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	<title>Terzadicopertina &#187; Poi c&#8217;era l&#8217;uomo</title>
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	<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 17:34:35 +0000</pubDate>
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		<title>L&#8217;uomo che si mostrava alla gente</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 16:39:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[Poi c'era l'uomo che si mostrava alla gente. Ma non era uno di quelli da film, con l'impermeabile bianco sporco e i mocassini marroni, no, e non sceglieva nemmeno i parchi o i parcheggi, per mostrarsi. Lui andava sui treni, o in metro, in tram, dovunque la gente fosse in movimento, e lo faceva con particolare attenzione. Non gli importava chi ci fosse di fronte, o vicino, lui si mostrava, non era lì semplicemente per farsi vedere. Amava i momenti morti, quelli in cui il vecchio posa la settimana enigmistica, o il venerdì di repubblica, sul sedile del posto vicino, o la studentessa controlla gli sms sul cellulare...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi c&#8217;era l&#8217;uomo che si mostrava alla gente. Ma non era uno di quelli da film, con l&#8217;impermeabile bianco sporco e i mocassini marroni, no, e non sceglieva nemmeno i parchi o i parcheggi, per mostrarsi. Lui andava sui treni, o in metro, in tram, dovunque la gente fosse in movimento, e lo faceva con particolare attenzione. Non gli importava chi ci fosse di fronte, o vicino, lui si mostrava, non era lì semplicemente per farsi vedere. Amava i momenti morti, quelli in cui il vecchio posa la settimana enigmistica, o il venerdì di repubblica, sul sedile del posto vicino, o la studentessa controlla gli sms sul cellulare. E non faceva gesti eclatanti, niente seghe o striptease, robe da clown, semplicemente si mostrava, come si fa allo specchio del bagno, con un&#8217;occhiata superflua dopo aver pisciato.Si slacciava delicatamente i pantaloni, si abbassava quel tanto che basta la lampo, e liberava un cazzo anonimo con la punta di prugna di due giorni. Questa cosa gli era già costata delle grane, soprattutto con certe signore dalle borse sgargianti. Più di una volta l&#8217;avevano portato al comando dei carabinieri, e se l&#8217;era cavata con qualche ammonimento e qualche colpo sordo all&#8217;addome.</p>
<p>Lui si mostrava, per quel poco che si poteva vedere tra le pieghe dei pantaloni di lino, e un calore benigno gli saliva al cervello. Era come in certi film, quando nelle scene clou i colori diventano più carichi e caldi, come nella scena finale di saranno famosi. E lui allora si guardava intorno per controllare che colore avesse, questa volta, il suo pubblico, e dopo qualche secondo, era già pronto per ricevere la sua acclamazione, saltando giù svelto alla prima fermata disponibile. Sgattaiolava giù, con la camicia a coprire le feritoie delle dita che lasciavano scorgere ancora qualche piega rammucchiata del suo cazzo, incerto tra dentro e fuori. A volte lo seguiva qualche insulto generico, e qualche &#8220;ma guarda cosa tocca vedere&#8221;, di signori troppo seduti per rimostranze più virili.<br />
Quella mattina l&#8217;uomo che si mostrava alla gente salì sul vagone finale della linea rossa, a San Babila, e si sistemò in un posto esterno, con la spalla appoggiata al finestrino. In due minuti era già pronto per entrare in scena, con il suo sacchetto molliccio dentro al pugno, che faceva capolino in pochi istanti con un movimento confuso delle dita, come il corpo di una medusa. La voce metallica annunciava già Palestro, e lui era già pronto al balzo verso l&#8217;uscita, quando scorse l&#8217;impossibile ghigno di una ragazzina slavata che gli sedeva di fronte.</p>
