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	<title>Terzadicopertina &#187; Timesnewroman</title>
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	<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 17:34:35 +0000</pubDate>
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		<title>Sante aveva un sorriso</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 08:35:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cattive intenzioni]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

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		<description><![CDATA[Sante aveva un sorriso.
Sante aveva un sorriso strano.
Sante  andava in giro e pensava ai fatti suoi, lo vedevi ed era distratto,  svagato, con quel ghigno strano; qualche volta sembrava proprio svanito.  Gli amici avevano smesso di chiedergli cosa, e perché. Lo sopportavano,  da lontano, come un dubbio poco pericoloso. Sante però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sante aveva un sorriso.<br />
Sante aveva un sorriso strano.<br />
Sante  andava in giro e pensava ai fatti suoi, lo vedevi ed era distratto,  svagato, con quel ghigno strano; qualche volta sembrava proprio svanito.  Gli amici avevano smesso di chiedergli cosa, e perché. Lo sopportavano,  da lontano, come un dubbio poco pericoloso. Sante però aveva il cuore  pieno zeppo di roba e non poteva dirlo a nessuno, perché era roba sua,  particolare.<br />
Prima, fino a prima, era tranquillo, ok, ogni tanto aveva una  preoccupazione, un&#8217;impressione, ma stava sempre con le persone a fare  cose, a parlare, cose da persone normali.<br />
Poi, un giorno, tornando a  casa, aveva trovato un biglietto, sul tavolo della cucina. Nel biglietto  c&#8217;era scritto soltanto, a penna con una calligrafia brutta e  sconosciuta, c&#8217;era scritto &#8220;Non torno, scusa, m&#8217;è venuta l&#8217;infelicità&#8221;.<br />
Lì per lì aveva pensato no, no, no, qualche minuto prima e la trovavo,  le parlavo. L&#8217;avrei convinta di sicuro.  Se non fossi passato dal  fruttivendolo, l&#8217;avrei trovata. Ora sarebbe ancora qui, a masticare le  rose secche del centrotavola, a farsi studiare la faccia, a fare le cose  di prima, normali.</p>
<p>Sante allora per un po&#8217; di settimane, ogni giorno, aveva provato a  rifare quel giro, l&#8217;identico giro, dall&#8217;ufficio a casa, col  fruttivendolo e tutto. E niente, ci impiegava sempre quella mezzora. Mai  un minuto, un mezzominuto, uno sputo di meno. Il fruttivendolo aveva  cominciato a mettere in giro voci su Sante che passava e non comprava,  con l&#8217;orologio in mano e la faccia così, a orologio. Ma lui niente,  passava.<br />
Poi una volta, rientrato dal solito giro, seduto obliquo e storto sulla  sedia della cucina, gli era venuta una pensata. Una cosa che prima non  aveva mai nemmeno considerato: solo a tornare un minuto prima, senza  fruttivendolo, allora sì la trovava in casa, forse, ma ci trovava pure  l&#8217;infelicità. E l&#8217;infelicità andava pure da lui, e magari pure lui  scappava. E ora chissà dov&#8217;era, in giro per il mondo con l&#8217;infelicità,  lui e l&#8217;amore, a scappare da un posto all&#8217;altro, a ripararsi di notte  nei sottoscale, a vedere mille occhi pericolosi, a rotolarsi nelle  pozzanghere per lavarsi il dispiacere, a scacciare i cani e gli spiriti  maledetti, e poi a lamantarsi di continuo, lui e l&#8217;amore, lui e l&#8217;amore,  e l&#8217;infelicità. E invece no. Sante ora poteva andare in giro a pensare  ai fatti suoi, e la sera tornaresenza contare i minuti, facendo tardi  dal fruttivendolo, dal fornaio, sulla panchina, dove voleva, in piazza  aldo moro, nelle case delle casalinghe, dove lo sbatteva il giro.</p>
<p>L&#8217;aveva scampata bella, Sante. Vedi a volte che ti combina un giro poco  più lungo, una deviazione, un salto. Finisce che ti salva la fortuna e  ti riporta a casa, ti siede a un tavolo della cucina e ti lascia lì,  senza l&#8217;amore a digerirti lo stomaco, a centotrentanove solitudini in  fila, a un paio di distrazioni dall&#8217;infelicità.</p>
<p>*****<br />
<em>Questo raccontino è inserito in <a href="http://barabba-log.blogspot.com/2010/09/cronache-di-una-sorte-annunciata-un.html"><strong>Cronache di una sorte annunciata</strong></a>, l&#8217;ultimo lavoro di raccolta, cesello e aggressione motivazionale de Il Many. Leggeteli tutti, i racconti, sono belli.  </em></p>
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		<title>Le cose che uno non scrive</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 07:43:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

