Tra il 2015 e il 2024 le famiglie con animali domestici crescono dell’1,5%, arrivando a oltre 10 milioni. A crescere è soprattutto la quota di famiglie con cani, più lieve l’aumento della quota di famiglie con gatti, in diminuzione quella con altri tipi di animali domestici. 

Nel 2024 in Italia gli animali domestici sono circa 25 milioni e 500mila. Cani e gatti i più presenti, il 33,9% delle famiglie ne ospita almeno uno. In particolare, il 22,1% delle famiglie ha uno o più cani mentre il 17,4% uno o più gatti.
Nettamente inferiore la quota di famiglie che possiede pesci (3,2%), mentre circa il 6% ha altre specie di animali, soprattutto uccelli (1,5%) e tartarughe (1,3%).
Lo rileva l’Istat nel contesto dell’indagine “I Cittadini e il Tempo libero”.

Più diffusi nei piccoli centri

Considerando l’ampiezza demografica dei Comuni, la presenza di animali domestici è meno frequente nei grandi centri urbani rispetto ai Comuni di dimensione minore.
Il massimo si tocca nei Comuni sotto 2mila abitanti, dove quasi una famiglia su due possiede animali domestici (47,7%).

Quest’evidenza territoriale è confermata anche riguardo gli animali domestici più diffusi nelle famiglie. Nei piccoli centri il 29,4% delle famiglie possiede almeno un cane (vs 15,1% centri metropolitani). Analogamente, il 27,7% delle famiglie dei piccoli centri ha almeno un gatto (12,5% centri metropolitani).

Una presenza che cambia a seconda della tipologia di famiglia

Dal momento che il possesso di animali da compagnia può implicare anche un impegno di natura economica si registra una lieve associazione con le risorse economiche a disposizione della famiglia. La quota di famiglie con animali domestici è pari al 41,6% tra coloro che dichiarano ottime risorse economiche (37,7% totale).

Inoltre, la presenza di animali domestici cambia a seconda della tipologia della famiglia. Nel 2024 sono soprattutto i nuclei con figli grandi a ospitare in casa uno o più animali domestici, mentre tra le persone sole la presenza è in percentuale minore.
In particolare, accolgono in casa gli animali domestici soprattutto le coppie con figli di almeno 14 anni (51,2%), seguite dalle famiglie monogenitore con figli di almeno 14 anni (48,8%), e dalle coppie con figli minori di 14 anni (43,3%).

Sono le donne a prendersene cura

Le donne mostrano una propensione maggiore per l’attività di cura, evidenziando uno scarto di circa il 6% rispetto agli uomini.
Il 26,6% delle donne, infatti, si occupa dei propri animali domestici con frequenza almeno settimanale, contro il 20,8% dei maschi.

Tale differenza è presente a tutte le età, tocca un massimo del 10% tra 45 e 64 anni e si annulla dai 65 anni in su.
La maggiore propensione delle donne a prendersi cura degli animali domestici si conferma anche considerando gli impegni lavorativi. Infatti, è pari al 33,8% la quota di donne occupate che si prende cura degli animali almeno una volta a settimana, contro il 22,3% degli uomini nella stessa condizione.

Saranno circa dieci milioni gli italiani che, quest’anno, approfitteranno delle festività natalizie per una vacanza. Un popolo in partenza che, secondo la ricerca commissionata da Facile.it e realizzata da EMG Different, metterà sul piatto un budget medio di 440 euro a testa, per una spesa complessiva che supererà i cinque miliardi di euro.
Una cifra che fa impressione, soprattutto perché segna un aumento del 31% rispetto al 2024.

Chi parte e dove va

Nonostante l’aumento dei prezzi – già segnalato nei mesi scorsi da Consumerismo No Profit – più di un italiano su quattro ha deciso di regalarsi qualche giorno lontano da casa. A farla da protagonisti sono i più giovani: quasi la metà dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è pronta a preparare la valigia. Seguono, con percentuali più alte della media nazionale, i residenti del Centro Italia.

L’Italia resta la destinazione preferita: otto intervistati su dieci rimarranno entro i confini, complice anche la vicinanza con famiglia e amici. Ma cresce chi decide di avventurarsi oltre: il 22% dei viaggiatori ha scelto l’estero, quasi il doppio rispetto allo scorso anno.

