Lo rileva un’indagine realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia, dal titolo “Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro”: è fondamentale che le aziende comprendano come trasformare motivazione e coinvolgimento dei lavoratori in leve strategiche per aumentare l’engagement, e di conseguenza, la produttività.

Tra le possibili strategie, il 54,0% degli occupati intervistati chiede una retribuzione più competitiva. Ma se lo stipendio resta il nodo centrale, i lavoratori non guardano più solo al portafoglio.
Quattro su dieci vorrebbero più benessere e condizioni di lavoro migliori, il 32,0% benefit aziendali, e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smartworking.

Senior più coinvolti, giovani meno

Il 79,3% degli occupati si sente molto o abbastanza motivato. Tra di essi i più coinvolti sono gli over55, che cresciuti con l’idea del lavoro come valore identitario, dichiarano di essere molto motivati (37,5%).

Tuttavia, tra 18 e 44 anni la motivazione cala. In questa fascia d’età solo il 24,3% dichiara molto interesse verso la propria occupazione. Tra i fattori che possono portare una persona a perdere interesse per il proprio percorso professionale rientra il disallineamento tra le competenze possedute e le richieste del lavoro. Solo il 27,2% percepisce competenze pienamente allineate al ruolo che ricopre, mentre il 13,7% segnala forte disallineamento.
Anche questo fattore pesa di più sui 18-34enni (16,8%) rispetto agli over55 (6,3%).

Il lavoro ha perso centralità? Non per gli over55

Quasi la metà degli intervistati (47,8%) afferma che il lavoro ha perso centralità o non è mai stato una priorità. A trainare questa visione sono i 18-44enni (54,1%), mentre il 66,3% dei senior resta ancorato al modello tradizionale. Emerge con forza la sensazione di disincanto, che mette sempre più in discussione il concetto tradizionale di lavoro come fulcro della vita sociale e personale. È quasi la metà dei lavoratori dipendenti a sentirsi regolarmente o sporadicamente distaccato, o poco coinvolto, durante le proprie attività lavorative, ma ancora più critico è il dato sui giovani: più della metà (53,9%) avverte questo problema.

A distanza di quasi 20 punti percentuali si pone invece la fascia degli over55 (34,4%), dimostrando maggiore coinvolgimento e stabilità emotiva nel rapporto con il lavoro.

Gli effetti del disengagement

Il disengagement si traduce in un dato eloquente: il 44,3% dei dipendenti ha considerato di cambiare occupazione. La percentuale tocca il 64,6% tra i più giovani.
Tra i motivi che spingono a considerare la possibilità di un cambio di lavoro i principali sono aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), maggiore soddisfazione professionale (21,5%).

La disaffezione al lavoro implica quindi una serie di sfide per l’azienda, che può veder calare produttività e qualità delle prestazioni, contemporaneamente a un aumento del turnover.
Un lavoratore su tre (33,3%) crede che il disimpegno abbia un impatto significativo sui risultati dell’azienda in cui lavora, riducendo la produttività in modo evidente. Convinzione particolarmente diffusa negli over55 (45,2%), molto meno tra i più giovani (25,4%).

Il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), spesso è visto come un scomodo obbligo di legge. In realtà può essere molto di più.

Se usato con consapevolezza infatti diventa un valido strumento di aggiornamento e miglioramento della sicurezza in azienda.

L’aggiornamento del DVR infatti non dovrebbe limitarsi alla sua prima redazione ma maturare nel tempo, rappresentando i cambiamenti che avvengono nell’organizzazione e nella normativa.

Cos’è il DVR e perché è importante

Il DVR è un documento obbligatorio che tutte le imprese, indipendentemente dalla classe di dimensione e dal settore di appartenenza, sono tenute a redigere. Ha la finalità di individuare, valutare e prevenire i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori.  

Deve contenere una descrizione dei rischi presenti nell’ambiente di lavoro, le misure di prevenzione e protezione adottate, le procedure di emergenza e i soggetti che ne gestiscono la sicurezza e le loro responsabilità.

La sua importanza deriva dal fatto che esso è in grado di fornire un quadro realtà della sicurezza in azienda, consentendo di individuare i punti critici e perseguire obiettivi di sicurezza più mirati in grado di ridurre il rischio di infortuni e malattie professionali.

Aggiornamento del DVR come processo dinamico

L’aggiornamento DVR non deve essere visto come un evento isolato, ma come un processo continuo e dinamico. Le aziende cambiano, le tecnologie si evolvono e le normative si aggiornano.