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		<description><![CDATA[Le cose che uno non scrive poi vanno tutte in un  posto, che per comodità chiameremo il posto in cui vanno le cose che uno  non scrive, e si alleano tra loro per nuocere a quell&#8217;uno che non le ha  scritte. Le cose che uno non scrive, infatti, sono tutte in fila, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="cbody">Le cose che uno non scrive poi vanno tutte in un  posto, che per comodità chiameremo il posto in cui vanno le cose che uno  non scrive, e si alleano tra loro per nuocere a quell&#8217;uno che non le ha  scritte. Le cose che uno non scrive, infatti, sono tutte in fila, la  mattina, e aspettano l&#8217;assegnazione delle persone che dovranno scriverle,  tipo quando gli extracomunitari si mettono ai bordi delle strade per  aspettare i caporali che dovranno portarli a raccogliere pomodori.  E sono ansiose e speranzose, le cose che aspettano di essere scritte.  Poi a una magari capita un baricco, a una un operatore delle poste, a  una garcia marquez, a molte nessuno. E rimangono lì per qualche minuto,  spaesate e deluse, e poi vanno nel solito posto, quello in cui vanno le  cose che uno non scrive. E si fanno forza, e odiano. Odiano di odio  cattivo, rancoroso. E si ripromettono di mettersi di traverso la  prossima volta che saranno scritte, di aggiungere significati stupidi,  di presentarsi in tutta la banalità che le cose scritte, normalmente,  hanno.  Poi stanno un po&#8217; lì, a farsi il sangue cattivo, e la mattina dopo  pronte di nuovo in fila, ma con una speranza meno luccicante, più matura  e disincantata, come le lampadine impolverate. E magari capitano, quel  giorno, a Garcia Marquez, e allora si dicono, beh cazzo.  Poi va a finire che magari quel giorno Garcia Marquez, che non è che lui  sta sempre lì a scrivere cose fenomenali, è il giorno che deve scrivere  il modulo per l&#8217;allaccio del gas</span></p>
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		<title>Una parola definitiva su Teofilo Sànsciain</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

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		<description><![CDATA[Teofilo Sànsciain era un malfattore assassinava i figli delle signore e rubava i borsellini. E una e due e sette volte. Ma non aveva fatto i conti con la severa signora Nikitična.
Teofilo Sànsciain assassinò il figlio della signora Nikitična con un pugnale e una pistola, e rubò una borsa, una collana, un bracciale con inciso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Teofilo Sànsciain era un malfattore assassinava i figli delle signore e rubava i borsellini. E una e due e sette volte. Ma non aveva fatto i conti con la severa signora Nikitična.<br />
Teofilo Sànsciain assassinò il figlio della signora Nikitična con un pugnale e una pistola, e rubò una borsa, una collana, un bracciale con inciso un nome di figlio. La signora Nikitična pianse, si addolorò, pianse ancora, rinvenne.<br />
Indossò il colbacco e inforcò la borsa non rubata, e camminò per nove mesi.<br />
Nel ghiaccio, nel sole, nei prati, nei vagoni. Camminò ancora. Trovò finalmente Teofilo Sànsciain, in una bettola, a mangiare fagioli neri, non aveva fatto denari con la borsa, la collana , il bracciale. Lo afferrò per il colletto e gli disse cose incomprensibili per dei minuti.<br />
Teofilo Sànsciain se le fece dire senza fare niente.  La signora Nikitična, senza staccarsi dal colletto, uscì dalla bettola, e lo trascinò con sé. Fino a casa. Il ritorno dei viaggi tristi è sempre più breve. Lo fece accomodare nella camera del figlio e gli disse ora sei tu. Gli insegnò a suonare il violino, a ridere a tempo, a rendere omaggio alla vicina paralitica, ad accarezzare il cane, ad accarezzare.<br />
Fu così che Teofilo Sànsciain diventò il figlio della signora Nikitična, che d&#8217;ora in avanti, disse a tutti, non avrebbe pianto che in orari prestabiliti, come chi un figlio ce l&#8217;ha.</p>
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		<title>L&#8217;uomo che credeva nei numeri</title>
		<link>http://www.terzadicopertina.com/2009/luomo-che-credeva-nei-numeri/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 16:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[morte]]></category>