Auto, treno o aereo?

La maggior parte – sei su dieci – si metterà in viaggio in auto, percorrendo in media circa 650 chilometri. In questo caso il portafoglio risente solo in parte degli aumenti: rispetto allo scorso anno la benzina costa leggermente meno, mentre il gasolio segna un piccolo rincaro. Per un viaggio natalizio, il conto medio oscilla fra i 60 e i 74 euro.

Diversa la situazione per chi si muoverà in treno o in aereo. Qui i costi, complici la domanda altissima e gli adeguamenti tariffari, in alcuni casi possono addirittura triplicare. E per chi sceglie una struttura ricettiva – hotel, bed and breakfast, case vacanza – i prezzi salgono ulteriormente: in molte località, dalle città d’arte alla montagna, non è raro imbattersi in pacchetti da oltre 150 euro a notte a persona.

Truffe dietro l’angolo

Con costi così elevati, è naturale che molti cerchino offerte “miracolose”. Il problema è che, spesso, lo sono fin troppo. L’indagine segnala che negli ultimi dodici mesi più di 7,8 milioni di italiani hanno subìto una truffa o un tentativo di frode legato ai viaggi.

Si va dai biglietti falsi alle case vacanze inesistenti, fino alle strutture fantasma prenotate tramite social network o portali di annunci. Solo nel settore dell’ospitalità, quattro milioni di persone hanno avuto brutte sorprese: chi ha pagato per camere che non esistevano, chi si è trovato davanti una sistemazione di tutt’altro livello, chi addirittura ha scoperto che l’alloggio era già occupato.
Il danno economico medio si aggira intorno ai 500 euro, per un totale che supera i 380 milioni. Eppure, solo un truffato su quattro denuncia.

L’appello degli esperti

Gli specialisti di Facile.it ricordano che il primo campanello d’allarme è il prezzo: se è troppo basso, c’è qualcosa che non torna. Meglio controllare con calma, verificare le recensioni e non avere fretta.
Perché, come spesso accade, a Natale non sono solo le luci a brillare: anche i truffatori sanno come rendersi “attraenti”.

Ogni anno il rapporto Io sono Cultura – firmato da Fondazione Symbola con Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte – arriva come un piccolo promemoria collettivo: la cultura, in Italia, non è un’aggiunta facoltativa, ma un pezzo di DNA. Un “motore silenzioso” che spesso non vediamo, ma che continua a far girare l’economia più di quanto immaginiamo.

Un settore che non fa molto rumore, ma lascia un grande segno

Guardando i dati del 2024, la fotografia è chiara: il sistema culturale e creativo ha prodotto 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto, con un aumento del 2,1% rispetto all’anno prima. Non è solo una cifra: è il lavoro di oltre un milione e mezzo di persone, cresciute dell’1,6%.
E se allarghiamo lo sguardo all’indotto, la stima sale a 302,9 miliardi di euro. Praticamente il 15,5% della ricchezza nazionale. Non proprio briciole.

Tra tutti i comparti, quello dei software e videogiochi corre più veloce degli altri. Con 17,7 miliardi di euro di valore aggiunto, oggi è il segmento che spinge di più l’intera filiera. Chi avrebbe detto, qualche anno fa, che i videogame sarebbero diventati uno dei cuori pulsanti della cultura italiana?

L’Italia della cultura si muove in modo diverso

Milano e Roma restano le colonne portanti del settore, seguite da Torino, Firenze, Monza-Brianza, Trieste e Bologna. Fin qui, nulla di inatteso.
La sorpresa arriva dal Mezzogiorno: nel 2024 il Sud ha corso più del resto del Paese, sia nel valore prodotto (+4,2%) sia nell’occupazione (+2,9%). Sardegna e Calabria, in particolare, mostrano crescite che non si vedevano da tempo. Segnali di un risveglio che merita attenzione.

La cultura è un forza trainante, ma rilassata

Ermete Realacci (Fondazione Symbola) ricorda che la cultura non è “il lusso del sabato pomeriggio”, ma un vero asse competitivo. Lo ripete spesso anche il Presidente Mattarella: non è un vezzo, è un valore.
Andrea Prete (Unioncamere) mette invece il dito sulla piaga: le competenze.

