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La vecchia

Fino a qualche anno fa andavamo a pranzo dalla vecchia.
La vecchia era vecchia ontologicamente, più che nell’età, era la cuoca di un ristorante piccolo dai muri ingialliti e il televisore mivar fissato troppo in alto, sotto il soffitto. Ci andavamo nella pausa pranzo in gruppi da cinque, sei persone. La vecchia ci faceva le focacce e l’imbrecciata, la coratella e le salsicce. La pizza no, ché lì si andava per mangiare, mica a pettinare le bambole. Ne uscivamo che la pausa pranzo era bella che finita, puzzolenti come una latrina, intrisi di fritto, vapori e vinaccio nero. Ne uscivamo quasi sempre ubriachi, pronti per mirabolanti riunioni pomeridiane a far la faccia seria, a fronte di una leggerezza preadamitica e incosciente.
Al momento del conto la vecchia ci faceva un sorrisino a mezza bocca e sparava una cifra rotonda, da clienti abituali e molesti. “Su, cinquanta euro” - e si rinsaldava quel patto di coesistenza: noi con la puzza di pancetta, lei con quei rompicoglioni sboccati al tavolo lungo.

Per anni poi non ci siamo più andati dalla vecchia, pur conservandola come una certezza tra le opzioni del pranzo, come l’opzione finale, quella delle grandi occasioni.

Giorni fa, passeggiando su quella stessa via, ho visto la vecchia con la coda dell’occhio. Dentro una pizzeria.
Ora fa pizze al taglio, in un locale piccolo e pulito. Le hanno messo un cappello in testa, blu come il colore degli sgabbelli. Il sorriso a mezza bocca lo fa ancora, lo fa a tutti, anche ai passanti che scorge da dietro il bancone. Un sorriso che non sa di niente, che non puzza di fritto.

E non sembra più nemmeno vecchia, la vecchia, che magari prima era vecchia, ma vecchia in cifra tonda, vecchia di ere e decenni. Sembra aver dato via quella millenaria antichità per un gruzzolo di mesi e giorni, volgari come quelli che invecchiano i giornali e i ricordi. Magari vecchia, ma senza più il giallo dei muri.
Adesso la vecchia dà il resto contando anche i centesimi. Sembra una parete da cui lascia cadere frammenti di intonaco, bianco come nuovo, ma sbriciolato. Frammenti inessenziali, come il resto a un euro.

Adesso i conti non può più farli pari, la vecchia, le cifre tonde non ci stanno dentro una pizzetta con i wurstel.

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Commenti

4 commenti per “La vecchia”

  1. ma sul serio??? che notizia malinconica … ma poi chissà perchè per tanti anni non ci siam più turnati … a me il posto piaceva assai.

    Scritto da Mirco | Ottobre 16, 2007, 09:13
  2. *tornati

    Scritto da Mirco | Ottobre 16, 2007, 09:13
  3. Tra l’altro, nell’annoverare le gesta dei rompicoglioni sboccati sul tavolo lungo, hai omesso di ricordare che alcuni di loro scorreggiavano, certamente a seguito dell’ingestione dell’imbrecciata di cui sopra, in modo grasso e scomposto: ricordo come fosse oggi di quella volta con la famigliiola e i due ragazzini seduti al tavolo a fianco (che poi che cazzo ci vieni a fare con due fiòli alla vecchia… vabbeh che noi ce portavamo Nicola…) che , all’ennessima deflatazione del Bàbo, risolsero la questione sollevando il loro culo per portarlo fuori sede! Ah… bei tempi…

    Scritto da Clockwise | Ottobre 16, 2007, 10:09
  4. A difesa del Bàbo va detto che l’odore delle sue flautolenze riusciva a stento a coprire l’immancabile e perenne odore di fritto che veniva dalla cucina. Non era posto per gli schizzinosi, diciamolo.

    Scritto da Mirco | Ottobre 17, 2007, 11:29

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