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		<description><![CDATA[Poi c'era l'uomo che credeva ciecamente nei numeri. Credeva nella statistica e nelle probabilità. I numeri superpiccoli gli piacevano tantissimo perché non finivano mai, attaccati a quegli zeri dopo la virgola come un lombrico alle curve mollicce della sua inconsistenza.  Da piccolo, andando a scuola, contava i passi fino all'ingresso, 1791, e ogni cento metri calcolava le proiezioni per sapere a che ora sarebbe arrivato. Ne saltava solo alcuni, di centro metri, per vedere se ci prendeva. Ci prendeva, quasi sempre. Se sgarrava era perché si distraeva, con una macchinina gialla o con un vecchio che bestemmiava gutturale.
O come quella volta che doveva vincere dieci milioni al concorso della gazzetta dello sport.
Aveva partecipato a una specie di tombola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi c&#8217;era l&#8217;uomo che credeva ciecamente nei numeri. Credeva nella statistica e nelle probabilità. I numeri superpiccoli gli piacevano tantissimo perché non finivano mai, attaccati a quegli zeri dopo la virgola come un lombrico alle curve mollicce della sua inconsistenza.  Da piccolo, andando a scuola, contava i passi fino all&#8217;ingresso, 1791, e ogni cento metri calcolava le proiezioni per sapere a che ora sarebbe arrivato. Ne saltava solo alcuni, di cento metri, per vedere se ci prendeva. Ci prendeva, quasi sempre. Se sgarrava era perché si distraeva, con una macchinina gialla o con un vecchio che bestemmiava gutturale.<br />
O come quella volta che doveva vincere dieci milioni al concorso della gazzetta dello sport.<br />
Aveva partecipato a una specie di tombola con le figurine dei calciatori, e a lui per fare tombola mancava solo Brambati, e se fosse uscito, quel giorno, avrebbe vinto. E lui allora per non farsi trovare impreparato si concentrò tutta la notte e pensò: se da qui a domattina mi concentro su tutti gli altri calciatori, rimarrà solo Brambati, e, dato che non possono mica uscire proprio i calciatori che ho pensato io, sicuramente vincerò.</p>
<p>Passò in rassegna tutti i calciatori, Dirceu, Villa, Chierico, Gullit, Vierchowod, tutti, e poi si addormentò. La mattina era certo di vincere, e contando i passi arrivò all&#8217;edicola di fretta, con 12 secondi di anticipo sulla proiezione del bivio del cimitero, e chiese la Gazzetta. Aprì la pagina del concorso e Brambati non c&#8217;era. Capì che l&#8217;errore era nel metodo. Brambati era uno e tutti gli altri erano centinaia, non aveva scampo. E così decise di adottare la strategia contraria, giocare contro l&#8217;improbabile, contro il numero minimo, contro il numero periferico. E allora, davanti all&#8217;edicola, proprio in mezzo alla strada, pensò, &#8220;adesso nel mondo ci saranno cinque miliardi di persone, in centinaia di stati diversi e migliaia di città. E tutte staranno facendo cose diverse, alcune pericolose, molti saranno vecchi e alcuni in fin di vita. Ebbene, io so che ogni secondo nel mondo muoiono circa due persone, se decidessi di morire dovrei scontrarmi contro due miliardi e mezzo di possibilità. La probabilità che io muoia è infinitesima, praticamente impossibile&#8221;. Praticamente impossibile. Non ci prese quella mattina e all&#8217;ingresso lui non c&#8217;era. I calciatori erano duecentonovantaquattro, solo 11 con la B.</p>
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		<title>Genealogia della crisi</title>
		<link>http://www.terzadicopertina.com/2009/genealogia-della-crisi/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 22:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[For a better life]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[crisi]]></category>

		<category><![CDATA[economia]]></category>

		<category><![CDATA[società]]></category>

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		<description><![CDATA[La signora Maria era sposata con il signor Mario, contadino dai calli gommosi.