Di conseguenza, il DVR deve essere periodicamente rivisto e integrato per riflettere questi cambiamenti.

L’articolo 29 del D.Lgs. 81/08 fornisce indicazioni precise sui casi in cui l’aggiornamento del DVR è obbligatorio, tra cui modifiche significative del processo produttivo, introduzione di nuove attrezzature, infortuni significativi e nuove evidenze scientifiche in materia di sicurezza.

Il suo aggiornamento costante permette di mantenere elevato il livello di sicurezza in azienda.

Come adeguare il DVR alle nuove normative

Le normative in materia di sicurezza sul lavoro sono in continua evoluzione, dunque è importante che il DVR sia sempre conforme alle leggi vigenti.

Per adeguare il DVR alle nuove normative, è necessario monitorare costantemente gli aggiornamenti legislativi e giurisprudenziali, analizzare l’impatto delle nuove norme sull’attività aziendale e integrare il DVR con le nuove disposizioni.

A tal fine, può essere utile avvalersi della consulenza di professionisti esperti in materia di sicurezza sul lavoro. Infatti, un DVR aggiornato garantisce la conformità legale e protegge l’azienda da sanzioni.

Ruolo della formazione nell’aggiornamento del DVR

La formazione dei lavoratori è un elemento essenziale per la sicurezza sul lavoro. Un DVR ben redatto e aggiornato deve prevedere specifiche attività formative per i lavoratori, commisurate ai rischi presenti nell’ambiente di lavoro e alle mansioni svolte.

La formazione deve essere periodica e mirata, e fornire ai lavoratori le conoscenze e le competenze necessarie per operare in sicurezza.

L’aggiornamento del DVR deve tenere conto delle nuove esigenze formative emerse a seguito di cambiamenti nel processo produttivo o nell’introduzione di nuove tecnologie. Investire nella formazione è un investimento nella sicurezza.

Benefici di un DVR sempre aggiornato

Un DVR costantemente aggiornato offre numerosi vantaggi all’azienda. Ad esempio permette di ridurre il rischio di infortuni e malattie professionali, migliorare la produttività, ridurre i costi legati agli infortuni, aumentare la motivazione dei lavoratori e migliorare l’immagine aziendale.

Inoltre un DVR aggiornato dimostra l’impegno dell’azienda verso la sicurezza e la salute dei lavoratori, contribuendo a creare un ambiente di lavoro più sicuro e produttivo. Appare dunque evidente che l’adeguamento del DVR porti dei benefici tangibili.

Integrazione del DVR con altri sistemi di gestione

Da evidenziare come il DVR possa essere integrato con altri sistemi di gestione presenti in azienda, come il sistema di gestione della qualità (ISO 9001) e il sistema di gestione ambientale (ISO 14001).

L’integrazione dei sistemi di gestione permette di semplificare i processi, ridurre la burocrazia e migliorare l’efficienza complessiva dell’azienda.

In particolare, l’integrazione del DVR con altri sistemi di gestione può facilitare l’individuazione e la gestione dei rischi, migliorare la comunicazione tra le diverse funzioni aziendali e migliorare in generale la cultura della sicurezza.

Come deve evolvere il modello di leadership? Il 100% dei manager identifica la capacità di gestire situazioni impreviste come la priorità assoluta per i leader di domani, mentre il 91% degli studenti riconosce che la sfida più urgente sarà costruire un equilibrio sostenibile tra automazione e relazioni umane.
Navigare l’incertezza, infatti, non significa solo saper gestire le crisi, ma prendere decisioni anche in assenza di punti di riferimento stabili, integrando dati, intuito e capacità di lettura del contesto.

Emerge dal white paper “Better Leaders of Tomorrow”, della Rome Business School in collaborazione con Buono & Partners. Lo studio analizza le traiettorie evolutive della leadership per accompagnare organizzazioni e imprese verso una nuova cultura manageriale basata su tre aree tematiche, Purpose Driven Networking, Navigare l’incertezza, Gestione della workforce ibrida.

Purpose Driven Networking: allineare manager e collaboratori

Quanto al Purpose Driven Networking, raccoglie un consenso trasversale (4,75 manager, 4,66 studenti), confermando che le reti professionali fondate su senso condiviso e fiducia sono considerate un pilastro della leadership capace di generare appartenenza.

