La cronaca non m’interessa. Non mi attirano i cadaveri nè le sagome disegnate sul cemento. I brunovespa pronti a sbirciare oltre le fessure dell’ammazzatoio mi disgustano.
Eppure c’è una cosa a cui non riesco ad abituarmi. Una cosa su cui mi cade l’occhio ad ogni strage, ad ogni orrore da apertura dei tg: le piante.
Ciò che unisce i delitti di Novi Ligure a quello di Casalbaroncolo , la strage di Cogne a quella di Erba sono le piante. I vasi.
Tutti gli scenari degli omicidi più efferati si somigliano, ci sono casette monofamigliari con vialetti o cortili più o meno grandi, spesso cancelli e molti citofoni. Ma la cosa che li identifica è la cura per le piante.
Tutti i mostri più terribili vivono in luoghi in cui i vegetali prosperano e a loro sono riservate cure maniacali e certosine. Vasi di bouganvillea o di oleandro, fioriere perfette in ferro battuto o terracotte e portavasi distesi ai piedi di una finestra.
Non ricordo una strage compiuta in un condominio spoglio e senza orpelli come ce ne sono a milioni nelle nostre città, nè in un appartamento che dia l’idea del cemento e del ferro armato che lo regge. Il sangue più sporco, quello che puzza di più e che attira i rotocalchi e i salotti televisivi scorre sempre in ambienti salubri e puliti, per mano di persone per bene che la mattina escono con l’annaffiatoio in mano, danno il buongiorno alla signora sul balcone di fronte, e con il cane che fa ancora le feste sulla porta si affrettano ad innaffiare le piante e a sistemare le foglie dell’acero che col caldo sofforno un po’.
Poi rientrano in casa e squartano un bambino, una famiglia, un vecchio.
E hanno cura di non sporcare il pavimento e allora devono spostare il taglio della giugulare un po’ più a destra per far colare il sangue sul foglio di giornale, nel lavandino, o al più nel vaso d’oleandro.
Perché lì la terra se lo porta via il sangue, l’assorbe, e a primavera in quella terra umida e calda magari ci cresce sopra un bel fiore. Uno di quelli con i petali blu e bianchi, che in tivvù fanno un così bell’effetto.
E magari a quei pezzi di carne lasciati sul letto, a quelle facce che riaprono gli occhi pure se tu sei sicuro che le palpebre gliele avevi abbassate, a quel sangue rappreso e puzzolente, quando si spegne la luce del balcone di fronte, nemmeno ci pensi più.
Finchè ti svegli un giorno e ti ritrovi una macchiolina rossa sul muro, vicino al davanzale.
Non l’avevi mai vista.
E’ che sul cemento lo sporco del sangue proprio non va via.
Complimenti, molto bella la tua analisi della vicenda. Ciao!