Il signor Mario raccoglieva zucchine, finocchi e pomodori, la signora Maria lavava casa e faceva dei lavori a uncinetto che vendeva al mercato, il sabato, lavori di un giallino tenue, come la sua pelle. Avevano un cane intelligentissimo, Folco, che faceva la guardia ai polli e alle galline. I bambini della signora Maria e del signor Mario erano Gianluca e Francesca. Gianluca era pigro e riflessivo, Francesca era sveglia e simpatica. Francesca fece l'università perché voleva fare il medico. Gianluca fece il meccanico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La signora Maria era sposata con il signor Mario, contadino dai calli gommosi.</p>
<p>Il signor Mario raccoglieva zucchine, finocchi e pomodori, la signora Maria lavava casa e faceva dei lavori a uncinetto che vendeva al mercato, il sabato, lavori di un giallino tenue, come la sua pelle. Avevano un cane intelligentissimo, Folco, che faceva la guardia ai polli e alle galline. I bambini della signora Maria e del signor Mario erano Gianluca e Francesca. Gianluca era pigro e riflessivo, Francesca era sveglia e simpatica. Francesca fece l&#8217;università perché voleva fare il medico. Gianluca fece il meccanico. Francesca finì poi per fare la fisioterapista. Mario intanto morì, ma come muoiono i morti vecchi, con la delicatezza dell&#8217;erba medica. La signora Maria restò addolorata in casa, a guardare la televisione. Le piacevano Loretta Goggi e Fantastico tre.</p>
<p>Gianluca ebbe tre figli, Antonio, Luca e Beatrice. Beatrice aveva una spiccata propensione per il canto. Antonio era debole di salute. Antonio non finì le medie e andò a lavorare in un centro per vecchi, da assistente e accompagnatore. Gianluca comprò due macchine, una per sé e una per Luca, esperto nuotatore con la passione per la velocità. Quella sua la ruppe dopo nemmeno un mese, sulla A1 all&#8217;altezza di Barberino del Mugello. Beatrice intanto aveva finito il liceo, con il massimo dei voti. Beatrice era molto carina e la presero come annunciatrice alla tivvù.</p>
<p>Luca amava le donne, ne lasciò tante, una dopo l&#8217;altra, e sfrecciava con la sua BMW, e le sue donne. Beatrice comprò una casa in Toscana e si sposò un inglese conosciuto a Montepulciano, il signor David, ingegnere edile. Maria era morta da 3 anni, la casa del signor Mario finì in affitto a una coppia di studenti calabresi, per seicentomila lire al mese, riscaldamento escluso. Antonio andava a pranzo da Beatrice, la domenica, e portava le paste. Fino a che Beatrice non si trasferì a Milano. Allora Antonio continuò ad andare in pasticceria, la domenica, ma prendeva solo un cannolo con la panna, per sé, un cannolo che sapeva di stoppie bruciate. Luca provò a fare l&#8217;assicuratore, per qualche mese, ma con scarsi risultati. Lo tenevano lì solo perché avevano rispetto di Gianluca. Beatrice e David ebbero un figlio, Salvatore, che a scuola andava benissimo, soprattutto in matematica. Antonio era pazzo di Salvatore e quando tornava da Milano lo portava a vedere le partite della Maceratese.</p>
<p>Alla morte di Francesca, la casa di Mario fu venduta e con il ricavato Gianluca acquistò un bilocale per Antonio, così magari ci andava a vivere con qualcuna. Luca beveva troppo. Beatrice finì in una di quelle trasmissioni con molti opinionisti, sulla penultima sedia a sinistra. Lasciò David dopo che questi gli aveva confessato una scappatella con la barista diciottenne, Silvia, troia delicata. Luca provò a lavorare alla Indesit, come ragioniere, ma spendeva quasi quattrocento euro di sigarette e sambuca. Salvatore dopo la maturità fece un anno di Scienze della Comunicazione, ma poi trovò lavoro come agente di commercio, vendeva ricambi per auto.</p>
<p>Luca perse il lavoro e chiese dei soldi a Salvatore, di nascosto da Beatrice. Salvatore gli disse che poteva dargli solo cinquecento euro, perché di più non ne aveva da parte. Si incontrarono in una trattoria. In tivvù c&#8217;era Beatrice che leggeva l&#8217;oroscopo di marzo, in una di quelle tivvù locali con le pubblicità dei concessionari auto dappertutto. Luca ordinò una coscia di pollo con le patate, Salvatore una pizza alle verdure. In quella trattoria non si mangiava bene, il pollo era cotto male, e le verdure non sapevano di niente.  Entrambi scansarono il rosmarino. Salvatore tirò fuori i soldi e li posò sul tovagliolo di Luca. Luca li mise in tasca con un gesto veloce, per non dare nell&#8217;occhio. Finirono di mangiare velocemente, si salutarono sulla porta. Sul piatto erano rimasti un po&#8217; di pollo attaccato all&#8217;osso, qualche rondella di zucchina e una pelle di pomodoro.</p>
<p>La pelle di pomodoro pendeva dal bordo del piatto, sopra la tovaglietta di carta, tra la P e la Y di una scritta dorata con troppe grazie, Happy Hour, diceva. Happy Hour.</p>
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		<title>Ma signorina ma com&#8217;è bella</title>
		<link>http://www.terzadicopertina.com/2009/ma-signorina-ma-come-bella/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 09:23:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cattive intenzioni]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[amore]]></category>