Quando il purpose è formalizzato e vissuto all’interno dell’organizzazione diventa un riferimento stabile che allinea leadership e collaboratori, facilita le scelte strategiche e consolida la fiducia.
Ma il principio alla base di una leadership guidata da profitto ed etica è il People First. Essere CEO significa anche questo, custodire i valori in cui si crede, dare continuità al purpose e renderlo concreto ogni giorno.

Non basta “essere” leader, bisogna “diventarlo” ogni giorno

La leadership di oggi viene percepita come una combinazione di curiosità e agilità, spirito imprenditoriale e attenzione al benessere psicologico, un insieme di qualità ritenute indispensabili per affrontare un mondo in cui la tecnologia emerge come terreno di tensione e opportunità.
“Oggi non basta più ‘essere’ leader, ma serve ‘diventarlo’ ogni giorno, adattandosi ai cambiamenti con consapevolezza, empatia e visione sistemica”, afferma Benedetto Buono di Buono & Partners.

L’adattabilità diventa il valore guida: imparare a imparare, investire in upskilling e reskilling saranno elementi decisivi per interpretare un mondo in rapido cambiamento. Al tempo stesso, servono leader capaci di integrare tecnologia e sensibilità umana, ripensando processi, relazioni e modelli organizzativi per valorizzare la coesistenza tra persone e innovazione.

Workforce ibrida e Intelligenza artificiale

Non solo, la gestione della workforce ibrida si è distinta come un tema centrale, ma se i manager le hanno attribuito una media di 4,5, evidenziando una maggiore varietà di punti di vista, per gli studenti è risultata l’area più rilevante in assoluto, con un punteggio medio più alto (4,72).

Il lavoro ibrido, infatti, è oggi preferito da oltre l’83% dei lavoratori a livello globale e già adottato in forma strutturata dal 44% dei lavoratori dell’Unione Europea.
In parallelo, l’AI non si limita più a supportare processi, diventa un vero e proprio co-attore nei contesti lavorativi, capace di aumentare la produttività e amplificare il potenziale umano. Anche nei ruoli tradizionalmente più esposti all’automazione.

La tecnologia è ovunque, ma non senza conseguenze. Viviamo immersi nella tecnologia, tra smartphone, social network e connessioni costanti. Se da un lato questi strumenti semplificano la vita, dall’altro stanno generando nuove forme di disagio, soprattutto nei più giovani.

Due episodi recenti lo confermano: un adolescente ricoverato per una forte crisi da astinenza da smartphone e una bambina che ha compiuto un gesto estremo dopo che le era stato tolto il cellulare. Segnali che non possono essere ignorati.

Una risposta concreta: il decalogo per la salute digitale

Per affrontare il fenomeno crescente della dipendenza tecnologica tra bambini e adolescenti, l’Intergruppo Parlamentare Prevenzione e Riduzione del Rischio, guidato dall’onorevole Gian Antonio Girelli, ha organizzato un incontro pubblico con esperti del settore. L’obiettivo: promuovere una cultura dell’uso consapevole del digitale, a partire da un decalogo rivolto a genitori ed educatori. Ecco i dieci suggerimenti chiave:

  1. Dare il buon esempio: i bambini imitano gli adulti, che devono mostrare equilibrio nell’uso degli strumenti digitali.
  2. Impostare regole precise: stabilire insieme ai figli limiti di tempo e zone “libere” dalla tecnologia in casa.
  3. Favorire esperienze offline: sport, gioco, lettura e creatività sono essenziali per uno sviluppo armonioso.
  4. Non usare i dispositivi come pacificatori: evitare di calmare i bambini con schermi, ma aiutarli a comprendere le emozioni.
  5. Proteggere i momenti di relazione: niente tecnologia durante pasti, sonno e conversazioni familiari.
  6. Adattare l’uso all’età: no a schermi sotto i 2 anni, accompagnamento attivo fino ai 12, niente social prima di quell’età.
  7. Non anticipare i tempi: l’uso precoce dei social può compromettere l’equilibrio emotivo e relazionale.
  8. Essere presenti online: conoscere ciò che i figli guardano e utilizzano, dialogare con loro su contenuti e app.
  9. Riconoscere segnali critici: irritabilità, isolamento, ossessione per lo smartphone richiedono attenzione e supporto.
  10. Collaborare come comunità educativa: scuola, famiglia e istituzioni devono agire insieme per una crescita digitale responsabile.

