Comoda potrebbe essere comoda, anche se effettivamente sono ancora poche le persone che già padroneggiano una qualsiasi forma di valuta digitale. Ma, nonostante questo, il 64% degli adulti sarebbe interessato a una valuta digitale nazionale. Lo rivela un recente report della società di deep tech Guardtime, svolto in dieci paesi, tra cui le principali economie europee e asiatiche, oltre agli Stati Uniti e agli Emirati Arabi Uniti. L’indagine afferma che ben il 64% dei cittadini sarebbe interessato a utilizzare una valuta digitale lanciata dalla banca centrale e dal governo del proprio paese. Solo il 10% degli intervistati ha dichiarato che non utilizzerebbe mai una valuta digitale della banca centrale (CBDC). Un terzo degli adulti intervistati sarebbe favorevole alla conversione dei propri risparmi in CBDC entro un mese e il 26% lo farebbe entro sei mesi. Solo l’11% afferma che non convertirebbe mai i risparmi in un CBDC. Ancora, riporta il rapporto ripreso da Adnkronos, per quanto riguarda lo stipendio, circa il 30% degli intervistati si mostra favorevole alla possibilità di riceverne il pagamento in CBDC entro un mese e un altro 27% sarebbe disponibile alla transizione nell’arco di sei mesi. Soltanto il 12% di chi ha partecipato al sondaggio ha detto che non accetterebbe mai di essere pagato in un CBDC.

La pandemia ha spinto verso i pagamenti digitali

Questo cambio di passo è probabilmente dovuto anche alla recente pandemia, che ha contribuito a digitalizzare l’economia e di conseguenza le persone mostrato una maggiore attenzione e un maggiore interesse anche nei confronti del lancio di valute digitali da parte delle banche centrali. E infatti l’86% delle istituzioni governative sta effettivamente studiando soluzioni in questo senso, il 60% sta già sperimentando la tecnologia e il 14% è già in fase di implementazione di un progetto pilota: lo dice una recente ricerca della Banca dei regolamenti internazionali. Probabile quindi che presto vedremo la nascita di valute digitali nazionali da parte delle banche centrali.

I vantaggi secondo gli utenti

Anche se i consumatori coinvolti nel report abbiano dichiarato di non voler necessariamente abbandonare i contanti, la maggioranza di loro si è detta disposta a effettuare più della metà delle loro transazioni tramite CBCD entro pochi mesi dal lancio della valuta digitale. Che, sempre secondo il sentiment degli utenti, viene percepita in grado di di rendere il commercio più efficiente, di garantire un maggiore accesso finanziario a milioni di persone e di ridurre la criminalità oltre all’evasione fiscale.

Ottime notizie per il sistema industriale lombardo, che nel secondo trimestre del 2021 mette a segno performance tali da superare addirittura i livelli pre crisi. L’accelerazione del settore è confermata da Unioncamere Lombardia, che evidenzia un incremento del +3,7% congiunturale e un deciso rimbalzo sull’analogo periodo del 2020, con un ragguardevole +32,5%. Ma il dato più confortante è quello relativo al rapporto sulla media del 2019, prima della pandemia, che conferma che l’industria in Regione è cresciuta addirittura del +9,3%. Tuttavia, nonostante le ottime prestazioni, l’industria lombarda viaggia ancora a due velocità: hanno messo il turbo le imprese della produzione industriale, mentre faticano di più a recuperare i livelli pre crisi le aziende artigiane manifatturiere, che mostrano un più modesto rimbalzo tendenziale (+22,6%) e un rapporto rispetto al 2019 che si ferma a -5,6%. 