		<category><![CDATA[donne]]></category>

		<category><![CDATA[storie]]></category>

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		<description><![CDATA[E così un giorno ti ritrovi che ti sembra di non aver mai visto nulla del genere, tornando a casa, con la busta della Coop. Roba di anni di lavoro artigiano. Bella come le fragole il 18 maggio, con il Giro d'Italia alla tivvù. E poi lucente, illuminata, scolpita da curve e fendenti con un coltello a lama liscia. E allora la avvicini e ci provi nei modi più incredibile che conosci. Le dici, ma signorina, ma com'è bella, ma chi l'ha fatta così. Le chiedi se esiste, e se la sua pelle è edificabile, se digerisce all'ingiù, e lei ti dice che sì, c'è sempre stata, ma da un'altra parte, e tu non la vedevi. E così la porti a cena, e le racconti tante cose, le dici che avresti potuto parlarle di Anassimandro, dello strutturalismo e di quell'ottimo brodetto di pesce. E poi lei ci sta, ti elegge, hai la schiacciante maggioranza della totalità delle sue parti, e tu ci credi, vai avanti e la fai tua, che stronzata questa di far propria la gente... [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E così un giorno ti ritrovi che ti sembra di non aver mai visto nulla del genere, tornando a casa, con la busta della Coop. Roba di anni di lavoro artigiano. Bella come le fragole il 18 maggio, con il Giro d&#8217;Italia alla tivvù. E poi lucente, illuminata, scolpita da curve e fendenti con un coltello a lama liscia. E allora la avvicini e ci provi nei modi più incredibile che conosci. Le dici, <strong>ma signorina, ma com&#8217;è bella</strong>, ma chi l&#8217;ha fatta così. Le chiedi se esiste, e se la sua pelle è edificabile, se digerisce all&#8217;ingiù, e lei ti dice che sì, c&#8217;è sempre stata, ma da un&#8217;altra parte, e tu non la vedevi. E così la porti a cena, e le racconti tante cose, le dici che avresti potuto parlarle di Anassimandro, dello strutturalismo e di quell&#8217;ottimo brodetto di pesce. E poi lei ci sta, ti elegge, hai la schiacciante maggioranza della totalità delle sue parti, e tu ci credi, vai avanti e la fai tua, che stronzata questa di far propria la gente. La schianti con orgasmi da avanspettacolo e millanti organi riproduttivi con interlinee non di questo mondo. E lei ci sta, e tu la apposti, e le chiedi ma sei tu? ma davvero non ti avevo vista? Ma dov&#8217;eri che io eran dieci anni che ti cercavo? E lei sì, son qui, ci siamo semplificati come tre e meno tre e tanti zeri a questionare, e scopiamo che a far l&#8217;amore son bravi tutti. E la porti con te, allora, e la digerisci, e la massacri di cose belle, e la circumnavighi con la tua spocchia di amante amato. E lei ti ama, non sai quanto, e lei ti ama, le vedi negli occhi e nel rosa delle mani che ti ama per elezione, come un popolo di un paese ancora memore della dominazione, ti ama come il boom economico, come la seicento, e tu ti mangi tutto il suo amore, e il tuo, nello stesso piatto.</p>
<p>E così lei svanisce, perché diventa come il tuo intestino, o un piede. &#8220;Siamo parte della stessa cosa&#8221; le dici, siamo un corpo solo. E lei ti dice che sì, che lei c&#8217;è sempre stata. E tu allora un giorno torni a casa, con due buste della Coop, e la guardi, e le fai cenno con un sorriso qualsiasi, <strong>ma signorina, mi scusi, devo essermi sbagliato.</strong><strong><br />
</strong></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;uomo che aveva visto il disco volante</title>
		<link>http://www.terzadicopertina.com/2009/luomo-che-aveva-visto-il-disco-volante/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 20:43:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Poi c'era l'uomo]]></category>