<p>L&#8217;uomo che si mostrava alla gente si risistemò al suo posto e provò a sollevare per un attimo la camicia, in un gesto interrogativo, e con il cazzetto che gli era scomparso tra le dita sudate. La ragazzina, borsetta rossa e una camicina abbottonata sul niente,  non aveva riposto il sorrisino, anzi sembrava volerlo rassicurare, con due occhiate alla proprie ginocchia. L&#8217;uomo, allora, avanzò sul palcoscenico dalle linee di retrovia spingendosi fin dove poteva vedere il suo pubblico, come un monologhista americano, e lasciò cadere il suo cazzo rincuorato lungo il declivio delle sue cosce secche. Fu allora che si spinse a fare quello che un grande attore non dovrebbe mai fare, guardare in faccia gli spettatori, oltre l&#8217;abbaglio dei fari di scena, e vide chiaramente che la ragazzina aveva abbassato di qualche centimetro il bordo a molla dei suo calzoni, mostrando il ciuffetto improbabile di una fica presunta.  L&#8217;uomo e la ragazzina saltarono via a Porta Venezia sgusciando in direzioni opposte, senza regalarsi un inchino.<br />
I giorni seguenti l&#8217;uomo tornò là, per il suo rituale, e per una conferma, e la ragazzina c&#8217;era, anche lei, al medesimo posto, con il ritmo devoto delle ballerine di fila. L&#8217;uomo e la ragazzina perfezionarono il pezzo, in prove sempre più perfette, con la dedizione di teatranti da operetta, limando il superfluo e improvvisando con degli inserti a sorpresa, un capezzolino rosa ribelle, o un sorriso con i denti a vista.</p>
<p>Il giorno della prima, l&#8217;uomo, ormai preparato con cura ogni dettaglio, arrivò sul posto con qualche minuto di anticipo, e prese il suo posto. Con l&#8217;emozione del perfezionista, l&#8217;eccitazione delle grandi cose, il timore delle storie decisive.</p>
<p>Due giorni dopo, al commissariato, l&#8217;uomo che si mostrava alla gente, come dal dentista, si sciacquò per la terza volta la bocca sputando sangue e saliva schiumosa, e ripetendo che no, non l&#8217;aveva fatto per sesso, e che a lui non interessavano le ragazzine. E che no, il fatto che con lei ci fosse anche  il suo ragazzo non l&#8217;aveva intimorito nemmeno un pochino, e che anzi, lui nemmeno l&#8217;aveva visto quel tipo. E poi sì, lo aveva fatto altre volte, era tutto vero, ma era per un fatto suo, e lei non c&#8217;entrava niente. Non c&#8217;entrava un cazzo nessuno. Vaffanculo.</p>
<p>Tre giorni dopo tornò al suo posto, sulla solita Linea rosso carne, e andò a sedersi come sempre. La ragazzina era là, con gli occhi abbassati. E un&#8217;amica che faceva tante di quelle mosse con le mani. Lui non fece nulla, nemmeno un cenno e prese a fissarle. La ragazzina non alzò gli occhi se non per dare a vedere che non voleva guardare. L&#8217;amica continuava a gesticolare e a fare facce da &#8220;guarda, non ci crederai&#8221;. Porta Venezia. L&#8217;uomo che si mostrava alla gente si alzò per uscire, nello stesso istante fece per muoversi anche la ragazzina. L&#8217;amica si sistemò i jeans per teenrli in bilico esattamente sul taglio del culo, e poi si alzò, lanciando in avanscoperta le tette grasse e le sopracciglia a punta per darle in pasto al mondo, che le aspettava senza emozione.<br />
L&#8217;uomo e la ragazzina incrociarono solo per un attimo lo sguardo, appena fuori, sulle scale. L&#8217;amica li guardò entrambi, con la fretta delle dive annoiate, poi tornò a scappare. L&#8217;uomo e la ragazzina, nello stesso momento, si portarono le mani sul ventre, e si coprirono i pantaloni allacciati, con le mani, con la camicia, la maglia, cristo, la madonna e il bambino, e altre mille cose che non ci stavano dentro. Imbarazzati e increduli, in mezzo a quella moltitudine ribollente di depravati stranieri.</p>