“Aspettative positive per la produzione, la domanda e l’occupazione”

“Nel secondo trimestre la produzione del settore manifatturiero lombardo accelera sensibilmente per le imprese industriali, ma gli artigiani faticano ad agganciare la ripresa” dichiara il Presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio. “Con questo incremento dell’indice della produzione, l’industria ha ampiamente recuperato i livelli produttivi pre-crisi, che purtroppo sono ancora distanti per l’artigianato. I segnali positivi sono confermati dagli ordinativi, con la produzione assicurata ai massimi sia per l’industria (76,1 giornate) che per l’artigianato (43,4 giornate) e con aspettative positive per la produzione, la domanda e l’occupazione. Permangono le tensioni sui prezzi delle materie prime con incrementi a due cifre: +11,0% congiunturale per l’industria e +13,8% per l’artigianato, ma gli imprenditori sono ottimisti”.

In risalita fatturato e ordinativi

Il fatturato a prezzi correnti dell’industria cresce del 4,6% congiunturale: il confronto con la media 2019 registra un +18,3% che è legato anche agli incrementi di prezzo in atto. Per le imprese artigiane il fatturato cresce del +1,0% congiunturale e si rivela insufficiente a recuperare i livelli pre-crisi (-3,8% il confronto con la media 2019).Gli ordinativi dell’industria crescono del +6,1% congiunturale dall’estero e del +3,8% dall’interno superando i livelli pre-crisi (+19,6% per la domanda estera e +10,0% per quella interna. Risultati più contenuti per l’artigianato con un incremento congiunturale dell’1,7% per il mercato interno e dello 0,4% per l’estero. Il livello pre-crisi viene superato dagli ordini dall’estero (+7,0%) ma non per quanto riguarda il mercato interno (-6,9%). La quota del fatturato estero sul totale rimane elevata per le imprese industriali (38,7%) e resta poco rilevante per le imprese artigiane (7,4%).

Il 64,3% degli 824,2 miliardi di spese annue dei 25,6 nuclei familiari residenti nel nostro Paese, pari a 528,7 miliardi di euro, è destinata a casa, cibo, e vestiario.
Lo rileva l’analisi realizzata dal Centro studi di Unimpresa, dal titolo La spesa degli italiani e il peso delle tasse. Secondo lo studio, le quote maggiori della spesa sono infatti quelle per l’abitazione, pari a 274 miliardi di euro, comprese le utenze, il 33% del totale, e per il cibo, pari a 141 miliardi, il 17%. In pratica oltre il 50% dei consumi delle famiglie italiane, cioè 415 miliardi, è riferito alle voci relative alla casa e alla spesa alimentare.

L’ammontare delle spese dal tempo libero all’istruzione

Per il tempo libero e la cultura, le famiglie italiane sborsano invece 41,3 miliardi (5,0%), più di quanto sia necessario per pagare i 38,8 miliardi di cure sanitarie (4,7%).L’abbigliamento (vestiario e calzature) comporta uscite per 36,9 miliardi (4,5%), poco di più di quanto si spenda per alberghi e ristoranti (36,3 miliardi, 4,4%). Per mobili ed elettrodomestici, poi, si spendono 35,3 miliardi (4,3%), mentre le rate dei mutui comportano esborsi per 26,9 miliardi (3,3%). Per le comunicazioni, comprese le utenze per la telefonia, fissa e mobile, si spendono 20,7 miliardi (2,5%), mentre alcolici e tabacchi costano 13,9 miliardi (1,7%). Fanalino di coda la voce “istruzione” con 7,1 miliardi (0,9%). 

Attenzione alla riforma fiscale e alle esigenze delle famiglie

“Il regime della tassazione dei consumi è estremamente complesso e articolato, sarà cruciale, nel momento in cui si metterà mano, nell’ambito della riforma fiscale, anche all’Iva, prestare la massima attenzione ai comportamenti delle famiglie e alle loro esigenze. Nessuno dovrà essere penalizzato dalle nuove norme tributarie – commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara -. “La determinazione delle aliquote Iva, e non solo quelle, viene considerata spesso una scelta squisitamente tecnica, ma è, in realtà, una decisione dall’alto peso politico: ne consegue che il governo e il Parlamento, in sede di definizione di eventuali, nuovi livelli di tassazione, dovranno essere consapevoli del significativo impatto sociale delle misure”.