		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[alieni]]></category>

		<category><![CDATA[disco]]></category>

		<category><![CDATA[racconti]]></category>

		<category><![CDATA[società]]></category>

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Lo diceva da anni e ormai tutti continuavano ad ascoltarlo come si ascolta Il cielo in una stanza, o l&#8217;inno della Champions league. Lo raccontava soprattutto a quelli che non conosceva, ai bambini, ai pochi turisti e a qualche matto.  Diceva di averlo visto, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poi c&#8217;era l&#8217;uomo che diceva di aver visto il disco volante.<br />
Lo diceva da anni e ormai tutti continuavano ad ascoltarlo come si ascolta Il cielo in una stanza, o l&#8217;inno della Champions league. Lo raccontava soprattutto a quelli che non conosceva, ai bambini, ai pochi turisti e a qualche matto.  Diceva di averlo visto, il disco, in una notte di settembre, una di quelle notti in cui non dormi perché l&#8217;estate è finita, e magari non dormi perché non ti va di ricominciare tutto, e lo diceva come se già questo fosse straordinario.<br />
Diceva di aver sentito solo una specie di fischio, fuori dalla finestra, e di essersi affacciato per vedere, dato che non dormiva. E poi, diceva, aveva notato come un chiarore irreale, scendere giù verso la piana. Poi si era rimesso a letto, che tanto queste cose son sempre dei fuochi di paglia, va a finire che la mattina qualcuno dice che son stati i militari, o l&#8217;areonautica, con gli esperimenti che fanno loro. Ma invece la mattina, uscendo verso il campo per andare a togliere le lumache dai finocchi, nella piana c&#8217;era davvero qualcosa, c&#8217;era un disco volante, o che aveva volato, ed era lì, appoggiato sul grano arso. Era lucente e tondo, come una frittella appena tirata su dall&#8217;olio, e sembrava dovesse pesare molto, tutto di metallo com&#8217;era. E non c&#8217;era nessuno, perché lì non ci andava mai nessuno, da quando Ernesto aveva lasciato il campo agli stranieri. E allora, l&#8217;uomo che diceva di aver visto il disco volante, ci entrò in quel disco. Con la paura in spalla, ma ci entrò, perché se piove non è che lasci lì a marcir le rape. E dentro era come fuori, lucente e perfetto, come una scatoletta di tonno. E c&#8217;era un uomo del disco volante, strano, ma uomo.<br />
Basso era basso, e anche particolare, ma non metteva paura. Era solo un&#8217;altra cosa, ma non una cosa tipo E.T. che ti vien voglia di sezionarla per vedere se ha il cuore. Quello ce l&#8217;aveva sicuro il cuore, magari diverso, ma ce l&#8217;aveva.<br />
E allora lui si fece avanti, con i modi da contadino, a chiedere qualcosa, come l&#8217;avrebbe chiesto a un vu cumprà, con la giustificazione del contadino. E quello aveva pure risposto, ma non gli aveva detto niente di sorprendente, solo che era venuto a vedere, che loro erano lontani, ma che sapevano parecchie cose. E che sarebbe ripartito subito, il tempo di far delle cose a dei bottoni, perché non c&#8217;era mica tanto da scoprire, nella piana.<br />
E allora, l&#8217;uomo che diceva di aver visto il disco volante, uscì e si mise ad aspettare sotto al disco, per non perdere nulla di quello che stava per raccontare.</p>
<p>Dopo una mezzoretta il disco cominciò a far rumore, e in due secondi era scomparso, in verticale, come i grilli nell&#8217;erba medica. Lui tolse le lumache dai finocchi e tornò a casa, a ripensare a quel che aveva visto. E pensò che questa cosa l&#8217;avrebbe raccontata per chissà quanto tempo, al bar. E che avrebbe detto di aver visto il disco volante, lui, e di averci parlato con l&#8217;uomo del disco volante. E avrebbe detto a tutti che quello gli aveva spiegato che non c&#8217;era mica tanto da fare qui nella piana.</p>