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		<title>L&#8217;uomo che credeva nei numeri</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 16:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Poi c'era l'uomo che credeva ciecamente nei numeri. Credeva nella statistica e nelle probabilità. I numeri superpiccoli gli piacevano tantissimo perché non finivano mai, attaccati a quegli zeri dopo la virgola come un lombrico alle curve mollicce della sua inconsistenza.  Da piccolo, andando a scuola, contava i passi fino all'ingresso, 1791, e ogni cento metri calcolava le proiezioni per sapere a che ora sarebbe arrivato. Ne saltava solo alcuni, di centro metri, per vedere se ci prendeva. Ci prendeva, quasi sempre. Se sgarrava era perché si distraeva, con una macchinina gialla o con un vecchio che bestemmiava gutturale.
O come quella volta che doveva vincere dieci milioni al concorso della gazzetta dello sport.
Aveva partecipato a una specie di tombola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi c&#8217;era l&#8217;uomo che credeva ciecamente nei numeri. Credeva nella statistica e nelle probabilità. I numeri superpiccoli gli piacevano tantissimo perché non finivano mai, attaccati a quegli zeri dopo la virgola come un lombrico alle curve mollicce della sua inconsistenza.  Da piccolo, andando a scuola, contava i passi fino all&#8217;ingresso, 1791, e ogni cento metri calcolava le proiezioni per sapere a che ora sarebbe arrivato. Ne saltava solo alcuni, di cento metri, per vedere se ci prendeva. Ci prendeva, quasi sempre. Se sgarrava era perché si distraeva, con una macchinina gialla o con un vecchio che bestemmiava gutturale.<br />
O come quella volta che doveva vincere dieci milioni al concorso della gazzetta dello sport.<br />
Aveva partecipato a una specie di tombola con le figurine dei calciatori, e a lui per fare tombola mancava solo Brambati, e se fosse uscito, quel giorno, avrebbe vinto. E lui allora per non farsi trovare impreparato si concentrò tutta la notte e pensò: se da qui a domattina mi concentro su tutti gli altri calciatori, rimarrà solo Brambati, e, dato che non possono mica uscire proprio i calciatori che ho pensato io, sicuramente vincerò.</p>
<p>Passò in rassegna tutti i calciatori, Dirceu, Villa, Chierico, Gullit, Vierchowod, tutti, e poi si addormentò. La mattina era certo di vincere, e contando i passi arrivò all&#8217;edicola di fretta, con 12 secondi di anticipo sulla proiezione del bivio del cimitero, e chiese la Gazzetta. Aprì la pagina del concorso e Brambati non c&#8217;era. Capì che l&#8217;errore era nel metodo. Brambati era uno e tutti gli altri erano centinaia, non aveva scampo. E così decise di adottare la strategia contraria, giocare contro l&#8217;improbabile, contro il numero minimo, contro il numero periferico. E allora, davanti all&#8217;edicola, proprio in mezzo alla strada, pensò, &#8220;adesso nel mondo ci saranno cinque miliardi di persone, in centinaia di stati diversi e migliaia di città. E tutte staranno facendo cose diverse, alcune pericolose, molti saranno vecchi e alcuni in fin di vita. Ebbene, io so che ogni secondo nel mondo muoiono circa due persone, se decidessi di morire dovrei scontrarmi contro due miliardi e mezzo di possibilità. La probabilità che io muoia è infinitesima, praticamente impossibile&#8221;. Praticamente impossibile. Non ci prese quella mattina e all&#8217;ingresso lui non c&#8217;era. I calciatori erano duecentonovantaquattro, solo 11 con la B.</p>
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		<title>L&#8217;uomo che aveva visto il disco volante</title>
		<link>http://www.terzadicopertina.com/2009/luomo-che-aveva-visto-il-disco-volante/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 20:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

