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Cattive intenzioni

L’uomo che si mostrava alla gente

Poi c’era l’uomo che si mostrava alla gente. Ma non era uno di quelli da film, con l’impermeabile bianco sporco e i mocassini marroni, no, e non sceglieva nemmeno i parchi o i parcheggi, per mostrarsi. Lui andava sui treni, o in metro, in tram, dovunque la gente fosse in movimento, e lo faceva con particolare attenzione. Non gli importava chi ci fosse di fronte, o vicino, lui si mostrava, non era lì semplicemente per farsi vedere. Amava i momenti morti, quelli in cui il vecchio posa la settimana enigmistica, o il venerdì di repubblica, sul sedile del posto vicino, o la studentessa controlla gli sms sul cellulare. E non faceva gesti eclatanti, niente seghe o striptease, robe da clown, semplicemente si mostrava, come si fa allo specchio del bagno, con un’occhiata superflua dopo aver pisciato.Si slacciava delicatamente i pantaloni, si abbassava quel tanto che basta la lampo, e liberava un cazzo anonimo con la punta di prugna di due giorni. Questa cosa gli era già costata delle grane, soprattutto con certe signore dalle borse sgargianti. Più di una volta l’avevano portato al comando dei carabinieri, e se l’era cavata con qualche ammonimento e qualche colpo sordo all’addome.

Lui si mostrava, per quel poco che si poteva vedere tra le pieghe dei pantaloni di lino, e un calore benigno gli saliva al cervello. Era come in certi film, quando nelle scene clou i colori diventano più carichi e caldi, come nella scena finale di saranno famosi. E lui allora si guardava intorno per controllare che colore avesse, questa volta, il suo pubblico, e dopo qualche secondo, era già pronto per ricevere la sua acclamazione, saltando giù svelto alla prima fermata disponibile. Sgattaiolava giù, con la camicia a coprire le feritoie delle dita che lasciavano scorgere ancora qualche piega rammucchiata del suo cazzo, incerto tra dentro e fuori. A volte lo seguiva qualche insulto generico, e qualche “ma guarda cosa tocca vedere”, di signori troppo seduti per rimostranze più virili.
Quella mattina l’uomo che si mostrava alla gente salì sul vagone finale della linea rossa, a San Babila, e si sistemò in un posto esterno, con la spalla appoggiata al finestrino. In due minuti era già pronto per entrare in scena, con il suo sacchetto molliccio dentro al pugno, che faceva capolino in pochi istanti con un movimento confuso delle dita, come il corpo di una medusa. La voce metallica annunciava già Palestro, e lui era già pronto al balzo verso l’uscita, quando scorse l’impossibile ghigno di una ragazzina slavata che gli sedeva di fronte.

L’uomo che si mostrava alla gente si risistemò al suo posto e provò a sollevare per un attimo la camicia, in un gesto interrogativo, e con il cazzetto che gli era scomparso tra le dita sudate. La ragazzina, borsetta rossa e una camicina abbottonata sul niente,  non aveva riposto il sorrisino, anzi sembrava volerlo rassicurare, con due occhiate alla proprie ginocchia. L’uomo, allora, avanzò sul palcoscenico dalle linee di retrovia spingendosi fin dove poteva vedere il suo pubblico, come un monologhista americano, e lasciò cadere il suo cazzo rincuorato lungo il declivio delle sue cosce secche. Fu allora che si spinse a fare quello che un grande attore non dovrebbe mai fare, guardare in faccia gli spettatori, oltre l’abbaglio dei fari di scena, e vide chiaramente che la ragazzina aveva abbassato di qualche centimetro il bordo a molla dei suo calzoni, mostrando il ciuffetto improbabile di una fica presunta.  L’uomo e la ragazzina saltarono via a Porta Venezia sgusciando in direzioni opposte, senza regalarsi un inchino.
I giorni seguenti l’uomo tornò là, per il suo rituale, e per una conferma, e la ragazzina c’era, anche lei, al medesimo posto, con il ritmo devoto delle ballerine di fila. L’uomo e la ragazzina perfezionarono il pezzo, in prove sempre più perfette, con la dedizione di teatranti da operetta, limando il superfluo e improvvisando con degli inserti a sorpresa, un capezzolino rosa ribelle, o un sorriso con i denti a vista.

Il giorno della prima, l’uomo, ormai preparato con cura ogni dettaglio, arrivò sul posto con qualche minuto di anticipo, e prese il suo posto. Con l’emozione del perfezionista, l’eccitazione delle grandi cose, il timore delle storie decisive.

Due giorni dopo, al commissariato, l’uomo che si mostrava alla gente, come dal dentista, si sciacquò per la terza volta la bocca sputando sangue e saliva schiumosa, e ripetendo che no, non l’aveva fatto per sesso, e che a lui non interessavano le ragazzine. E che no, il fatto che con lei ci fosse anche  il suo ragazzo non l’aveva intimorito nemmeno un pochino, e che anzi, lui nemmeno l’aveva visto quel tipo. E poi sì, lo aveva fatto altre volte, era tutto vero, ma era per un fatto suo, e lei non c’entrava niente. Non c’entrava un cazzo nessuno. Vaffanculo.

Tre giorni dopo tornò al suo posto, sulla solita Linea rosso carne, e andò a sedersi come sempre. La ragazzina era là, con gli occhi abbassati. E un’amica che faceva tante di quelle mosse con le mani. Lui non fece nulla, nemmeno un cenno e prese a fissarle. La ragazzina non alzò gli occhi se non per dare a vedere che non voleva guardare. L’amica continuava a gesticolare e a fare facce da “guarda, non ci crederai”. Porta Venezia. L’uomo che si mostrava alla gente si alzò per uscire, nello stesso istante fece per muoversi anche la ragazzina. L’amica si sistemò i jeans per teenrli in bilico esattamente sul taglio del culo, e poi si alzò, lanciando in avanscoperta le tette grasse e le sopracciglia a punta per darle in pasto al mondo, che le aspettava senza emozione.
L’uomo e la ragazzina incrociarono solo per un attimo lo sguardo, appena fuori, sulle scale. L’amica li guardò entrambi, con la fretta delle dive annoiate, poi tornò a scappare. L’uomo e la ragazzina, nello stesso momento, si portarono le mani sul ventre, e si coprirono i pantaloni allacciati, con le mani, con la camicia, la maglia, cristo, la madonna e il bambino, e altre mille cose che non ci stavano dentro. Imbarazzati e increduli, in mezzo a quella moltitudine ribollente di depravati stranieri.

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Commenti

2 commenti per “L’uomo che si mostrava alla gente”

  1. fluido e serrato, e straniante.

    Scritto da vix | Settembre 4, 2009, 10:43
  2. Bella storia, ma portatrice del difetto pirandelliano che lascia il lettore con un senso di incompletezza che mortifica l’aspettativa di poter finalmente risolvere il mistero dell’essere. È evidente che la vita è, per te, un arcano ancora irrisolto. Peccato, stavo cominciando a sperarci… ;)
    Saluti da un omonimo collega, odiato dal mondo che non avrebbe voluto veder svelati i suoi più intimi e ridicoli segreti.

    Scritto da vajmax | Settembre 4, 2009, 10:57

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