L’Iva sui consumi delle famiglie garantisce allo Stato 62,8 miliardi di entrate

Quanto agli aspetti fiscali, riporta Agi, l’Iva sui consumi di 25.667mila famiglie garantisce allo Stato un gettito annuo di 62,8 miliardi di euro. Rispetto alla spesa di 824,2 miliardi complessivi, l’imponibile è pari a 429,7 miliardi, mentre la spesa esente da tassazione si attesta a 330,9 miliardi. Le due aliquote agevolate (al 4% e al 10%) assicurano incassi erariali, rispettivamente, per 2,8 miliardi e 16 miliardi, mentre l’aliquota ordinaria (22%) pesa per 44,1 miliardi. L’aliquota media calcolata, considerando base imponibile e gettito complessivo, si attesta al 14,6%, e la spesa totale al netto dell’Iva è pari a 760,6 miliardi.

Se da un lato il Covid ha scosso l’intero sistema economico, portando una profonda crisi, dall’altro ha dato l’opportunità di rivedere alcuni paradigmi che rischiavano di paralizzare il mondo del lavoro, accelerando il processo di digitalizzazione in ogni ambito e responsabilizzando maggiormente i dipendenti attraverso il lavoro da remoto. Insomma, la Pandemia ha mutato il mondo del lavoro, cambiando il modo di concepire l’idea stessa di lavoro, i rapporti tra colleghi e con i dipendenti, così come il modo di cercare nuove opportunità lavorative o selezionare nuove figure professionali.

Un contesto in continuo mutamento
In un contesto in continuo mutamento, a fare la differenza nella scelta delle migliori figure professionali da inserire nel proprio team sono le soft skills, soprattutto se avvalorate da lettere di referenze da parte di ex colleghi o datori di lavoro. Viene meno poi il concetto di ufficio e scrivania, si lavora per obiettivi da qualsiasi parte del mondo, abbattendo i confini geografici e dando maggior valore alle competenze di ognuno. Il mondo del lavoro appare, dunque, sempre più globalizzato, per questo il vero capitale del futuro sarà rappresentato dalla reputazione.

“Oggi è tutto online”

 “Con la pandemia è cambiato non solo il modo di lavorare, ma anche l’impostazione della ricerca, e soprattutto i settori e le aziende privilegiate”, commenta Fernando Angulo, Responsabile della comunicazione di Semrush, piattaforma di Saas per la gestione della visibilità online. Inoltre, prima del Covid, “almeno il secondo colloquio veniva svolto in presenza, per valutare anche tutta una serie di soft skills, magari con piccoli test attitudinali – aggiunge Andrea Polo, CEO & Founder di Milano EXE, agenzia specializzata in recruiting -. Oggi è tutto online, per questo la lettera di referenze assume un peso sempre maggiore”. 

Performance management, coaching e sviluppo di competenze relazionali
“In periodi di crisi, la scelta migliore è quella di investire su sé stessi e acquisire nuove competenze, che possano rappresentare un vantaggio competitivo. In questo modo, a differenza di quanto si creda, è possibile reinventarsi a qualsiasi età, cambiando completamente lavoro – afferma Roberto Castaldo, Presidente e fondatore del Centro Studio Performance di 4 MAN Consulting -. È importante, quindi puntare a implementare la performance management, il coaching e lo sviluppo di competenze relazionali”. 
Ma per le aziende oggi lavorare sulla propria reputazione e guardare oltre il profitto “diventa essenza stessa del profitto, perché uno dei principali criteri con i quali si finanzieranno le imprese sarà quello reputazionale – sostiene Davide Ippolito, Ceo di Zwan, agenzia di reputation marketing e cofondatore di Reputation Rating -. Per gli imprenditori, però, è importante capire che la reputazione non è solo ciò che viene scritto sui social o nelle recensioni, ma si tratta di un parametro complesso, composto da asset interni ed esterni molto diversi tra loro”.