L’allarme degli specialisti

Il professor Giuseppe Ducci, direttore della Salute Mentale della ASL Roma 1, ha spiegato che la cosiddetta “dipendenza da schermo” è solo il sintomo di un problema più ampio: la crisi della relazione educativa. “Oggi, già nei primi mesi di vita, vediamo madri distratte dal cellulare mentre allattano, e questo compromette la formazione del legame affettivo”, ha detto Ducci. Con l’arrivo dell’adolescenza, il rischio cresce, perché la connessione digitale prende il posto del contatto umano.

Una generazione in difficoltà

Dopo la pandemia, la situazione è peggiorata: la perdita dei contesti educativi e sociali ha reso i ragazzi più vulnerabili. Nella sola unità di salute mentale per giovani della ASL Roma 1, i casi seguiti sono più che raddoppiati in quattro anni. Disturbi alimentari, autolesionismo, isolamento sociale e ansia sono in aumento. “Non è lo smartphone in sé il colpevole – ha sottolineato Ducci – ma il contesto familiare, affettivo e relazionale che lo circonda”.

Educare oggi per prevenire domani

Secondo l’onorevole Girelli, è urgente avviare un percorso condiviso: “Educare all’uso corretto della tecnologia non è più facoltativo. Dobbiamo agire in anticipo, senza demonizzare, ma anche senza minimizzare i rischi”.

Il decalogo rappresenta un primo passo per costruire una consapevolezza diffusa, capace di restituire equilibrio tra digitale e vita reale.

Quando le temperature estive raggiungono livelli insopportabili, una buona climatizzazione della propria abitazione diventa irrinunciabile.

La sfida, considerando i continui rincari delle bollette, è quella di trovare il giusto equilibrio tra comfort e consumo energetico.

Certamente, esistono diverse soluzioni per mantenere ogni abitazione fresca senza dover per forza sostenere costi eccessivi dovuti agli inevitabili consumi energetici.

Vediamo allora quali potrebbero essere alcuni espedienti efficaci per climatizzare casa senza consumare troppa energia.

Mantieni le finestre chiuse durante le ore più calde

Durante le ore più calde, quando il sole è alto e la temperatura sale, è fondamentale mantenere le finestre chiuse per evitare l’ingresso diretto dei raggi del sole.

Questi infatti, potrebbero riscaldare le grandi superfici di casa (pavimenti, pareti, pilastri) che andrebbero poi a rilasciare questo calore gradualmente nel corso delle ore successive, mantenendo alta la temperatura tra le mura domestiche.

Meglio evitare dunque di far entrare i raggi del sole in casa nelle ore più calde. Per raggiungere questo scopo puoi utilizzare tapparelle, tende o persiane e ridurre così sensibilmente la temperatura all’interno dell’appartamento.

Questo semplice accorgimento può infatti diminuire la temperatura di tutte le stanze di tua casa di uno o due gradi.

Sfrutta la ventilazione naturale

Sfrutta la freschezza delle prime ore del mattino e delle ore serali aprendo le finestre e lasciando circolare l’aria fresca.

La ventilazione naturale può essere particolarmente efficace soprattutto in quelle zone in cui le temperature esterne scendono notevolmente durante la notte.

Potresti adoperare anche dei ventilatori per aiutare l’aria a circolare in modo più efficiente all’interno delle stanze più piccole o meno arieggiate naturalmente.

Utilizza tende e schermature solari

Le tende e le schermature solari possono svolgere un ruolo importante nel contribuire a mantenere la tua casa fresca.

Opta per tende di colore chiaro o rivestite con materiali riflettenti che respingano il calore, anziché assorbirlo e rilasciarlo all’interno. Questi elementi aiutano a ridurre l’irraggiamento solare diretto all’interno delle stanze, mantenendo così ogni ambiente più fresco e dunque confortevole.

Isola termicamente la tua casa

Una casa ben isolata termicamente può ridurre in modo significativo il bisogno di raffreddamento artificiale.

Assicurati che le pareti, i pavimenti e i soffitti siano adeguatamente isolati per evitare che l’aria fresca si disperda e che l’aria calda entri dentro.

Un buon isolamento termico può aiutare a mantenere una temperatura costante all’interno di casa, riducendo così la necessità di ricorrere all’aria condizionata.

Utilizza ventilatori da soffitto

I ventilatori da soffitto sono un’ottima alternativa all’aria condizionata in termini di consumo energetico. Questi dispositivi muovono l’aria e creano una piacevole brezza che aiuta a rinfrescare l’ambiente in cui si trovano.

Utilizza i ventilatori da soffitto soprattutto nelle camere da letto, così da avere una fresca e piacevole ventilazione sul corpo in maniera costante, senza dover ricorrere all’aria condizionata.