Le imprese cercano figure capaci di unire creatività e tecnologia, ma trovare questi profili è sempre più difficile. È il paradosso italiano: abbiamo un settore che cresce, ma fatica a trovare le persone giuste.

Dove stiamo andando?

Il rapporto Io sono Cultura 2025 ci restituisce un Paese che cambia con discrezione, ma cambia davvero. La cultura, ancora una volta, non si limita a raccontare l’Italia: la costruisce. E continua a farlo ogni giorno, spesso senza clamore, ma con una forza sorprendentemente concreta.

A volte basta fermarsi a un semaforo per accorgersi che, accanto a noi, c’è un guidatore con qualche primavera in più.
Non è solo una sensazione: secondo un’analisi realizzata da Facile.it su oltre cinque milioni di preventivi RC auto, quasi il 3% delle richieste arriva da automobilisti nati prima del 1945.
Tradotto: in Italia potremmo avere vicino al milione di over 80 ancora alla guida. Un numero che fa riflettere, e anche un po’ sorridere, pensando alla loro determinazione.

L’età conta… e le compagnie assicurative lo sanno

Che l’esperienza al volante aiuti è fuori discussione; chi guida da decenni ha un istinto che non si compra. Però il tempo passa per tutti, e con l’età avanzano anche limiti che possono pesare sulle assicurazioni: vista meno brillante, udito non più impeccabile, riflessi un po’ rallentati.

Nello studio, Facile.it ha considerato un gruppo di automobilisti lombardi in prima classe di merito, con auto tra 1.200 e 1.400 cc e formula “guida esperta”. E qui arriva il punto: al compimento degli 80 anni, la tariffa media RC auto prende il volo. Gli assicurati tra gli 80 e gli 89 anni pagano in media 356 euro, circa il 10% in più rispetto ai cinquantenni e addirittura il 15% in più rispetto ai sessantenni.
Questo perchè, secondo gli esperti, il fattore età può diventare un elemento importante nella valutazione delle probabilità di provocare un incidente. E ovviamente le compagnie di assicurazione ne tengono conto.

La patente dopo gli 80: si può guidare, ma con qualche controllo in più

Una cosa è certa: la legge italiana non stabilisce un “capolinea” oltre il quale non si possa più guidare. La patente B resta rinnovabile anche oltre gli 80 anni, ma con una frequenza più serrata.

Si parte con un rinnovo ogni 10 anni fino ai 50, poi si passa a 5 anni fino ai 70, quindi a 3 anni fino agli 80. Dopo questa soglia, serve un controllo ogni due anni. Nulla di proibitivo, ma sicuramente un impegno costante. Le visite servono a verificare che vista, udito, riflessi e capacità motorie siano ancora adeguati alla guida. In presenza di patologie come diabete o problemi cardiaci, possono essere richiesti esami aggiuntivi.

Equilibrio tra autonomia e sicurezza

La fotografia scattata da questi dati racconta un Paese che invecchia, sì, ma che resta attivo. Molti over 80 non rinunciano alla loro auto, simbolo di libertà e indipendenza.
La sfida, oggi, è trovare il giusto equilibrio tra il loro diritto a muoversi e la sicurezza di tutti.

I Re-Styler, vivono lo stile come gesto identitario, piacere quotidiano e ponte tra memoria e contemporaneità. Sono gli over50, che a differenza delle generazioni più giovani non si limitano a “seguire la moda”, ma la reinterpretano piegandola al proprio vissuto e trasformandola in un linguaggio personale.

Da questa consapevolezza nasce la ricerca ‘Re-Styler – non chiamateli boomer’, la seconda edizione dell’Osservatorio Moda e Generazioni che esplora abitudini, valori e comportamenti di consumo dei 50-65enni, ed è condotta per McArthurGlen.
Dietro l’etichetta anagrafica si nasconde quindi una generazione viva, curiosa, sofisticata e moderna, che non vede nella moda un semplice guardaroba da aggiornare, ma un dialogo con il tempo.

Lo stile è unicità

La generazione degli over50 ha saputo reinventarsi nel tempo, costruendo un rapporto personale e profondo con la moda. È una generazione che ha un legame profondo e storicizzato con la moda, ma che pone un’attenzione particolare alla contemporaneità e alla trasformazione. Per molti di loro, lo stile è unicità ricercata con interesse. Capi e accessori non sono solo oggetti, ma custodi di memorie. Il lusso si traduce in qualità dei tessuti, cura dei dettagli ed esclusività vissuta con naturalezza.

