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Poi c'era l'uomo

L’uomo che credeva nei numeri

Poi c’era l’uomo che credeva ciecamente nei numeri. Credeva nella statistica e nelle probabilità. I numeri superpiccoli gli piacevano tantissimo perché non finivano mai, attaccati a quegli zeri dopo la virgola come un lombrico alle curve mollicce della sua inconsistenza.  Da piccolo, andando a scuola, contava i passi fino all’ingresso, 1791, e ogni cento metri calcolava le proiezioni per sapere a che ora sarebbe arrivato. Ne saltava solo alcuni, di cento metri, per vedere se ci prendeva. Ci prendeva, quasi sempre. Se sgarrava era perché si distraeva, con una macchinina gialla o con un vecchio che bestemmiava gutturale.
O come quella volta che doveva vincere dieci milioni al concorso della gazzetta dello sport.
Aveva partecipato a una specie di tombola con le figurine dei calciatori, e a lui per fare tombola mancava solo Brambati, e se fosse uscito, quel giorno, avrebbe vinto. E lui allora per non farsi trovare impreparato si concentrò tutta la notte e pensò: se da qui a domattina mi concentro su tutti gli altri calciatori, rimarrà solo Brambati, e, dato che non possono mica uscire proprio i calciatori che ho pensato io, sicuramente vincerò.

Passò in rassegna tutti i calciatori, Dirceu, Villa, Chierico, Gullit, Vierchowod, tutti, e poi si addormentò. La mattina era certo di vincere, e contando i passi arrivò all’edicola di fretta, con 12 secondi di anticipo sulla proiezione del bivio del cimitero, e chiese la Gazzetta. Aprì la pagina del concorso e Brambati non c’era. Capì che l’errore era nel metodo. Brambati era uno e tutti gli altri erano centinaia, non aveva scampo. E così decise di adottare la strategia contraria, giocare contro l’improbabile, contro il numero minimo, contro il numero periferico. E allora, davanti all’edicola, proprio in mezzo alla strada, pensò, “adesso nel mondo ci saranno cinque miliardi di persone, in centinaia di stati diversi e migliaia di città. E tutte staranno facendo cose diverse, alcune pericolose, molti saranno vecchi e alcuni in fin di vita. Ebbene, io so che ogni secondo nel mondo muoiono circa due persone, se decidessi di morire dovrei scontrarmi contro due miliardi e mezzo di possibilità. La probabilità che io muoia è infinitesima, praticamente impossibile”. Praticamente impossibile. Non ci prese quella mattina e all’ingresso lui non c’era. I calciatori erano duecentonovantaquattro, solo 11 con la B.

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Commenti

6 commenti per “L’uomo che credeva nei numeri”

  1. Anche tu hai fatto pratica sull’uso del profilattico con una del liceo scientifico?

    Scritto da cumpareddu | Marzo 24, 2009, 22:17
  2. oh! :-(

    Scritto da manu | Marzo 25, 2009, 17:01
  3. Ma infatti, la gente con i numeri ci fa un sacco di cose che non c’entrano niente.
    Ci gioca, cosa sbagliatissima. Ci telefona, cosa pericolosissima. Ci conta, cosa banale.
    Io ci farei semplicemente le imbottiture dei materassi… ma niente da fare…

    Scritto da Clockwise | Marzo 27, 2009, 02:35
  4. con un infanzia così minimo si diventa dei matematici-super-cervelloni
    scherzi a parte
    da piccola mi piacevano i numeri
    da grande ho imparato ad odiarli
    quando fai la conta c’è sempre qualcosa che non quadra
    sarà un’opinione?

    Scritto da Irish Coffee | Aprile 10, 2009, 13:09
  5. Speciale, il rapporto con i numeri.
    Quasi a restringere il campo dei significati, trasformare eventi in sequenze logiche.
    Morale della favola?
    Se è vero che la matematica non è un’opinione, fare affidamento sui numeri è opinabile.

    Scritto da asfodelo | Aprile 20, 2009, 11:46
  6. e poi?

    Scritto da manu | Maggio 21, 2009, 16:13

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