Considera la climatizzazione canalizzata

Tra le diverse soluzioni disponibili, la climatizzazione canalizzata può essere una soluzione efficace per raffreddare o deumidificare l’intera casa con un consumo energetico ridotto.

Questo sistema utilizza una sola unità esterna (dunque un solo motore) per raffreddare diversi ambienti attraverso condotti di distribuzione dell’aria nascosti nel controsoffitto.

In questo modo, è possibile ottenere una temperatura fresca e uniforme in tutta la casa senza dover installare unità separate in ogni stanza, che consumerebbero di più.

Conclusioni

Climatizzare casa senza consumare troppa energia è possibile, adottando una delle soluzioni qui proposte.

Se invece si ha bisogno di un qualcosa che dia maggiore sensazione di freschezza, che raffreddi l’intero appartamento senza consumare troppa energia, l’aria condizionata canalizzata potrebbe essere la scelta giusta.

Con un pò di attenzione e valutando bene in base alle caratteristiche della zona, oltre che quelle dell’appartamento, sarà possibile mantenere la tua casa fresca senza consumare troppa energia.

Secondo l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat sono oltre 13 milioni gli utenti italiani che nemmeno sono a conoscenza del fatto che il servizio di tutela per la fornitura di luce e gas sia destinato a chiudere.
Addirittura, quasi 6 milioni di consumatori non sanno dire se il contratto che hanno attualmente sia nel mercato tutelato o in quello libero.

Dal 10 gennaio del 2024 milioni di italiani sono obbligati a passare dal mercato tutelato per la fornitura di gas al mercato libero, mentre slitta al primo luglio 2024, rispetto alla scadenza prevista per il primo aprile, la fine del mercato tutelato per l’energia elettrica.
Ma gli italiani non sembrano pronti a questo passaggio. 

Quasi 2,5 milioni ancora nel mercato tutelato

Analizzando più da vicino le risposte di chi ha dichiarato di avere un contratto di fornitura luce o gas nel mercato tutelato, ma non sapeva della fine del regime di tutela, emerge che quasi 2,5 milioni di italiani non hanno fatto ancora nulla per passare al mercato libero.

La scarsa conoscenza dell’argomento porta con sé, inevitabilmente, una serie di paure, alcune comprensibili, altre infondate.
Ad esempio, circa 1 milione di persone hanno dichiarato di temere di restare senza fornitura, mentre il 12% ha ammesso di aver paura per l’aumento delle tariffe.

Il Servizio a tutele graduali

Ma cosa accadrà per chi non passerà in autonomia al mercato libero prima della scadenza del servizio di tutela? Niente paura, non si corre il rischio di rimanere senza fornitura: l’Arera ha stabilito regole precise per i cosiddetti clienti non vulnerabili, ma che variano tra energia elettrica e gas.

Nel caso di fornitura elettrica, il cliente verrà assegnato tramite un’asta a un nuovo fornitore entrando così nel Servizio a tutele graduali, che avrà una durata di 3 anni ed è predisposto da Arera per accompagnare il passaggio al mercato libero dell’energia elettrica.
Per quanto riguarda il gas, invece, il cliente che non passerà al mercato libero di sua iniziativa rimarrà con l’fornitore, ma cambierà la tariffa. Gli verrà assegnata una tariffa simile a quelle Placet, valida per un anno, in attesa che faccia in autonomia una scelta sul mercato libero.

Solo la spesa per materia energia è modificabile dai fornitori

Sul mercato libero operano centinaia di società differenti, i cui prezzi possono variare sensibilmente. È bene però ricordare che nel mercato libero i fornitori hanno la possibilità di modificare solo la componente ‘spesa per la materia energia’, voce che diventa quindi fondamentale per comparare diverse offerte.

Le altre voci, come ad esempio, oneri e imposte, sono uguali per tutti e sono stabilite dall’Autorità.
L’utilizzo dei comparatori o l’intervento di un consulente esperto può essere quindi una soluzione per confrontare nel modo corretto le offerte, e scegliere consapevolmente quella più adatta alle proprie esigenze.

L’acqua è un elemento essenziale per la vita umana. Essa è necessaria per la sopravvivenza, per la salute e per il benessere.

Al tempo stesso, quando l’acqua che beviamo è contaminata da sostanze nocive (anche in piccole quantità), possono esserci delle serie conseguenze sulla salute.