Rispetto alle generazioni più giovani i Re-Styler amano scegliere i capi con cura, attribuendo un’importanza fondamentale alla qualità (44%). Spesso preferiscono i negozi fisici (49%), dove ritrovano l’interazione umana, e l’esperienza sensoriale gratifica l’acquisto. 

Il guardaroba come spazio emotivo

Per i Re-Styler la moda va oltre l’aspetto estetico: è gusto (52%), identità (41%), benessere (41%).
È un modo per raccontarsi, per restare al passo con i tempi e per prendersi cura di sé. Il guardaroba diventa uno spazio emotivo, dove convivono capi amati e nuovi desideri, e dove la scelta di cosa indossare è un atto di consapevolezza.

D’altro canto, il 42% dichiara di possedere più abiti del necessario, un dato più alto rispetto alle generazioni più giovani (22% GenZ, 31% Millennials), mostrando l’accumulo nel tempo come risultato di una connessione radicata con i propri capi. Una persona su tre però dichiara di essere incline al decluttering, soprattutto tra le donne.

Il lusso è sinonimo di qualità

Anche i Re-Styler prestano attenzione all’aspetto della sostenibilità (55%) e all’etica della produzione (63%), ma solo il 15% è disposto a spendere di più per inseguire le tendenze.
Il lusso, per loro, è qualità di tessuti e dettagli (55%), eleganza (40%), unicità (28%). È uno stile che dura nel tempo (36%) e racconta una storia. 

I richiami agli anni ’70/’80/’90 suscitano emozioni positive (49%) e diventano fonte di ispirazione, nonostante permanga la consapevolezza che spesso si tratta di marketing (44%).
Pur presenti sui social, traggono ispirazione soprattutto da vetrine (53%), siti dei brand, pubblicità e riviste (16%).
Instagram e Facebook sono i social più stimolanti (41%), ma il loro ruolo è meno centrale rispetto ai più giovani. I contenuti digitali dei brand vengono seguiti con interesse, ma anche spirito critico.

C’è una questione aperta sul tavole dell’informazione, che solleva ben più di un interrogativo: i sistemi di Intelligenza Artificiale sono davvero affidabili quando forniscono notizie?

È questa la domanda che ha dato origine a una ricerca internazionale coordinata dalla European Broadcasting Union (Ebu) e guidata dalla Bbc, che ha coinvolto 22 media pubblici provenienti da 18 Paesi e 14 lingue diverse.

Un test su quattro intelligenze artificiali

I ricercatori hanno predisposto una lista di 30 quesiti da rivolgere a quattro strumenti di IA generativa molto diffusi: ChatGPT, Gemini, Perplexity e Copilot. Alcune domande erano di carattere universale, altre adattate ai singoli contesti nazionali. Tra i temi proposti: dati biografici su figure note come Elon Musk, questioni politiche globali come le decisioni di Donald Trump sul commercio internazionale, fino ad arrivare a notizie di cronaca come il numero delle vittime di un terremoto in Myanmar.

Dalle risposte sono emerse criticità tutt’altro che trascurabili: il 45 per cento dei contenuti restituiti presentava errori considerati significativi, tali da mettere a rischio la correttezza dell’informazione. La percentuale sale addirittura all’81 per cento se si includono le imprecisioni più lievi, che pur senza stravolgere i fatti contribuiscono a una rappresentazione distorta della realtà.
La problematica principale riguarda l’uso e la citazione delle fonti: spesso inesistenti, non verificabili o addirittura riportate in modo scorretto.

Un campanello d’allarme per il giornalismo

Lo studio, il più esteso finora condotto sul tema, mette in evidenza un rischio crescente per l’ecosistema informativo. Oggi una parte significativa degli utenti utilizza gli assistenti conversazionali come strumento per aggiornarsi sull’attualità: secondo il Digital News Report del Reuters Institute, lo fa il 7 per cento degli utenti online, percentuale che raggiunge il 15 per cento nella fascia sotto i 25 anni.