Come sta andando il comparto immobiliare italiano dopo lo tsunami del coronavirus? Il terzo trimestre del 2020 si è chiuso in positivo, però le prospettive per il breve e medio periodo sono decisamente meno ottimistiche. A delineare gli scenari è l’indagine congiunturale Bankitalia condotta presso 1.490 agenti immobiliari dal 4 novembre al 9 dicembre 2020. Più nel dettaglio, la quota di agenzie che hanno venduto almeno un immobile nel terzo trimestre è risalita su valori in linea con quelli precedenti lo scoppio dell’epidemia di Covid-19; il saldo percentuale negativo fra la quota di coloro che riportano una flessione e un incremento dei prezzi è rimasto stabile rispetto alla precedente rilevazione. I giudizi sulle condizioni della domanda sono migliorati, così come quelli sull’andamento dei nuovi incarichi a vendere; i tempi di vendita e lo sconto medio sul prezzo richiesto dal venditore sono rimasti stabili.

Cambia la tipologia di immobili richiesti

Si conferma l’indicazione secondo cui, dopo lo scoppio della pandemia, sarebbe aumentata la dimensione media delle abitazioni oggetto di compravendita, così come la quota di transazioni riguardanti unità abitative indipendenti e quella relativa ad alloggi con disponibilità di spazi esterni. Al contempo, secondo quasi il 40% degli agenti il prezzo medio totale delle case scambiate da aprile in poi sarebbe più basso rispetto a un anno prima, contro l’8,1% che ritiene sia stato più alto. Nel confronto con i mesi precedenti l’epidemia, sarebbe inoltre aumentata la quota di coloro che hanno urgenza di entrare in possesso dell’alloggio, soprattutto al Nord. La quota di compravendite finanziate con mutuo ipotecario è scesa al 71,5%, su valori analoghi a quelli della fine del 2019. Stabile, infine, il rapporto fra l’entità del prestito e il valore dell’immobile al 77%.

Prospettive in chiaroscuro

Sempre in base all’indagine, gli agenti immobiliari intervistati hanno fatto prospettive più cupe sul prossimo futuro. Le previsioni sul proprio mercato di riferimento sono decisamente peggiorate rispetto alla precedente rilevazione, sia per il quarto trimestre sia nel medio termine; anche le attese sul mercato nazionale sono divenute più sfavorevoli. La maggior parte degli agenti prevede effetti negativi dell’epidemia sulla domanda di abitazioni e sui prezzi di vendita; gli effetti sui prezzi sarebbero più persistenti e si protrarrebbero oltre la metà del 2021. Il 46,7% degli operatori ha aspettative sfavorevoli per il quarto trimestre (contro appena il 4,7 di favorevoli) e per circa un terzo di essi le prospettive rimangono negative anche su un orizzonte biennale. Il saldo fra la quota di agenzie che prevede un aumento dei nuovi incarichi a vendere nel trimestre in corso e la percentuale di coloro che se ne attendono una riduzione è divenuto negativo (-26 punti percentuali). Anche le attese sull’evoluzione dei prezzi di vendita rimangono decisamente orientate al ribasso: il relativo saldo è sceso a -43,6 (da -31,9 nella precedente rilevazione).

Entro la fine dell’anno sono circa 1 milione e 140 mila le ragazze tra i 15 e i 29 anni che rischiano di trovarsi nella condizione di non studiare, non lavorare e non essere inserite in alcun percorso di formazione. Un limbo in cui già oggi è intrappolata 1 ragazza su 4, con picchi che si avvicinano al 40% in Sicilia e in Calabria, ma che vede alte percentuali anche in Trentino Alto Adige, dove a fronte del 7,7% dei ragazzi Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale, le ragazze sono quasi il doppio (14,6%). Sono alcuni dati emersi da ‘Con gli occhi delle bambine’, l’undicesima edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio diffuso da Save the Children.   