Qui vogliamo allora informare gli utenti sui potenziali effetti che l’acqua contaminata ha sulla salute. L’obiettivo è quello di fornire informazioni utili e aggiornate, che possano aiutare le persone a proteggersi e a mantenersi sane.

Tipi di contaminazione dell’acqua

L’acqua può essere contaminata da diverse sostanze nocive, che possono essere classificate in due grandi categorie:

  • Contaminazioni microbiologiche: sono causate da microrganismi patogeni come batteri, virus e parassiti.
  • Contaminazioni chimiche: sono causate da sostanze chimiche come metalli pesanti, pesticidi, solventi e idrocarburi.

Effetti dell’acqua contaminata sulla salute

Gli effetti dell’acqua contaminata sulla salute possono essere diversi, a seconda della tipologia di contaminazione e della quantità di sostanze nocive presenti nell’acqua.

In linea generale, possiamo dire che l’acqua contaminata può causare:

  • Malattie gastrointestinali: diarrea, vomito, nausea, crampi addominali.
  • Malattie respiratorie: tosse, bronchite, polmonite.
  • Malattie della pelle: eruzioni cutanee, prurito, irritazioni.
  • Malattie del sistema nervoso: mal di testa, vertigini, convulsioni.
  • Malattie del sistema immunitario: infezioni ricorrenti, malattie autoimmuni.

In alcuni casi, l’acqua contaminata può anche causare malattie più gravi, come il colera, la dissenteria, la febbre tifoide e l’epatite A.

Glossario delle malattie tipicamente associate all’acqua contaminata

Le malattie associate all’acqua contaminata sono numerose e possono essere causate da diversi tipi di contaminazione.

Ecco qualche dettaglio in più sulle patologie più comunemente dovute all’assunzione di acqua contaminata:

  • Diarrea: è la malattia più comune associata all’acqua contaminata. Può essere causata da batteri, virus o parassiti.
  • Colera: è una malattia infettiva causata da un batterio. I sintomi tipici sono diarrea, vomito, crampi addominali e febbre.
  • Dissenteria: è una malattia infettiva causata da un batterio. I sintomi solitamente sono diarrea sanguinolenta, vomito e crampi addominali.
  • Febbre tifoide: è una malattia infettiva causata da un batterio. I sintomi sono tipicamente febbre alta, mal di testa, dolori muscolari e addominali, tosse e eruzioni cutanee.
  • Epatite A: è un’infezione del fegato causata da un virus. I sintomi sono febbre, nausea, vomito, dolore addominale, ittero e stanchezza.

Come difendersi dall’acqua contaminata

Esistono diversi modi per difendersi dall’acqua contaminata ed evitare di esporsi a rischi.

  • Bollire l’acqua: è il modo più efficace per eliminare i microrganismi patogeni. Ad ogni modo si tratta di una soluzione eccezionale, dato che chiaramente non è possibile far bollire sempre l’acqua cui abbiamo accesso dal rubinetto di casa, ad esempio.
  • Trattare l’acqua con cloro: il cloro è un disinfettante efficace contro i microrganismi patogeni.
  • Utilizzare filtri per l’acqua: i filtri possono rimuovere le sostanze chimiche e i microrganismi patogeni dall’acqua. Esistono appositi depuratori e purificatori acqua che svolgono proprio questo tipo di lavoro. Ne esistono di vari tipi, in grado di trattenere le sostanze inquinanti più comuni.
  • Acquistare acqua in bottiglia: l’acqua in bottiglia è generalmente sicura da bere, ma bisogna considerare che il suo costo al litro è decisamente più alto rispetto quello dell’acqua del rubinetto di casa. Ci sono inoltre degli aspetti legati alla produzione di plastica, ed introdurremmo in questo caso il tema del’inquinamento e del rispetto dell’ambiente.

In sintesi

L’acqua contaminata può avere gravi effetti anche gravi sulla salute. È importante essere consapevoli dei potenziali rischi legati all’assunzione di acqua inquinata e adottare misure adeguate per proteggersi.

Per saperne di più sulla qualità dell’acqua cui si ha accesso dal rubinetto di casa, è consigliabile il farla analizzare ad un laboratorio specializzato, che potrà individuare tutte le sostanze nocive presenti e le relative quantità.

