione, l’avrei fatta passare".
Ta-ta-tlan.
E’ qui che il liberale diventa se stesso. Quando comincia ad esportare democrazia. Quando vende plusvalore di libertà facendosi pagare in valuta pregiata: la riconoscenza. E ci va sempre in attivo con questo giochino, perché la libertà che dispensa al prezzo di un "molto gentile" è l’acqua santa sopra quell’ordine costituito, l’aureola sul carrello. Quell’ordine che si può violare solo per concessione. Non per ignoranza, né per ribellione, né tantomento per aderenza ad un’altra giustizia, non euclidea. Il suo ordine è come una matematica perfetta, perfetta perché costruita per essere perfetta, nella quale non c’è speranza che due più due non faccia quattro, dove la libertà degli addendi è postulata, non constatata.
Ed è nel momento della massima affermazione della sua forza, quando un solido recinto torna a difenderne la posizione, che il liberale può godere dei frutti del suo diritto. E’ lì che la legalità si manifesta come fosse una sostanza fluida e appiccicosa capace di tenere legati i carrelli in una linea ondeggiante ma indistruttibile.

Ma è allora che quella straordinaria solidità può, come per una perfida tentazione satanica, scricchiolare, vacillare.

Quando ogni diritto individuale è perfettamente tutelato e garantito, quando la fila è sacrosanta e ciascuno può godere delle fortune avute in sorte dall’alchimia combinatoria dei carrelli e delle traiettorie, allora scopri che il mondo è più storto di una fila teorica e matematica. Scopri che una qualche segatura di ragione la dovevi concedere pure alla signora con i tre carrelli di cibo per gatti in dodicesima posizione, o al ragazzo con in mano solo un Mars, oltre la quattordicesima… e alla ragazza sbadata che entrava di traverso, o a quella che non sa ancora adesso cosa comprare e che il carrello nemmeno ce l’ha.

Allora scopri che la tua inattaccabile, sfavillante e quadrata libertà, qualche volta, non ti serve a un cazzo.
Scopri che non hai diritto a niente quando ciò a cui hai diritto vale meno di uno sputo.

Scopri quant’è brutto il mondo quando "mi scusi signore, ma la cicoria se la deve pesare". Avanti un altro.

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Commenti

4 commenti per “Avanti un altro (o del liberalismo)”

  1. La libertà non sta nello scegliere tra nero e bianco, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta (Adorno, Minima moralia)

    Scritto da Francesco | Settembre 18, 2007, 22:51
  2. ti ho tributato dodici minuti di applausi.
    grazie.

    Scritto da poldone | Settembre 19, 2007, 13:09
  3. complimenti per il blog.. molto interessante..

    Scritto da Lucilla | Settembre 19, 2007, 13:57
  4. Truly a good deal of useful data!
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