Se da un lato l’IA rappresenta un’opportunità per coinvolgere un pubblico più ampio, dall’altro la fiducia resta un pilastro fondamentale. Jean Philip De Tender, Media Director e vice direttore generale dell’Ebu, ha sottolineato come errori ricorrenti possano incrinare il rapporto tra cittadini e informazione, affermando che quando non si sa più a chi credere, si finisce per non credere a nulla.

Verso regole più chiare e controlli accurati

Proprio per preservare l’integrità delle notizie, l’Ebu ha chiesto alle istituzioni europee e nazionali di far rispettare con rigore le norme già esistenti su pluralismo, servizi digitali e qualità dell’informazione. L’Unione ritiene inoltre indispensabile un monitoraggio indipendente e costante dell’evoluzione degli assistenti IA, così da garantire ai cittadini notizie verificate e trasparenti.

I Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 si terranno nei luoghi più iconici di Milano, Verona e Cortina d’Ampezzo, ma anche a Bormio e Livigno in Valtellina, Predazzo e Tesero in Val di Fiemme e Anterselva/Antholz.

Gli effetti positivi più attesi per queste Olimpiadi (6-22 febbraio 2026) e Paralimpiadi invernali (6-15 marzo) comprendono una maggiore visibilità internazionale per le regioni coinvolte (Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige), lo sviluppo di strutture sportive di alta qualità, il miglioramento delle infrastrutture e l’aumento dell’attenzione allo sport.
Ma, secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Ipsos Doxa TopOlimpiadi2026, emerge qualche preoccupazione per la possibilità di strutture abbandonate nonché l’aumento dei prezzi delle abitazioni e del costo della vita.

Ingaggiati circa 18.000 volontari

I residenti all’interno della regione ospitante esprimono però una maggior preoccupazione riguardo alla gestione delle strutture post-giochi rispetto a quelli al di fuori della regione.
Rispetto alle precedenti edizioni il 36% degli intervistati si attende maggior attenzione sul fronte della sostenibilità da parte di organizzatori e territori coinvolti. Soltanto il 19% teme una minor attenzione, ma per il 45% l’impegno rimarrà analogo. 

L’intenzione di seguire i Giochi si conferma comunque solida. Il 68% degli italiani seguirà le Olimpiadi e il 60% le Paralimpiadi.
Inoltre, il 62% consiglierebbe di candidarsi come volontario. L’evento coinvolgerà infatti circa 18.000 volontari che aiuteranno nella gestione e nell’organizzazione dei Giochi. 

Comunità locali e tutela dei territori

Quanto alle comunità locali, la percezione è divisa. Il 53% ritiene che saranno attente alla sostenibilità, mentre il 47% crede non sia una priorità. 
Nel dettaglio, solo il 10% si aspetta un’attenzione prevalente alla tutela di persone e territori, il 37% prevede un equilibrio tra sostenibilità e vantaggio economico, il 39% stima che prevarrà la ricerca del guadagno e un ulteriore 14% non si attende attenzione né alla sostenibilità né ai benefici economici. 

Gli aspetti ritenuti più critici in tema di sostenibilità legati alle Olimpiadi e Paralimpiadi sono gestione delle strutture dopo i Giochi (29%), uso di materie plastiche e non naturali (24%), raccolta differenziata durante gli eventi, nei palazzetti e sulle piste (24%), e costruzione degli impianti sportivi /24%). 

Si teme per il sovraffollamento

Tra gli altri aspetti considerarti poco sostenibili rientrano anche consumo eccessivo di energia elettrica (24%), spostamenti del pubblico/sovraffollamento (23%), innevamento artificiale/raffreddamento dei palazzetti (23%).

Detto questo, spirito di squadra, uguaglianza, inclusività sono i valori chiave più associati ai Giochi, seguiti da amicizia, rispetto per gli altri, determinazione e fratellanza. E tra chi dichiara di seguire le Olimpiadi lo sci si posiziona come la disciplina più attesa (76%) poiché comprende il salto con gli sci, lo sci acrobatico, lo sci alpino e lo sci di fondo.
Il pattinaggio sia artistico sia di velocità segue da vicino, con il 54% di preferenze. Per chi dichiara di seguire le Paralimpiadi, lo sci alpino guida la classifica delle discipline più attese (45%), seguito da sci di fondo (38%) e snowboard (35%).