Secondo la ricerca Sicurezza IT: focus sul settore finanziario in Italia condotta da Kaspersky un quarto delle aziende italiane del settore bancario e finanziario, durante la pandemia, ha subito una violazione causata volontariamente o involontariamente dai dipendenti. 
Le società finanziarie sono considerate un bersaglio redditizio da parte dei cybercriminali, sia per i forti flussi di denaro registrati e le enormi quantità di dati sensibili dei clienti sia per il grado di digitalizzazione del settore, che dall’inizio della pandemia, ha dovuto gestire l’accesso da remoto per i dipendenti. Il comportamento e le competenze dei dipendenti in materia di rischi informatici sono infatti un fattore da non sottovalutare nel settore finanziario italiano. Questo perché spesso i dipendenti non ricevono formazione IT adeguata.

Dipendenti: il punto d’accesso per gli attacchi

Il 13% degli intervistati considera i dipendenti che non conoscono policy e pratiche aziendali relative alla sicurezza la principale minaccia, percentuale che cresce al 22% tra le aziende di piccole e medie dimensioni, e che si riduce all’8% nelle grandi aziende. Il 7% indica smart-working e lavoratori da remoto come potenziale rischio e vulnerabilità. Tra gli intervistati è diffusa anche la consapevolezza che un minimo errore involontario possa mettere in pericolo interi segmenti dei sistemi aziendali.
I dipendenti che ignorano o non conoscono le policy aziendali sono considerati pericolosi quanto la mancanza di personale dedicato alla sicurezza IT (13%).

Non sono ancora diffuse sessioni regolari di formazione

Solo l’8% degli intervistati invece afferma che sono stati utilizzati i programmi non aggiornati come gateway per accedere alla rete aziendale. Il 10% riferisce di aver subito attacchi tramite un service provider esterno o tramite un’azienda partner. Che si tratti di aprire un allegato, cliccare un link infetto o effettuare il download di un software non autorizzato, i criminali informatici spesso prendono di mira i dipendenti per trovare una via d’accesso alla rete aziendale. D’altronde, nonostante le società finanziarie garantiscano una formazione sulla sicurezza informatica al personale IT maggiore rispetto a quella offerta a qualsiasi altro ruolo professionale, c’è sicuramente ampio margine di miglioramento: le sessioni regolari di formazione dei dipendenti non sono ancora abbastanza diffuse.

La sicurezza del reparto IT 

Nelle società con oltre 1.000 dipendenti le aree con il maggior numero di personale regolarmente formato su cyber minacce e comportamenti di sicurezza informatica appartengono al reparto IT, seguiti da dirigenti e analisti. Solo un terzo dei responsabili IT (33%) dichiara che il 100% del reparto IT effettua training regolari, mentre stimano che in media due terzi del totale siano regolarmente formati (67%). Una percentuale riflessa anche tra dirigenti (64%) e altri reparti come assistenti esecutivi (61%), marketing (56%), analisti e trader (62%) e contabilità (59%). In generale, quindi, solo poco più della metà dei dipendenti (54%-67%) ha seguito sessioni di formazione dedicate alla sicurezza informatica.

I tassi applicati ai mutui hanno ripreso a salire, superando, nel caso di quelli indicizzati a tasso fisso, la soglia del 2%. Ma quanto incide o inciderà sulle tasche degli italiani? E come possono tutelarsi i consumatori? Secondo l’analisi dell’Osservatorio di Facile.it, relativa al confronto tra aprile 2022 e aprile 2021, è emerso come vi sia un cambio dell’identikit del richiedente medio, dovuto all’aumento della quota di Under 36 che hanno avviato le pratiche per ottenere un mutuo. Inoltre, è emerso l’aumento del peso percentuale delle richieste di finanziamento per l’acquisto della prima casa sul totale delle domande presentate. Anche in questo caso, il fattore determinante è l’incremento del numero di giovani richiedenti.

Tasso fisso
Come sono cambiati, da gennaio a oggi, i valori dell’indice EURIRS e dei migliori Taeg offerti al cliente? L’EURIRS (20 anni) è passato da 0,60 (4 gennaio 2022) a 1,97 (9 maggio 2022), mentre il tasso fisso al cliente (miglior Teag) è salito da 1,21% (gennaio 22) a 2,12% (maggio 22). Per chi ha già sottoscritto il mutuo a tasso fisso non cambia nulla, per chi invece deve sottoscriverlo oggi, le differenze sono importanti. Prendendo in considerazione un mutuo fisso di 126.000 euro da restituire in 25 anni (LTV 70%), a gennaio 2022 la rata mensile disponibile col miglior Taeg a tasso fisso era di 483 euro, mentre a maggio 2022 è arrivata a 528 euro: 45 euro in più al mese e 13.500 euro in più di interessi per tutta la durata del finanziamento.