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		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Poi c&#8217;era l&#8217;uomo che diceva di aver visto il disco volante.
Lo diceva da anni e ormai tutti continuavano ad ascoltarlo come si ascolta Il cielo in una stanza, o l&#8217;inno della Champions league. Lo raccontava soprattutto a quelli che non conosceva, ai bambini, ai pochi turisti e a qualche matto.  Diceva di averlo visto, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi c&#8217;era l&#8217;uomo che diceva di aver visto il disco volante.<br />
Lo diceva da anni e ormai tutti continuavano ad ascoltarlo come si ascolta Il cielo in una stanza, o l&#8217;inno della Champions league. Lo raccontava soprattutto a quelli che non conosceva, ai bambini, ai pochi turisti e a qualche matto.  Diceva di averlo visto, il disco, in una notte di settembre, una di quelle notti in cui non dormi perché l&#8217;estate è finita, e magari non dormi perché non ti va di ricominciare tutto, e lo diceva come se già questo fosse straordinario.<br />
Diceva di aver sentito solo una specie di fischio, fuori dalla finestra, e di essersi affacciato per vedere, dato che non dormiva. E poi, diceva, aveva notato come un chiarore irreale, scendere giù verso la piana. Poi si era rimesso a letto, che tanto queste cose son sempre dei fuochi di paglia, va a finire che la mattina qualcuno dice che son stati i militari, o l&#8217;areonautica, con gli esperimenti che fanno loro. Ma invece la mattina, uscendo verso il campo per andare a togliere le lumache dai finocchi, nella piana c&#8217;era davvero qualcosa, c&#8217;era un disco volante, o che aveva volato, ed era lì, appoggiato sul grano arso. Era lucente e tondo, come una frittella appena tirata su dall&#8217;olio, e sembrava dovesse pesare molto, tutto di metallo com&#8217;era. E non c&#8217;era nessuno, perché lì non ci andava mai nessuno, da quando Ernesto aveva lasciato il campo agli stranieri. E allora, l&#8217;uomo che diceva di aver visto il disco volante, ci entrò in quel disco. Con la paura in spalla, ma ci entrò, perché se piove non è che lasci lì a marcir le rape. E dentro era come fuori, lucente e perfetto, come una scatoletta di tonno. E c&#8217;era un uomo del disco volante, strano, ma uomo.<br />
Basso era basso, e anche particolare, ma non metteva paura. Era solo un&#8217;altra cosa, ma non una cosa tipo E.T. che ti vien voglia di sezionarla per vedere se ha il cuore. Quello ce l&#8217;aveva sicuro il cuore, magari diverso, ma ce l&#8217;aveva.<br />
E allora lui si fece avanti, con i modi da contadino, a chiedere qualcosa, come l&#8217;avrebbe chiesto a un vu cumprà, con la giustificazione del contadino. E quello aveva pure risposto, ma non gli aveva detto niente di sorprendente, solo che era venuto a vedere, che loro erano lontani, ma che sapevano parecchie cose. E che sarebbe ripartito subito, il tempo di far delle cose a dei bottoni, perché non c&#8217;era mica tanto da scoprire, nella piana.<br />
E allora, l&#8217;uomo che diceva di aver visto il disco volante, uscì e si mise ad aspettare sotto al disco, per non perdere nulla di quello che stava per raccontare.</p>
<p>Dopo una mezzoretta il disco cominciò a far rumore, e in due secondi era scomparso, in verticale, come i grilli nell&#8217;erba medica. Lui tolse le lumache dai finocchi e tornò a casa, a ripensare a quel che aveva visto. E pensò che questa cosa l&#8217;avrebbe raccontata per chissà quanto tempo, al bar. E che avrebbe detto di aver visto il disco volante, lui, e di averci parlato con l&#8217;uomo del disco volante. E avrebbe detto a tutti che quello gli aveva spiegato che non c&#8217;era mica tanto da fare qui nella piana.</p>
<p>E lui lo avrebbe detto a tutti, anche ai signori per strada, e ai sapientoni, che lui poi lo diceva da sempre, che qui sulla terra non c&#8217;era mica da far cose così incredibili, da darsi delle arie.<br />
C&#8217;era solo da toglier lumache ai finocchi.</p>
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		<title>La ballata della corruzione</title>
		<link>http://www.terzadicopertina.com/2008/la-ballata-della-corruzione/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Dec 2008 18:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cattive intenzioni]]></category>

