No, non mi fa né caldo né freddo il periodico ricorso alla simbolica bellica dei leghisti. Non mi fa paura il loro menar di mani né la plateale adunata contro le angherie di Roma ladrona. Non mi fa più nemmeno pena.
Piuttosto ormai mi fa rabbia, e non per la minaccia di qualcosa che si dice di voler fare, quanto perché so bene che non lo faranno mai. E io vorrei fortissimamente che il loro testosterone si sfogasse finalmente, sulla linea gotica di Roncobilaccio, sui guard-rail della A1 e sui bagni degli autogrill.
Che un’orda incazzata di commercialisti lombardi prendesse davvero le armi in cantina per discendere la penisola.
Io, dovete perdonarmi, me lo sogno di notte questo momento. Non ne posso più di audaci minacce buone solo per dar titoli al Giornale di Feltri.
Sarebbe ora che Renzo e Lucia la smettessero di tirare la pietra e nascondere la mano. E che gli imprenditori trevigiani tirassero fuori le palle, abbandonando per un giorno le loro presse e i loro tapirulan all’occhio sfaticato dei capireparto magrebini.
Li voglio sulle rive dell’Arno, incazzati e violenti, a far prove di intifada. E allora sì che il ghigno deforme di Bossi acquisterebbe un valore eroico, allora sì che la incerta e sudata postura di Calderoli sarebbe degno presagio di un soqquadro epocale. Vorrei che squadracce di agricoltori brianzoli, insieme a turgidi fornai subalpini, avanzassero inneggiando al Va’ Pensiero dietro ad Olindi non più Romani, tirandosi dietro i fantocci di paglia di negri e cinesi da prendere a metaforiche e maschie vangate.
Vorrei che gruppi di figli di papà veneti avanzassero con i loro iPhone per rivendicare terra, terriccio e libertà, e che potessero saziarsi alle fontane di Firenze, pisciando contro i muri di campo di marte. E poi vorrei che potessero entrare nei borghi umbri rubando salsicce e salami, sbavando parolacce indicibili con desinenze in -accio, e poi scavalcare gli Appennini per far l’Italia e gli italiani.
E poi li vorrei a Roma a piazza del Popolo, ubriachi di libertà, indecisi e frementi come un cane di fronte a una lucertola, pronti per far quello che hanno sempre voluto fare. Per far vedere loro chi è che mette sotto la padania, chi è che ci vuol prendere per il culo e rubarci i soldi.
E poi, al tramonto, finire i panini con la bresaola, farsi un’ultima pisciatina sulla fontana di Trevi, e tornare indietro nei loro paeselli senza sole. Stanchi e colmi di emozioni. A raccontare a Gianni il barista e a quella spugna di Bepin di quando son scesi giù al sud a sputar per terra e tirar giù i romani dai letti.
Di quella volta che gliel’han fatta vedere loro l’italia agli italiani.
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