Lo rileva un’indagine realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia, dal titolo “Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro”: è fondamentale che le aziende comprendano come trasformare motivazione e coinvolgimento dei lavoratori in leve strategiche per aumentare l’engagement, e di conseguenza, la produttività.

Tra le possibili strategie, il 54,0% degli occupati intervistati chiede una retribuzione più competitiva. Ma se lo stipendio resta il nodo centrale, i lavoratori non guardano più solo al portafoglio.
Quattro su dieci vorrebbero più benessere e condizioni di lavoro migliori, il 32,0% benefit aziendali, e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smartworking.

Senior più coinvolti, giovani meno

Il 79,3% degli occupati si sente molto o abbastanza motivato. Tra di essi i più coinvolti sono gli over55, che cresciuti con l’idea del lavoro come valore identitario, dichiarano di essere molto motivati (37,5%).

Tuttavia, tra 18 e 44 anni la motivazione cala. In questa fascia d’età solo il 24,3% dichiara molto interesse verso la propria occupazione. Tra i fattori che possono portare una persona a perdere interesse per il proprio percorso professionale rientra il disallineamento tra le competenze possedute e le richieste del lavoro. Solo il 27,2% percepisce competenze pienamente allineate al ruolo che ricopre, mentre il 13,7% segnala forte disallineamento.
Anche questo fattore pesa di più sui 18-34enni (16,8%) rispetto agli over55 (6,3%).

Il lavoro ha perso centralità? Non per gli over55

Quasi la metà degli intervistati (47,8%) afferma che il lavoro ha perso centralità o non è mai stato una priorità. A trainare questa visione sono i 18-44enni (54,1%), mentre il 66,3% dei senior resta ancorato al modello tradizionale. Emerge con forza la sensazione di disincanto, che mette sempre più in discussione il concetto tradizionale di lavoro come fulcro della vita sociale e personale. È quasi la metà dei lavoratori dipendenti a sentirsi regolarmente o sporadicamente distaccato, o poco coinvolto, durante le proprie attività lavorative, ma ancora più critico è il dato sui giovani: più della metà (53,9%) avverte questo problema.

A distanza di quasi 20 punti percentuali si pone invece la fascia degli over55 (34,4%), dimostrando maggiore coinvolgimento e stabilità emotiva nel rapporto con il lavoro.

Gli effetti del disengagement

Il disengagement si traduce in un dato eloquente: il 44,3% dei dipendenti ha considerato di cambiare occupazione. La percentuale tocca il 64,6% tra i più giovani.
Tra i motivi che spingono a considerare la possibilità di un cambio di lavoro i principali sono aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), maggiore soddisfazione professionale (21,5%).

La disaffezione al lavoro implica quindi una serie di sfide per l’azienda, che può veder calare produttività e qualità delle prestazioni, contemporaneamente a un aumento del turnover.
Un lavoratore su tre (33,3%) crede che il disimpegno abbia un impatto significativo sui risultati dell’azienda in cui lavora, riducendo la produttività in modo evidente. Convinzione particolarmente diffusa negli over55 (45,2%), molto meno tra i più giovani (25,4%).

Uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia nel settembre 2025, dedicato al tema “L’occupazione in Italia dopo la pandemia”. sfata il mito della sostituzione tecnologica. Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione in Italia ha registrato una crescita significativa trainata dall’espansione dei servizi tecnologici e professionali, in particolare, nei settori legati all’Intelligenza artificiale e all’ICT.

Le imprese che impiegano sistemi di Intelligenza artificiale, infatti, non solo offrono condizioni salariali più favorevoli, ma tendono anche ad assumere un numero maggiore di lavoratori in ruoli che beneficiano della complementarietà con queste tecnologie.

Le aziende innovative assumono di più

Negli ultimi anni l’adozione di tecnologie avanzate, tra cui l’AI, non ha quindi comportato una riduzione dell’occupazione. Al contrario, ha favorito la creazione di nuovi posti di lavoro e l’aumento delle retribuzioni nei comparti più innovativi.