		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

		<category><![CDATA[corruzione]]></category>

		<category><![CDATA[morte]]></category>

		<category><![CDATA[politica]]></category>

		<category><![CDATA[tangenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Guarda quel cappio. Se il soffitto non fosse così grigio e anonimo sarebbe un pezzo di design nemmeno da poco. Se il muro non fosse così spoglio sarebbe anche bello lasciarlo lì a penzolare, come un macabro amuleto. Ma tu guarda quel cappio, e immagina i segni blu sul collo dopo che l&#8217;avranno staccato,  con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Guarda quel cappio. Se il soffitto non fosse così grigio e anonimo sarebbe un pezzo di design nemmeno da poco. Se il muro non fosse così spoglio sarebbe anche bello lasciarlo lì a penzolare, come un macabro amuleto. Ma tu <strong>guarda quel cappio</strong>, e immagina i segni blu sul collo dopo che l&#8217;avranno staccato,  con il gesto di quando si separa la crosta dalla porchetta, e la carne di diversi colori, intorno.</p>
<p>Guardalo, ma con convinzione, come si guarda la porta della metro che si apre, con una composta naturalezza. Te la immaginavi più spessa la corda, come nei film western, nodosa e consumata, come se avesse già sopportato tante di quelle pene penzolanti. E invece è un filo, una cinta, un cavo. Senza poesia. <strong>Morte di uso quotidiano</strong>.<br />
Non hai ammazzato, non che tu sappia, non hai massacrato, non hai sparato, non hai sotterrato cadaveri con la vanga. Solo cose di uso quotidiano, qualche mila euro, qualche telefonata, quel tuo amico, quell&#8217;appalto. La tua macchina nuova, in garage, la guiderà tuo figlio tra due anni. Non sarà nemmeno più nuova allora. Le cose invecchiano e passano, ti ricordi forse dei soldi che ti son passati per mano? Sui dollari non cambiano mica le facce sulle banconote, no, son sempre quelle. Nell&#8217;euro le hanno tolte proprio, han messo monumenti, simboli. <strong>La gente non deve distinguere ogni singolo foglietto di carta</strong>. I soldi son tutti uguali, ognuno è lo stesso. Passano di mano e sembrano tanti, ma sono come le mutande, te le rigiri e te le cambi, ma poi son sempre quelle che <strong>tornano a riscaldarti il culo</strong>.<br />
Non hai fatto altro che andare avanti con le solite cose, la famiglia, la casa, la vacanza in Messico, l&#8217;anno scorso. Tutti quei pranzi di lavoro. I pranzi di lavoro sono una di quelle cose che ti fanno sentire importante, perché quando mangi per guadagnare non sei come gli agricoltori o gli operai, che facevano il contrario, sei come dio. Impasti la creta, con il tuo sputo. Tutti quei pranzi poi diventano tutti uguali, pure loro. Chiacchiere e <em>stavolta-pago-io</em> lasciati sul tavolo.</p>
<p><strong>Tu non hai mai pagato</strong>, avresti dovuto pensarci.</p>
<p>E&#8217; vero, le cose scorrono senza che ce ne accorgiamo. Le cose, semplicemente, <em>accadono</em>. Le costruisci con piccoli dettagli inessenzali, con rapide premure e parole inappropriate. E se, quando accadono, accadono bene, allora le lasci fare, ché non si dice di no alla fortuna.  E <strong>non sei il solo, sono tutti</strong>. Ora ci ripensi che quella volta tu l&#8217;avevi detto,  e ti prendevano per fesso, pavido, per femminiello. Avevi avuto come una soffiata dalla paura, ma hai lasciato fare. Un presentimento, di quelli che ti colgono al buio.</p>
<p><strong>Siamo uomini, si sbaglia</strong>.</p>
<p>E&#8217; vero. Per questo devi essere risoluto e pensare a tutto, questa volta.<br />
Guarda quel cappio, guardalo bene. Sei tu che comandi, non è lui. Sei tu che dovrai averlo voluto, quando sarai sull&#8217;articolo del Corriere. Ogni singolo segno sul collo, ogni tratto deformato del volto.</p>
<p>Sei un pezzo di carne che pende, da sempre; sei un fatto che è sucesso, una storia poco interessante, un nome su un verbale. Devi solo accadere. I fatti accadono, e gli uomini, e le vite.</p>
<p><strong>Siamo uomini, si muore.</strong></p>
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		<title>L&#8217;uomo che al posto delle doppie aveva uno spazio</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2008 17:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cattive intenzioni]]></category>

