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L’uomo che conservava i ricordi

Poi c’era l’uomo che i ricordi li conservava. Li metteva in una stanza, facendo dei mucchietti con dei fogli delle stesse dimensioni.
Era un uomo vecchio e di cose ne aveva viste tante, così tante che parecchie le aveva dimenticate. Ma le persone non le dimenticava. Quelle importanti, almeno. Non che ne avesse avute così tante, ma quelle dieci persone a cui aveva voluto bene le teneva in grande considerazione.

Lui faceva così. Ogni volta che incontrava qualcuno prendeva qualche appunto su un foglietto…

Le parole infelici della memoria

Bisogna scegliere parole appropriate per raccontare la shoah.
La memoria, si dice, è necessaria per non ripetere gli orrori del passato. Ma come può la memoria raccontare di cose che la stessa storia non è riuscita a mettere in fila in un racconto accettabile? E’ una questione di parole, di accuratezza nelle scelte, per rispetto di tutti i protagonisti di quel disastro da ricordare, per rispetto dei morti.

Cominci a provare “oppressione”, ma ti rimane sulla lingua quel puzzo di carne cotta e allora ti sposti su “strage”. Strage ti rende giustizia, ma solo fino a quando non ricordi del sorriso dei kapò, e allora ti vien voglia di chiamarlo “massacro”, perché tra la C e la R i denti ti stridono in bocca. E ti si presenta quel treno che frena sul binario coperto dalla neve. E proprio la neve ti sussurra all’orecchio che forse dovresti dire “ingiustizia”, ma è perché la neve non sa dire cose che durano.

Ultimi commenti

  • ele: che bello, complimenti per il blog e per questo post
  • azael: @slacko: certo, il risultato era, ovviamente, 42
  • slacko: Ma l’equazione l’hai risolta poi?
  • vale: ca sa ruban pur i mutant sporchi ca tien addosso capisc stamm quawiat
  • alicia: bello, è un pensiero che hanno avuto tanti prima o poi, credo