Una crepa che si forma nella prima infanzia

Il gap con i coetanei maschi affonda le proprie radici proprio nell’infanzia, e non accenna a ridursi, nonostante bambine e ragazze siano più brave dei loro coetanei a scuola, si mostrino più resilienti e cooperative, abbiano competenze maggiori in lettura e in italiano, e arrivino a laurearsi molto più dei ragazzi. L’istruzione però rappresenta il principale fattore protettivo per le giovani all’ingresso nel mondo del lavoro. Una percezione che spinge a studiare fino a ottenere una laurea un terzo delle giovani, a fronte di solo un quinto dei giovani maschi, uno dei gap più ampi d’Europa.

Una segregazione orizzontale nei settori più innovativi Stem e Ict

Le bambine e le ragazze accumulano durante il loro percorso scolastico lacune nelle materie scientifiche, già ravvisabili dal secondo anno della scuola primaria, ma che crescono fino ad arrivare a uno svantaggio che sale a -10 punti Invalsi all’ultimo anno delle scuole superiori. Quando si iscrivono all’università, poche scelgono le facoltà in ambito scientifico-tecnologico (Stem), e solo il 16,5% delle giovani laureate tra i 25 e i 34 anni ha conseguito il titolo in questo settore, a fronte di una percentuale più che doppia (37%) per i maschi. Un percorso che conduce alla segregazione orizzontale nel lavoro e nelle carriere nei settori più innovativi (Stem e Ict).

Ai margini di ogni progetto per il futuro

Perfino nel mondo accademico i divari di genere sono ancora forti. Se nel 2018 le donne rappresentavano il 55,4% degli iscritti ai corsi di laurea, il 57,1% dei laureati, e il 50,5% dei dottori di ricerca, pur essendo in maggioranza nei percorsi di formazione universitaria restano le Cenerentole nella carriera accademica, fin quasi a scomparire ai vertici. Nel mondo del lavoro, poi, le persistenti forme di discriminazione verso le donne fanno deragliare le prospettive di molte ragazze determinando un gap ancora significativo nelle percentuali di Neet tra i generi, che vedono più ragazze ai margini di ogni progetto per il loro futuro. In Italia, le giovani in questa condizione sono il 24,3%, contro il 20,2% dei maschi.

Il Superbonus al 110% introdotto dal Decreto Rilancio per favorire e agevolare gli interventi in ambito di efficienza energetica sta influenzando le scelte di investimento degli italiani. Tre italiani su 4 hanno deciso di investire in servizi per migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione, e rispetto al 2019, le richieste sono il 17% in più, per un budget che può raggiungere i 26.970 euro a famiglia. Il Superbonus ha determinato inoltre anche una crescita importante della domanda di professionisti impiegati in questo settore. ProntoTrends, l’Osservatorio di ProntoPro sull’evoluzione e le tendenze nel mercato dei servizi, rileva un interesse più moderato per la domotica, categoria di servizi richiesta da 1 italiano su 10, e intesa soprattutto come automazione dei cancelli di accesso alla propria casa. La sicurezza raccoglie invece il 20% delle richieste relative all’ammodernamento del proprio immobile, focalizzate soprattutto sull’installazione di porte blindate.
Gli interventi per migliorare l’efficienza energetica

Alcuni italiani si stanno rivolgendo ai professionisti del settore per una consulenza in merito alle migliorie da apportare alla propria abitazione per accedere alle agevolazioni del Superbonus 110%. Per gli italiani efficientamento energetico fa rima soprattutto con un buon isolamento della propria casa, grazie all’installazione di finestre di qualità, un servizio richiesto, per questa categoria di interventi, da 1 persona su 2. In grande crescita l’installazione di pannelli solari, servizio che fa registrare un aumento di domanda rispetto allo scorso anno del 19%. Il terzo intervento più richiesto per migliorare l’efficienza energetica dell’abitazione è la realizzazione di un nuovo tetto, seguito dal rifacimento delle facciate.