		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[amore]]></category>

		<category><![CDATA[racconti]]></category>

		<category><![CDATA[sesso]]></category>

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		<description><![CDATA[Poi c&#8217;era un uomo bruttissimo, un deforme. Era l&#8217;uomo che al posto delle doppie aveva uno spazio. Non era infelice, aveva imparato a dimenticare quel suo difet o. Viveva in una pic ola casa, usciva di rado e di rado incontrava qualcuno. Viveva normalmente, acquistava pane e pasta, faceva tante cose, usando tantis ime let [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi c&#8217;era un uomo bruttissimo, un deforme. Era l&#8217;uomo che al posto delle doppie aveva uno spazio. Non era infelice, aveva imparato a dimenticare quel suo difet o. Viveva in una pic ola casa, usciva di rado e di rado incontrava qualcuno. Viveva normalmente, acquistava pane e pasta, faceva tante cose, usando tantis ime let ere, parole di ogni tipo e frasi che suonavano bene. Il suo problema lo incontrava solo quel e volte in cui avreb e voluto dire qualcosa di importante, tipo l&#8217;amore. O il ses o. Il ses o, soprat u t o,  gli riusciva male, perché farlo con quel a sincope in mez o non è mica facile, tut o  sbilanciato sul e finali, orgasmi senza continuità, poveri di enfasi,  dimez ati.  Come con un postino che ti citofona proprio quando sei nel a fase delle volgarità.</p>
<p>L&#8217;uomo che al posto delle dop ie aveva uno spazio, un giorno, uscì di casa con un&#8217;intenzione, con una volontà precisa, e andò da tut e le don e che aveva amato. A ciascuna lasciò un fiore, e un bigliet o. Ogni fiore era diverso, ma sul bigliet o c&#8217;era scrit a la stes a cosa: quel a cosa che ti chiedevo, io non l&#8217;ho mai chiamata ses o, perché non ho dop ie io, e non son capace,  io,  quel o,  lo chiamavo fiore.</p>
<p>Lo chiamavo fiore, stupida puttana.</p>
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		<title>L&#8217;uomo che conservava i ricordi</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2008 16:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[memoria]]></category>

		<category><![CDATA[morte]]></category>

		<category><![CDATA[ricordi]]></category>

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		<description><![CDATA[Poi c'era l'uomo che i ricordi li conservava. Li metteva in una stanza, facendo dei mucchietti con dei fogli delle stesse dimensioni.
Era un uomo vecchio e di cose ne aveva viste tante, così tante che parecchie le aveva dimenticate. Ma le persone non le dimenticava. Quelle importanti, almeno. Non che ne avesse avute così tante, ma quelle dieci persone a cui aveva voluto bene le teneva in grande considerazione.