<p>E lui lo avrebbe detto a tutti, anche ai signori per strada, e ai sapientoni, che lui poi lo diceva da sempre, che qui sulla terra non c&#8217;era mica da far cose così incredibili, da darsi delle arie.<br />
C&#8217;era solo da toglier lumache ai finocchi.</p>
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		<title>La guerra, la fame e il pesce sperso</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 21:17:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Mia nonna era povera e quando cucinava non aveva mai niente da mettere nel sugo.
La carne era un lusso delle feste, il pesce era una cosa viva che stava nel fiume e, forse, nel mare. Però mia nonna aveva una ricetta che tirava fuori quando il solito sugo diventava ripetitivo: era la ricetta del &#8220;pesce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mia nonna era povera e quando cucinava non aveva mai niente da mettere nel sugo.<br />
La carne era un lusso delle feste, il pesce era una cosa viva che stava nel fiume e, forse, nel mare. Però mia nonna aveva una ricetta che tirava fuori quando il solito sugo diventava ripetitivo: era la ricetta del &#8220;pesce sperso&#8221;, una ricetta che qualcuno in Abruzzo ancora se la ricorda. Faceva  un sugo timido e lo trattava come se dentro avesse dovuto cuocerci un pesce. E ci metteva il prezzemolo e l&#8217;aglio e tutte quelle cose profumate da pesce. E allora l&#8217;odore ricordava quello di un sugo vero, di mare, e magari qualcuno per qualche istante immaginava pure di mangiarselo, il pesce.</p>
<p>In Vietnam, invece, qualche anno più tardi, durante la guerra, la povertà era diversa.  Lì la gente moriva più per altre cose, e quindi non moriva molto per fame. Però spesso le famiglie si ritrovavano a dover stare nascoste nella boscaglia per cercare almeno di morire di fame, invece che di bombe e di marines. Nella boscaglia di certo pesci non ce n&#8217;erano, ma si racconta che le nonne e le mamme vietnamite usavano una ricetta simile a quella di mia nonna: facevano la loro zuppetta, ché lì il sugo non andava molto, e, per evocare il ricordo del pesce, ci mettevano sopra un pescetto di legno. Era sperso anche lì il pesce, però faceva fare un bel figurone quando lo portavi in tavola ai bimbetti vietcong.<br />
Non so davvero come abbia fatto mia nonna a spiegare la ricetta alle signore vietnamite, perché mia nonna non aveva mica la patente e non è mai andata fin laggiù; probabilmente alle persone povere viene in mente questa cosa del pesce, non so, ma comunque poi in Italia le cose da mangiare sono aumentate, nel sugo han preferito metterci gli animali veri e la gente ha imparato a morire in altri modi.<br />
In Vietnam invece è terminata la guerra, e il Vietnam ha pure vinto. Peccato che poi mia nonna sia morta e che anche lì non siano riusciti a morir tutti di fame, altrimenti adesso magari a Gaza non dovrebbero arrangiarsi con quel sugo che non sa di niente. Lì che poi son davvero  sfortunati perché c&#8217;è pure tanta polvere, anche lì ci avrebbe pensato mia nonna col prezzemolo, l&#8217;aglio e tutte quelle cose profumate da pesce.</p>
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		<title>La matta</title>
		<link>http://www.terzadicopertina.com/2008/matta/</link>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 06:59:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[cazzi miei]]></category>