Quanto costano gli interventi?
Sommando il costo medio di ognuno dei 5 servizi più richiesti per questa categoria, l’efficientamento energetico della propria abitazione può richiedere un investimento a famiglia fino a 26.970 euro. L’intervento su una singola facciata di circa 50 mq può costare infatti in media 840 euro, e comprende la pulizia della facciata, il rifacimento dell’intonaco, e altri interventi relativi a problematiche murali non strutturali. L’installazione di un impianto fotovoltaico da 3kw può richiedere invece un investimento fino a 5.500 euro, mentre il rifacimento del tetto per migliorarne le prestazioni di isolamento termico ha un costo che si aggira in media intorno ai 18.000 euro per una superficie di 100 metri quadrati.

In Lombardia i costi sono maggiori

L’installazione di nuove finestre che garantiscano un migliore isolamento della casa può richiedere un investimento di 2500 euro, un prezzo calcolato su tre finestre di buona qualità con struttura mista in legno e alluminio. E la consulenza di un esperto in riqualificazione energetica si aggira in media su una spesa di 130 euro. I preventivi raccolti su ProntoPro mostrano che la Lombardia è la regione in cui questo tipo di migliorie ha un costo maggiore, i prezzi possono raggiungere un +24% rispetto alla media nazionale. In Calabria invece si trovano le tariffe più vantaggiose, che possono risultare anche dimezzate rispetto alla media italiana.

Il fatturato dell’industria a maggio recupera, e segna un deciso incremento rispetto al mese precedente. Secondo le stime Istat, al netto dei fattori stagionali, l’aumento infatti è del 41,9%, Anche gli ordinativi destagionalizzati a maggio registrano un balzo congiunturale del 42,2%, che segue la caduta del 31,6% rilevata in corrispondenza del mese precedente,

Su base trimestrale invece l’Istat rileva un calo del 36,3%. Stessa dinamica per il fatturato, che nella media del trimestre marzo-maggio vede l’indice complessivo diminuire del 33,0% rispetto alla media del trimestre precedente.

Aumenti per il mercato interno e per quello estero

La dinamica congiunturale del fatturato riflette aumenti su entrambi i mercati, ovvero +45,7% il mercato interno e +35,2% quello estero. In maniera analoga, l’incremento congiunturale degli ordinativi risente di un più ampio incremento delle commesse provenienti dal mercato interno (+55,9%) rispetto a quelle provenienti dall’estero (+26,2%). Gli indici destagionalizzati del fatturato mostrano aumenti congiunturali diffusi in tutti i raggruppamenti principali di industrie. I beni strumentali segnano un incremento del 61,1%, i beni intermedi del 42,1%, l’energia del 34,1% e i beni di consumo del 30,0%.

A livello tendenziale tutti i settori del manufatturiero registrano variazioni negative

In termini tendenziali, e corretto per gli effetti del calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 22 di maggio 2019), il fatturato totale diminuisce del 25,9%, con cali di ampiezza simile nei due mercati, -25,8% il mercato interno e -26,2% quello estero. Con riferimento al comparto manufatturiero, tutti i settori registrano variazioni negative. Le flessioni sono meno marcate per il settore farmaceutico (-5,1%) e per quello alimentare (-5,8%), molto più ampie nei rimanenti: dall’industria della gomma (-19,9%) fino ai risultati dell’industria dei mezzi di trasporto (-43,7%) e delle raffinerie di petrolio (-53,0%).

Cali meno marcati nelle industrie farmaceutica, del legno e della carta

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce del 34,7% (-34,4% quello interno e -35,2% quello estero), mostrando riduzioni in tutti i settori. I cali meno marcati si registrano nelle industrie farmaceutica (-10,8%) e del legno e della carta (-27,3%), mentre i peggiori risultati si rilevano nei settori tessile e dell’abbigliamento (-46,5%) e dei mezzi di trasporto (-48,3%).

