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Mano sinistra

Avanti popolo?

La sinistra nasce con il popolo. Con il terzo stato. Nasce con le rivendicazioni di chi non aveva nulla da perdere, se non la propria prole e la propria vita. La sinistra è in un certo senso l’atto stesso della rivendicazione, della protesta, della ribellione contro le sopraffazioni dei (pre)potenti di ogni epoca. Di sinistra può dirsi dunque ogni rivolta volta alla ridistribuzione delle ricchezze, ogni moto, personale o sociale, di insurrezione contro i privilegi. Perché la sinistra è democratica per sua stessa natura, dovendo badare a contrastare e bonificare ogni accumulo di potere, di ricchezza, di diritti non bilanciati da doveri.
La sinistra è sempre stata popolare, perché in ogni epoca è sempre stato il popolo a subire la sopraffazione da parte di pochi: re, tiranni, aristocratici, oligarchi. Ma può ancora dirsi popolare la sinistra? E non parlo dei nostri poveri partiti di sinistra, arrancanti dietro a logiche di potere e a braccioli di poltrone vitalizie, parlo della sinistra come luogo della politica, come archetipo ideale e riferimento di valori.
E’ ancora popolare la rivendicazione dei valori della sinistra?
Libertà, uguaglianza, solidarietà. La sinistra è abituata ad usare questi concetti come fossero strumenti e non invece la sostanza stessa della politica, il suo fine. Proviamo allora ad accostare questi valori al popolo e valutiamone l’attrito e la reazione.

Libertà.
Liberi siam liberi, mi pare. Possiamo, in linea di massima, fare ciò che vogliamo: andare in giro, avere delle idee, professare un credo religioso, metterci a correre in strada. Possono farlo quasi tutti, può farlo il popolo. Certo, ci sono i limiti materiali di chi non ha niente, ma ormai chi non ha niente non è più popolo, i veri poveri, quelli che non possono permettersi un telefonino o un piatto di pasta, sono pochi e molto silenziosi. Le masse in Italia sono ormai liberate, libere di una libertà che permette di fare, molto meno di essere. Libere di guardare la TV e di spendere la pensione dei nonni in vacanze low cost e libri di Moccia.
Libere di non sapere che farci con la libertà.
Nessuno tra i nuovi Geremia del ventunesimo secolo si lamenterebbe della mancanza di libertà, tutti presi come sono a lamentare il caro-tasse, il caro-vita, la rumorosità dei condomini e il proliferare di quei bastardi di rumeni. Nessuno avrebbe di che protestare perché le città si vanno trasformando in camere iperbariche, o magari perché la massima aspirazione dei nuovi diciassettenni è di fare la troia o il Corona in tv.
Anzi. La libertà popolare è proprio quella. Son libero e faccio il cazzo che mi pare - ecco la libertà. Con i miei soldi - faccio quello che voglio. Con la mia vita. Con la mia furbizia. E la politica, lo Stato, le istituzioni badino a non impicciarsi. Siano “liberali”, ecco, “liberali”, che va anche così di moda esserlo. E mi facciano godere la libertà di essere schiavo. Della moda, delle tendenze, di ciò che dice vespa a Porta a Porta, di ogni minimo segno di potere.
Libertà del popolo è di non sentirsi popolo, di alzarsi di una spanna al di sopra degli altri, dei vicini di casa come dei colleghi al lavoro. Per affermarsi vivi e protagonisti di una vita per altri versi standardizzata. E allora è legittimo spendersi qualche mese di stipendio per avere quel cavallo in più sul bolide parcheggiato sul marciapiede, quello che ti permette di far rodere il culo a chi, come te, costruisce traiettorie lineari tra il pianerottolo e il bar all’angolo.
Il popolo è fatto oggi da milioni di oligarchi mancati, di aristocratici del vanity fair e del weekend fuori porta. Di uomini comuni che lottano ogni giorno per affermare la propria normalità e la propria esistenza liberandosi dall’anonimato della massa, come deportati travestiti da pagliacci avviati in buon ordine verso i tornelli di Birkenau, tutti assolutamente unici e tutti paradossalmente identici.
La libertà, diceva Camus, è solo una possibilità di essere migliori. La schiavitù, aggiungeva, è la certezza di essere peggiori.

Uguaglianza.
E perché mai? L’uguaglianza è la morte di un’equazione, mentre la gente vuol perdersi festante tra le operazioni a più incognite: il lavoro, il successo, la botta di culo. L’uguaglianza ti inchioda alla tua vita, alla tua volontà, a te stesso, mentre la gente vuol fantasticare dietro a speranze di riducibile diversità.
L’uguaglianza è la meno popolare tra le parole della sinistra.
Gli esseri umani, quegli esseri sopravvissuti alla mutazione antropologica degli anni 80, hanno vitale necessità di sentire la propria condizione come un termine di confronto, un braccio della bilancia. Se pende da una parte si consolano nell’invidia sognante di semidei da rotocalco, se pende dall’altra si struggono nell’assenzio dell’amor proprio e dell’ostentazione.
L’uguaglianza è un purgatorio. Da uguali non ci si sente nemmeno respirare nel frastuono commerciale delle nostre città. Senza termini di paragone non esistiamo. Senza la troppofiga e senza il tropporicco non avremmo di che porre obiettivi di rivalsa. E senza rivalsa non avremmo da giustificare i fallimenti e le prepotenze di vite identiche e non eguali, comunque tutte senza valore.