“Le tecnologie di AI svolgono compiti che potrebbero, in linea di principio, sostituire le attività dei lavoratori coinvolti in attività di tipo cognitivo. Tuttavia, nell’ultimo decennio le imprese che le utilizzano hanno mostrato una maggiore espansione della forza lavoro”, si legge nel report di Bankitalia.
Tra i fattori che hanno sostenuto l’occupazione rientrano l’aumento dell’offerta di lavoro, la ripresa delle assunzioni, una maggiore partecipazione dei lavoratori anziani e la crescita dei servizi avanzati.

Software/servizi informatici guidano la crescita occupazionale dei settori tecnologici

In particolare, il comparto dei servizi informatici e del software ha contribuito per il 45% all’incremento occupazionale dei settori tecnologici, segnando la performance più positiva nel panorama post-pandemico.

Lo studio sottolinea inoltre un dato controintuitivo: non sono le imprese con i salari mediamente più alti a trainare la crescita occupazionale, bensì quelle che hanno investito in capitale e innovazione tecnologica, come appunto i servizi professionali e ICT.

Lavoro da remoto, leva strategica per il recruiting

Un altro aspetto rilevante emerso dallo studio riguarda il ruolo del lavoro da remoto, che si conferma una leva strategica per superare le difficoltà di reperimento del personale, soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza e tecnologia.
La possibilità di assumere personale al di fuori del contesto territoriale di riferimento consente infatti alle imprese di ampliare il bacino di candidati qualificati.

Nel complesso, il quadro delineato da Bankitalia suggerisce che l’innovazione tecnologica, lungi dal rappresentare una minaccia per il lavoro, può costituire un volano per lo sviluppo occupazionale e il miglioramento delle condizioni retributive, a patto di accompagnare i cambiamenti con adeguate politiche di formazione e adattamento delle competenze.

C’è un grande fermento per i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026, e non solo tra gli appassionati di sport. A guardare con grande interesse all’evento sono anche le piccole e medie imprese del Nord Italia, che si preparano a coglierne le opportunità.

Secondo una ricerca Ipsos commissionata da Visa, il 95% delle aziende delle aree coinvolte prevede effetti positivi, e oltre la metà ritiene che ci saranno vantaggi diretti per la propria attività.

Le aspettative cambiano a seconda dei territori

Il modo in cui i Giochi vengono percepiti varia in base alla geografia. A Milano si attende un maggior afflusso di visitatori italiani ed europei, con il 71% delle imprese che immagina un impatto diretto sui ricavi. Nelle zone alpine, invece, l’83% delle aziende guarda con ottimismo all’arrivo di turisti internazionali, vedendo nell’evento una vetrina ideale per farsi conoscere a livello globale.

“L’indagine ci restituisce un quadro chiaro delle opportunità e conferma che i Giochi possono lasciare un’eredità economica e sociale importante”, ha spiegato Nevio Devidé, Chief Revenue Officer della Fondazione Milano Cortina 2026.

Investimenti in corso

Molte imprese si stanno “attrezzando” per cogliere tutte le opportunità. Quasi la metà ha già investito o sta per farlo in vista dell’appuntamento olimpico. Gli ambiti principali riguardano ristrutturazioni, potenziamento del personale, campagne di marketing e, soprattutto, digitalizzazione. Il 53% di chi investe si concentra infatti sui sistemi di pagamento, considerati fondamentali per intercettare i visitatori stranieri.

In media, il budget dedicato agli interventi legati ai Giochi corrisponde al 14% del fatturato, con un focus particolare al settore turistico-ricettivo.

La centralità dei pagamenti digitali

Uno dei temi centrali è l’evoluzione dei metodi di pagamento. Oltre il 90% delle imprese è convinto che i turisti sceglieranno soluzioni digitali e contactless per acquisti, ristorazione e mobilità.

Visa, partner tecnologico dell’evento, ha già avviato collaborazioni con le città coinvolte. “Abbiamo introdotto i pagamenti contactless sui trasporti pubblici di Milano, Venezia e Verona, e presto allargheremo il servizio anche agli altri territori olimpici”, ha sottolineato Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia.

Un’eredità destinata a restare  

L’ottimismo non si ferma al 2026. Quasi la metà delle PMI intervistate prevede benefici anche negli anni successivi: più fatturato, infrastrutture moderne e una maggiore attrattività turistica.

Milano Cortina 2026, insomma, non sarà soltanto una grande festa dello sport, ma anche un’occasione per ripensare l’economia locale e dare nuova energia all’impresa italiana.