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		<category><![CDATA[mero vissuto]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando ero piccolo c'era nel mio quartiere una ragazza, Lorella si chiamava, che non era normale. Era matta, semplicemente, e io ero andato a vedere sull'enciclopedia di che cos'era matta.

Era una malattia che le aveva riempito il cervello di chiazze rosse e gialle, tipo peperoni, mentre il cervello di noi normali era rosa pallido. Lorella era sempre con noi quando giocavamo, e ci seguiva ovunque. Seguiva me, in particolare, e mi chiamava sempre, tanto che io la sentivo anche da dentro casa a volte. Cantava delle canzonette che sentiva in giro e al posto delle parole vere ci metteva i nostri nomi, e il mio quasi sempre...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ero piccolo c&#8217;era nel mio quartiere una ragazza, Lorella si chiamava, che non era normale. Era matta, semplicemente, e io ero andato a vedere sull&#8217;enciclopedia di che cos&#8217;era matta.</p>
<p>Era una malattia che le aveva riempito il cervello di chiazze rosse e gialle, tipo peperoni, mentre il cervello di noi normali era di un bel rosa pallido. Lorella era sempre con noi quando giocavamo, e ci seguiva ovunque. Seguiva me, in particolare, e mi chiamava sempre, tanto che io la sentivo anche da dentro casa a volte. Cantava delle canzonette che sentiva in giro e al posto delle parole vere ci metteva i nostri nomi, e il mio quasi sempre. Quando giocavamo a pallone raccoglieva la palla. Quando giocavamo a nascondino si nascondeva pure lei, ma poi nessuno andava a cercarla, e allora usciva da sola, dopo un po&#8217;. Lorella in realtà era più grande di noi, di qualche anno, ma faceva giochi da piccoli e parlava come una di 4 anni.</p>
<p>Noi ce l&#8217;avevamo sempre tra i piedi, ma in realtà non ci dava fastidio, eravamo abituati e poi non faceva niente. Stava lì a fare numero, e poi tutti sapevano che c&#8217;era Lorella, che era matta.</p>
<p>Io certe volte, quando ero proprio piccolo, facevo finta che fosse normale, per vedere se magari stesse facendo finta ma che poi in realtà capiva tutto. Allora poi di punto in bianco le chiedevo cose da persone normali, tipo &#8220;ma perché fai la matta&#8221; e lei per qualche istante sembrava pure che capisse, e in quei secondi restavo col fiato sospeso perché pensavo, ecco, ora mi dice che lei sa tutto e che fa la matta per vedere se ci comportiamo bene lo stesso con lei, e magari poi dice a tutti chi l&#8217;ha trattata male. Io non la trattavo male, però se poi mi avesse detto queste cose io avrei dovuto far finta di non sapere niente davanti agli altri. E allora dentro di me speravo che non me le dicesse davvero. E quando poi, dopo aver fatto finta di pensare per qualche secondo, quando poi ricominciava a cantare le sue canzonette sceme, allora io ero contento. Perché così non avrei dovuto dire che era normale, e tutta questa storia strana, e non mi avrebbero mica preso per matto.</p>
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		<title>Il mio di amore</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 06:41:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>azael</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Timesnewroman]]></category>

		<category><![CDATA[amore]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mio di amore, ne sapete un cazzo voi, è una cosa che ti ferma per strada, e tu non sai perché, come un masso che precipita dal sesto piano di un palazzo di tre piani, e ti sbarra la strada e ti ferma. E tu non puoi scegliere di far finta di niente, che lui ti sbarra la strada e ti mette tra parentesi, tra lui e il traffico, la gente, il resto del mondo, la rivoluzione francese, le paste al cioccolato, la madonna e il santo rosario. Il mio amore è divisibile per sette e non dà resto.

E' implacabile il mio amore. E' una di quelle equazioni lunghissime che le vedi e non sai proprio come risolvere...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mio di amore, ne sapete un cazzo voi, è una cosa che ti ferma per strada, e tu non sai perché, come un masso che precipita dal sesto piano di un palazzo di tre piani, e ti sbarra la strada e ti ferma. E tu non puoi scegliere di far finta di niente, che lui ti sbarra la strada e ti mette tra parentesi, tra lui e il traffico, la gente, il resto del mondo, la rivoluzione francese, le paste al cioccolato, la madonna e il santo rosario. Il mio amore è divisibile per sette e non dà resto.</p>
<p>E&#8217; implacabile il mio amore. E&#8217; una di quelle equazioni lunghissime che le vedi e non sai proprio come risolvere, ma poi ti metti lì con la calcolatrice vicino, e stai ore, sul tavolo della cucina, ma poi verso le sette e mezza, che è quasi ora di cena, vedi che l&#8217;equazione si è accorciata, semplificata e son rimaste 3 o 4 cose facili da calcolare, frazioni tipo un mezzo e tre quarti, non come sette tredicesimi. E vedi il risultato senza nemmeno usare la calcolatrice. E&#8217; semplice, allora, ma ha superato pagine e pagine di fogli a quadretti con calcoli difficilissimi per arrivare lì, così perfetto e lampante.</p>
<p>Evidente. Un sasso che ti sbarra la strada. Una mela verde nel frigorifero. Una cosa che per farla da solo, saresti dovuto star lì anni. Che tu una casetta con un albero a fianco sapresti disegnarla, e anche spiegarla a voce, sapresti dire esattamente com&#8217;è, ma valla poi a rifare tu la casetta, con i mattoni e tutto il resto. E l&#8217;albero, vai a rifare l&#8217;albero. Sei mica dio, poi, che ti metti a rifare gli alberi. Ma il mio amore  mica m&#8217;ha chiesto niente. Lui m&#8217;ha fermato e m&#8217;ha detto &#8220;ehi, fermati, sono il tuo amore&#8221;. Perché il mio amore è una cosa che ti ferma per strada.</p>
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