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Cattive intenzioni

Le parole infelici della memoria

Bisogna scegliere parole appropriate per raccontare la shoah.
La memoria, si dice, è necessaria per non ripetere gli orrori del passato. Ma come può la memoria raccontare di cose che la stessa storia non è riuscita a mettere in fila in un racconto accettabile? E’ una questione di parole, di accuratezza nelle scelte, per rispetto di tutti i protagonisti di quel disastro da ricordare, per rispetto dei morti.

Cominci a provare “oppressione“, ma ti rimane sulla lingua quel puzzo di carne cotta e allora ti sposti su “strage“. Strage ti rende giustizia, ma solo fino a quando non ricordi del sorriso dei kapò, e allora ti vien voglia di chiamarlo “massacro“, perché tra la C e la R i denti ti stridono in bocca. E ti si presenta quel treno che frena sul binario coperto dalla neve. E proprio la neve ti sussurra all’orecchio che forse dovresti dire “ingiustizia“, ma è perché la neve non sa dire cose che durano. E l’ingiustizia è una parola che si scioglie dopo qualche risentimento, non dura, e non appaga. Restano le “vittime“, quelle sempre vive nella memoria di chi le ricorda, ma troppo sfuggenti per restare quando non sono altro che cenere e polpa per saponi. E nell’imbarazzo della tua impotenza ti verrebbe voglia di chiamarlo “olocausto“, ma qui non c’è nessun dio davanti al capro sgozzato, nessun scarificio, non per mancanza di sangue, ma per povertà di altare.

Allora ti alzi dalla tua sedia e provi a staccare un po’, provi a bere, e l’acqua ti scende nella gola come un olio medicinale, liquido e impastato, e ti ricordi di aver visto immagini di tutti i tipi a riguardo, ma tutte grigie, come per voler far da sfondo a quelle casacche a strisce cadenti. Bianco e nero, come colori non ancora sintetizzati nella cenere di quel grigio. Nella nebbia. “Nebbia” potrebbe dire qualcosa a riguardo, la nebbia dovrebbe poter raccontare, mischiata al fumo delle torri fumanti e all’umidità dell’inverno polacco. Ma la nebbia svanisce e non sa custodire memoria. Può trasportarla, la memoria, ma al primo sole sbiadito la fa cadere su di un qualche campanile di paese, su un mercato o sull’ultimo dei cani randagi.
Che loro, i cani, non ce l’hanno mica un dio a cui affidare ossi e a cui domandare la strada, e così non glielo puoi levare. Ma chi ce l’aveva un dio, di certo l’avrebbe immaginato di miele e di vino, come un banchetto di sposi, per poi ritrovarselo come zolfo nelle narici, come un aguzzino che guarda altri aguzzini ammazzare, e si mordicchia le unghie, per dissimulare uno sbadiglio, per non essere stato in grado di essere almeno lui a sparare.
Non è “dio” la parola.
Ma forse può aiutare a formare l’addio, quello dei bambini alle madri e delle madri ai bambini, addii di chi sa che il saluto è un’offesa se non serve che a giustificarsi per l’ultima volta. Per quell’ultima volta. Forse l’”addio” ci è d’aiuto. Dura per sempre l’addio, e non c’è memoria che possa redimerlo. Neppure ad avere l’età di dio si può dimenticare un addio. Ma non lo si ricorda mai del tutto, come il rumore di un cancello che sbatte. Il suono, il volume, il rumore, cambiano continuamente, ma quel colpo che batte ritorna implacabile come un dolore soffocato. E tu sai che quello sbattere è sempre lo stesso, ma non riesci a fissarne la frequenza, non puoi descriverlo o provare a riprodurlo. E’ come la memoria. Non si può avere memoria della morte, la morte sarà sempre avvenuta quand’anche la si provi a ricordare.
La morte ci precede, ma non è “morte” la parola, perché questa è una morte che non consola.

Per raccontare la storia di ciò che non si può ricordare bisogna esser bravi con le parole, scegliere termini felici, espressioni appropriate, non lasciare niente alla sbadataggine della memoria. Ma ci puoi provare con tutte le parole che ti vengono in mente, sbatti due volte le palpebere per non farti confondere dalle immagini della carne bruciata, e non ci riesci comunque. No, non ci sono termini felici nella memoria, in quello schifo di cimitero ambulante che è la “memoria“, ma solo parole, le più infelici tra le parole, che ti guardano fisse nel cervello.
E non parlano più.

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Commenti

Un commento per “Le parole infelici della memoria”

  1. drammatico, emozionante e bellissimo

    Scritto da marina | Gennaio 28, 2008, 12:25

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