Lui faceva così. Ogni volta che incontrava qualcuno prendeva qualche appunto su un foglietto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi c&#8217;era l&#8217;uomo che i ricordi li conservava. Li metteva in una stanza, facendo dei mucchietti con dei fogli delle stesse dimensioni.<br />
Era un uomo vecchio e di cose ne aveva viste tante, così tante che parecchie le aveva dimenticate. Ma le persone non le dimenticava. Quelle importanti, almeno. Non che ne avesse avute così tante, ma quelle dieci persone a cui aveva voluto bene le teneva in grande considerazione.</p>
<p>Lui faceva così. Ogni volta che incontrava qualcuno prendeva qualche appunto su un foglietto, &#8220;<em>piuttosto dimagrita</em>&#8220;, &#8220;<em>riso insieme di quel Gianni del bar</em>&#8220;, &#8220;<em>bevuto Martini prima di cena</em>&#8220;. Poi tornava a casa e cercava la mattonella giusta. Succedeva che sopra la mattonella ci fosse sempre un foglietto con un ricordo precedente, allora lui lo strappava e ci metteva quello nuovo, ben stirato, a rinfrescare i ricordi.</p>
<p>Quella stanza era piena di ricordi, ma alcuni erano più vecchi e non cambiavano mai. Nei suoi mille anni ne aveva conosciute di persone, e quelle che meritavano un ricordo avevano una mattonella nella sua stanza con un foglietto sopra. Erano quasi tutte piccole cose, &#8220;<em>cenato insieme</em>&#8220;, &#8220;<em>preoccupati per quel malanno</em>&#8220;, &#8220;<em>riso tanto, poi tornati in autobus</em>&#8220;. Alcuni di quei fogli erano bianchi e stirati, altri erano ingialliti dal tempo. Questi ultimi li riguardava sempre con attenzione, perché quelli eran ricordi che ricordava da parecchio tempo. Erano fogli che stavano lì da anni, da decenni, e non si muovevano.</p>
<p>Erano ricordi che ricordava a memoria.</p>
<p>Succedeva poi che quando incontrava qualcuno, magari dopo molto tempo, un po&#8217; se ne dispiaceva, perché già si figurava di dover tornare a casa e buttar via un ricordo che aveva resistito per anni, per far spazio a quello nuovo. Fu così per anni, un continuo sostituir foglietti. Fino a quando decise di non voler più cancellare nessun ricordo.<br />
Si chiuse in casa e non volle vedere più nessuno. Non sapeva più quando la gente moriva, se c&#8217;era qualcuno che era partito per chissà dove, se altri l&#8217;avevano semplicemente dimenticato. I suoi ricordi eran tutti lì, solidi e certi, senza più nessuna probabilità di essere sostituiti. Entrava nella sua stanza e tornava a incontrare i suoi vecchi amici d&#8217;infanzia, non come vecchi, ma per come se li ricordava, a correr dietro a un pallone, e incontrava suo padre, forte e sorridente come non sarebbe potuto essere un vecchio di 100 anni, e la sua ragazza di quand&#8217;aveva 18 anni, con un culettino da vespa che gli faceva immaginare solo cose belle.</p>
<p>Poi quell&#8217;uomo morì, morì felice, perché nessuno gli mancava e di nessuno aveva rimpianto. Con i suoi foglietti spiegazzati che controllava e ricontava con gli occhi. Morì senza un&#8217;esitazione, avendoli tutti lì con sé, come ricordi che non è possibile dimenticare, come persone a cui si è voluto così bene.</p>
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		<title>Fa niente</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jun 2008 20:10:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cattive intenzioni]]></category>

		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[fannulloni]]></category>

		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Non fa nulla. Aspetta l'ora di uscire e il che suo orologio, appoggiato sul tavolo, faccia il suo lavoro. Nella scrivania ci sono le solite cose, e lui ormai le ignora. Il collega ce l'ha di fronte e nemmeno lo vede. Niente, non fa niente. Nemmeno si annoia.

Si dice che dio il mondo l'abbia creato per noia e che poi, come un bambino viziato lo abbia abbandonato in un angolo.

Lui il mondo nemmeno l'avrebbe pensato.

Perchè la noia richiede fatica e chi ce l'ha la sua parte l'ha già fatta. Lui no, lui non lavora, non si stanca e non si annoia.
Persiste, si direbbe. Come una lampadina spenta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non fa nulla. Aspetta l&#8217;ora di uscire e che il  suo orologio, appoggiato sul tavolo, faccia il suo lavoro. Nella scrivania ci sono le solite cose, e lui ormai le ignora. Il collega ce l&#8217;ha di fronte e nemmeno lo vede. Niente, non fa niente. Nemmeno si annoia.</p>
<p>Si dice che dio il mondo l&#8217;abbia creato per noia e che poi, come un bambino viziato, lo abbia abbandonato in un angolo.</p>
<p>Lui il mondo nemmeno l&#8217;avrebbe pensato.</p>
<p>Perchè la noia richiede fatica e chi ce l&#8217;ha la sua parte l&#8217;ha già fatta. Lui no, lui non lavora, non si stanca e non si annoia.<br />
Persiste, si direbbe. Come una lampadina spenta.</p>
<p>E poi arriva il momento di andare. Non ne è felice, perché non ha nulla da abbandonare. Semplicemente si alza, prende la sua vecchia borsa di cuoio consumato, saluta e se ne va.<br />
Senza aver fatto nulla, senza un ricordo di qualcosa, di qualcuno, di una incazzatura. Se ne va come una placenta, uscendo di scena nel cestino di una sala parto.</p>
<p>Si dice che sia furbo. E bastardo. Che non gliene freghi niente dei suoi colleghi, del suo ufficio, di nulla. Che fuori faccia un mucchio di cose, di cui non parla con nessuno. Che abbia donne, soldi e che si aggiri di sera in quartieri strani.<br />
Ma nessuno ci metterebbe la mano sul fuoco.<br />
E se anche provi a fargli un cenno, a provocarlo, addirittura a farlo irritare, lui non risponde veramente. Dice le cose che deve dire, senza pensarle. Mec-ca-ni-ca-men-te. E va a finire che ti ci incazzi, che lo mandi affanculo, che se lo incontri davanti alla macchinetta del caffé gli fai anche facce strane. E sbuffi, insoddisfatto.<br />
Come si farebbe da bambini, come si fa con un male minore.<br />
E lui ti guarda senza guardarti, bonariamente. Come una lampadina spenta.</p>
<p>E se prendi coraggio prova anche a parlargli davvero. Fallo come faresti con un malato. Prova a dirgli se va bene, la vita, se è felice.<br />
Prova a sfiorarlo, a scuoterlo, sulla spalla. Gli cadrà il caffè sulla camicia in quattro gocce di sospensione. Tu avrai speso un gesto di imbarazzo, lui ti risponderà &#8220;fa niente&#8221;. Non fa niente.</p>
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		<title>Le ferie del trentenne</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2005 13:42:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[For a better life]]></category>