Nel corso della fase di rilevazione dei dati per il mese di maggio non vi è stata alcuna riduzione del tasso di risposta delle imprese a causa dell’emergenza sanitaria. L’Istat conferma però che sono state messe in atto azioni in fase di elaborazione dei dati per gestire in modo adeguato le variazioni eccezionali presenti in questo periodo.

All’ottimismo dello scrittore e psicologo Adam Grant, che dalle pagine dell’Economist si dice convinto che dopo la pandemia boss e company faranno scelte più etiche, si contrappongono i manuali di auto aiuto per dipendenti vessati dai capi. Fra questi, il nuovo Capi, colleghi, carriere. Questi sconosciuti, scritto dall’esperto di finanza Marco Morelli e del fumettista Lelio Bonaccorso. Il testo di Morelli spiega che i capi non sono tutti uguali, e ne tratteggia 7 figure tipiche. Dal boss vulcanico all’introverso, dall’amico di tutti allo chef, ognuno ha i suoi punti di forza e debolezza, che diventano vere proprie istruzioni per l’uso.

Il boss visionario e l’arrogante

Per il boss visionario il bicchiere è sempre mezzo pieno. Guarda sempre avanti, e riesce a creare team con i quali si comporta da guida spirituale. Ma tende a essere dispersivo, soffre le regole, e rischia di mandarvi in tilt. Con lui bisogna seguire i suoi input cogliendone spunti di vera novità, e riportarlo con i piedi per terra con riflessioni ponderate, riferisce Ansa. L’arrogante, invece, non sbaglia mai. È presuntuoso e altezzoso, si sente infallibile e lascia poco spazio agli altri. E impulsivo e accetta solo pochissimi eletti tra i suoi subordinati. Come fare? L’arroganza nasconde spesso timidezza e incapacità. Mantenetevi fuori dal suo radar, attivatevi solo su sua richiesta, ma il vostro lavoro deve essere sempre impeccabile. Questa l’unica arma per contenere chi è meno capace di voi.

Il coccodrillo e l’amicone

Poco esposto, il coccodrillo sta soprattutto chiuso nella sua stanza e quando gira per le postazioni lo fa in silenzio, osservando tutto. Riaffiora all’improvviso, convoca riunioni a sorpresa in cui interroga più che condividere. Forte e tenace, non tollera e annienta chi lavora con lui. Come interagire? Schivate i colpi che potrebbero disintegrare l’autostima, state a debita distanza e agite seguendo i suoi ritmi, assimilando forza, resilienza e resistenza. L’amicone invece si presenta come alleato e confidente, ed è anche simpatico. Può sembrare superficiale, ma non lo è. Non sottovalutatelo. La sua empatia spesso nasconde il desiderio di evitare critiche. Il segreto con lui è non andarci a pranzo, ma allinearsi al suo stile comunicativo, presentando idee e proposte, o lamentele, solo nei momenti non formali.

Agonista, chef stellato, o incapace?

L’agonista primeggia in tutto. Esige ordine, disciplina e metodo. Se non arriva sul podio entra in uno stato di autocommiserazione, e dubita di tutto e di tutti.

Siate reattivi e allenati, e quando dopo l’euforia è colto da delusioni dategli supporto e dettagli per programmare l’attività. Lo chef stellato si considera un vero artista, ricerca l’originalità. Convinto delle sue idee, il team deve seguire i suoi input: mai modificare gli ingredienti. Però è anche un capo riconoscente, e se avete cucinato bene, vi valorizzerà. Con lui mettete da parte le ambizioni, solo così potrete proporre nuove idee. E l’incapace? Il mondo ne è pieno: a qualcuno fanno comodo. Dovete solo dare una mano e sperare che cambi.