Solidarietà.
Fraternità è meno solenne di solidarietà. Fraternità vincola ad una parentela, se non di fatto, almeno di intenzione. Meno solenne e meno popolare. La solidarietà invece è la valvola di sfogo del popolo: è l’alternativa alla perfetta giustizia sociale ed è quel cantuccio caldo e rassicurante in cui ciascuno prova a sentirsi buono, talmente buono da ammettere deroghe alla proprietà privata del sentimento. Essere solidali lascia un sapore zuccherino in bocca e mette di buon umore. Essere solidali avvicina a tutte le vittime dei serial killer di provincia, dei morti ammazzati nonostante il cancello automatico, nonostante il cane da guardia, nonostante quell’odore di arbre magique.
La solidarietà avvicina alle omelie del papa, al cordoglio dei presidenti della repubblica, alle sentite indignazioni dei commentatori di seconda serata. La solidarietà ti consente di vederti dal di fuori, di compiacerti mentre allunghi 5 euro al lavavetri e di schernirti ritroso mentre butti là una lacrima per le vittime di Nassirya. La solidarietà usa lo stesso carburante di quella cosa che ti fa esultare perché la nazionale vince i mondiali, e lo stesso dopobarba del barbiere con cui parli male di sanremo.
La solidarietà, quella specie di beneficienza che ne rimane, per un italiano, è indispensabile come il buco del culo per un orrendo grassone: non ne usa molta, ma, quando succede, si strapperebbe la lingua piuttosto che ammettere di averci provato anche gusto.

Libertà, uguaglianza, solidarietà, sono le fondamenta della sinistra. Non più del popolo.
Il popolo è ormai sensibile a piccoli privilegi da pianerottolo più che a qualche sporadico barlume di dignità. Il popolo non arriva alla fine del mese. E per fortuna. Ché se ci arrivasse sputtanerebbe anche quei cento euro in previsioni per il lotto e ricariche vodafone.
Questo popolo non capisce più le parole della sinistra. E meno male.
Perché se le capisse vorrebbe dire che la sinistra avrebbe imparato la lingua del dominio.
L’Italia vive la più grande crisi culturale dalla sua nascita. I poveri non invidiano la ricchezza, invidiano i ricchi. Gli ignoranti non ambiscono alla conoscenza, ma ad avere una figlia con la quarta e gli occhi azzurri.
L’ignoranza stessa non è più una mancanza, ma pressoché una scelta, fatta da chi sente di doversi emancipare a colpi di Visa.
Leggendo libri non si fanno soldi e con la storia non ci rende degna una vita.
La sinistra non è più popolare perché il mondo, al popolo, va bene così com’è.
Forse mi illudo pensando che alla sinistra alla quale ancora mi sento di appartenere siano sufficenti solo due cose, due piccoli rimedi per niente costosi: una lingua ostinata che ripeta all’infinito le sue incomprensibili parole fino ad insinuare un filo di dubbio in coscienze e intelligenze intorpidite e poi uno scalpello come quelli che usano i muratori. Per cominciare a tirar via la crosta caramellata dalla enorme montagna di merda che ci circonda.

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Commenti

8 commenti per “Avanti popolo?”

  1. ottimo post-provocazione alla beppe grillo.

    dobbiamo ricostruire culturalmente l’italia,e crreare una politica della cultura e una cultura della politica.

    Scritto da Rigitans | Agosto 28, 2007, 17:33
  2. ottimo post, direi grande ma per nulla simile a grillo, è molto meglio

    Scritto da ivan | Agosto 28, 2007, 21:50
  3. grillo o no, grazie ad entrambi :)

    Scritto da azael. | Agosto 28, 2007, 22:03
  4. Grande Azael! Uno spaccato antropologico-filosofico crudo e (molto) cinico della nostra Italietta da 1000 Euro (lordi-a-cocopro) al mese.

    Scritto da Francesco | Agosto 31, 2007, 00:37
  5. E bravo Massimo! è un piacere leggerti.

    Scritto da jacopo, quello che conosci di persona :) | Settembre 9, 2007, 02:44
  6. Sogno o son desto? Jacopoooo!!!

    Scritto da Mirco | Settembre 9, 2007, 15:00
  7. oddio… vedo i fantasmi??? eccheccazzo, spostiamo i commenti al covone almeno :D, magari con qualche grasso (ehm) boccale di vino…

    Scritto da azael. | Settembre 9, 2007, 15:05
  8. “I poveri non invidiano la ricchezza, invidiano i ricchi. Gli ignoranti non ambiscono alla conoscenza, ma ad avere una figlia con la quarta e gli occhi azzurri.”

    bel post…questa frase poi mi è piaciuta un pò…
    hai ragione al popolo il mondo va bene cosi…crede che la libertà di fare qualsiasi cosa sia il massimo possibile, la libertà di potersi comprare le cose a rate, o andare in vacanza nei posti in, solo per accostarsi ai vip, sognando di andare in televisione almeno una volta, di firmare autografi ecc…scordandosi di quello che conta veramente cioè come dici tu la libertà di essere…la crisi culturale c’è si vede, si sente e qualche volta riusciamo pure a toccarla, basta guardarsi intorno, basta annusare l’aria,e respirandola ogni giorno andiamo sempre peggio…

    max

    Scritto da osteriadeisatiri | Settembre 14, 2007, 11:38

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