		<category><![CDATA[Lavoratori]]></category>

		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

		<category><![CDATA[ferie]]></category>

		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[Le ferie del trentenne non sono affatto semplici da descrivere. Il trentenne non va in ferie perchè ne ha bisogno, nè perchè deve partire per un bel viaggio. Il trentenne va in ferie per non dover lavorare. Le sue ferie sono una rivolta, una ribellione. Ma per sentirsi pienamente un non-lavoratore deve avere qualcosa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le ferie del trentenne non sono affatto semplici da descrivere. Il trentenne non va in ferie perchè ne ha bisogno, nè perchè deve partire per un bel viaggio. Il trentenne va in ferie per non dover lavorare. Le sue ferie sono una rivolta, una ribellione. Ma per sentirsi pienamente un non-lavoratore deve avere qualcosa che possa fare da contrappeso, qualcosa che ricordi il lavoro. Ecco perchè il trentenne in ferie non va mai in ferie di martedì o di giovedì. Aspetta il lunedì, così può prepararsi un intero weekend al suo primo giorno di ferie&#8230;<br />
Il lunedì il trentenne in ferie si sveglia alle 8, per non farsi cogliere impreparato dalla sveglia, che ha coscienziosamente rimesso come ogni altro giorno. Alle 8.45. La sveglia suona e lui si alza dal letto. Come avrebbe fatto ogni altro giorno, ma con la precisa sensazione di avere il coltello dalla parte del manico.  Alle 9 pensa a ciò farebbe se fosse in ufficio in quel momento. Accendere il pc&#8230; uscire e trascinarsi fino alla macchina del caffè&#8230; sedersi in postazione&#8230;<br />
Mentre pensa a questo si rimette al letto e accende il computer, giusto per leggere la posta, mica per lavorare! Anzi non la legge proprio, per evitare email potenzialmente stressanti&#8230; gira un po&#8217; su internet e gli viene voglia di caffè. Ma oggi è in ferie.   Perchè mai dovrebbe prendere il caffè, che poi nemmeno gli piace? No, il trentenne oggi non vuole far niente. Allora esce e va verso l&#8217;ufficio, a piedi. Arrivato vicino al portone si ferma, getta un occhio alla sua finestra, torna indietro. Finalmente le ferie.<br />
I giorni seguenti saranno tutti uguali, perchè il trentenne in ferie non deve far altro che contare quelli che mancano al rientro.<br />
Quando qualcuno gli chiede se ha intenzione di fare qualcosa nel pomeriggio lui aspetta un po&#8217; prima di rispondere; poi fa una smorfia e si rimette le mani in tasca. Poi sussurra orgoglioso: &#8220;mi dispiace sono già impegnato. Oggi <em>nonlavoro</em>&#8220;.</p>
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