Tasso variabile
Per quanto riguarda il tasso variabile, l’EURIBOR a 3 mesi è passato da -0,57 (4 gennaio 2022) a -0,40 (9 maggio 22) e i tassi proposti all’aspirante mutuatario (miglior Taeg) sono variati da 0,72% (gennaio 22) a 0,75% (maggio 22). Considerando un mutuo di 126.000 euro da restituire in 25 anni (LTV 70%), lo scorso gennaio la rata mensile disponibile col miglior Taeg era di 456 euro, valore rimasto invariato anche a maggio. Il tasso variabile, quindi, torna a essere un’alternativa interessante rispetto a quello fisso, dal momento che la rata di partenza è inferiore di 72 euro.

Prospettive future
Per i tassi fissi, guidati dall’IRS, bisogna guardare all’andamento del Bund tedesco, mentre per quelli variabili, guidati dall’Euribor, sarà determinante la politica monetaria della BCE, e l’eventuale decisione di aumentare il costo del denaro. Difficile fare previsioni sul fronte del mercato immobiliare, il primo a essere impattato dai movimenti degli indici legati ai muti. Se da un lato l’aumento dei tassi potrebbe incidere negativamente sulla richiesta di case, che alla lunga, potrebbe tradursi in un calo dei prezzi, dall’altro lato va evidenziato che in momenti di instabilità il ‘mattone’ diventa per tanti un bene rifugio, e questo potrebbe avere un effetto opposto sui prezzi. Ma sarà anche fondamentale guardare a come cambieranno le prospettive di crescita economica del Paese per i prossimi mesi.

Parola d’ordine, ripartire. È questa la parola d’ordine del 50° Congresso nazionale dell’Aidp, l’associazione italiana per la direzione del personale, che per l’edizione 2021 ha scelto proprio di svolgersi all’insegna del concetto di ripartenza. E che grazie ai contributi di centinaia di esperti e professionisti del mondo del lavoro coinvolti, ha declinato in 13 proposte suddivise per aree tematiche, e sintetizzate in 5 punti, la ripartenza al lavoro.

Smart working, si va verso un modello ibrido

La prima proposta dei direttori Aidp è quella di adeguare le necessità tra lavoro da remoto e in presenza. Dopo il massiccio ricorso allo smart working in fase pandemica, bisognerà infatti capire come riorganizzarlo in un contesto di normalità, anche a seguito di un’analisi costi-benefici. Secondo gli esperti si va verso un modello ibrido con alternanza tra lavoro da remoto e in presenza. Un modello che coinvolgerà tutte le figure lavorative e professionali, a esclusione delle mansioni non ‘remotizzabili’.

Un’impresa resiliente con le persone al centro dell’azienda

Come rendere l’impresa resiliente? L’Aidp non ha dubbi: usare il contratto collettivo di lavoro, ai vari livelli, per modellare una disciplina dei rapporti di lavoro secondo le esigenze aziendali, investire nella formazione permanente e continua del personale in percorsi di crescita e valorizzazione, e organizzare l’impresa in senso orizzontale. Ma la riorganizzazione dell’azienda e del lavoro deve necessariamente partire dall’esigenza di mettere le persone e il loro benessere al centro. Allo scopo bisogna partire dal ‘basso’, ascoltare i suggerimenti provenienti dai lavoratori nella riprogettazione dei modelli organizzativi, semplificare la scala gerarchica, favorire la condivisione delle idee e valorizzare come priorità la dimensione umana del lavoro, favorendo il benessere fisico e psicologico dei dipendenti.

Potenziare il welfare aziendale e allineare le competenze

Il ruolo integrativo dell’azienda nel nuovo modello di welfare community, basato sempre più sulla collaborazione tra pubblico e privato, per i direttori del personale è decisivo, soprattutto in considerazione dei nuovi bisogni sociali. Va potenziato lo strumento anche verso le nuove esigenza della mobilità sostenibile, l’aggiornamento di alcuni parametri come il concetto di famiglia, il sostegno ai servizi alla persona e l’innalzamento strutturale del tetto ai fringe benefit a 516 euro l’anno. Si rende necessario, riporta Adnkronos, un programma di reskilling di ampia portata verso le nuove competenze della rivoluzione ibrida, ossia AI e intelligenza umana, cyber e fisico, quindi, per superare il digital divide e favorire un reale processo di occupazione e sviluppo economico. Il 72% delle aziende dubita, infatti, di aver le giuste competenze.