Poi c’era un uomo bruttissimo, un deforme. Era l’uomo che al posto delle doppie aveva uno spazio. Non era infelice, aveva imparato a dimenticare quel suo difet o. Viveva in una pic ola casa, usciva di rado e di rado incontrava qualcuno. Viveva normalmente, acquistava pane e pasta, faceva tante cose, usando tantis ime let ere, parole di ogni tipo e frasi che suonavano bene. Il suo problema lo incontrava solo quel e volte in cui avreb e voluto dire qualcosa di importante, tipo l’amore. O il ses o. Il ses o, soprat u t o, gli riusciva male, perché farlo con quel a sincope in mez o non è mica facile, tut o sbilanciato sul e finali, orgasmi senza continuità, poveri di enfasi, dimez ati. Come con un postino che ti citofona proprio quando sei nel a fase delle volgarità.
L’uomo che al posto delle dop ie aveva uno spazio, un giorno, uscì di casa con un’intenzione, con una volontà precisa, e andò da tut e le don e che aveva amato. A ciascuna lasciò un fiore, e un bigliet o. Ogni fiore era diverso, ma sul bigliet o c’era scrit a la stes a cosa: quel a cosa che ti chiedevo, io non l’ho mai chiamata ses o, perché non ho dop ie io, e non son capace, io, quel o, lo chiamavo fiore.
Lo chiamavo fiore, stupida puttana.
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Stupida puttana mi ha fornito validi elementi per un flashback.
J’adore.