WhatsApp sfida le piattaforme di video-conferenza, come Zoom o Teams: l’app di messaggistica di Meta ha infatti iniziato a distribuire il supporto alle chiamate vocali e video tramite il proprio client web.

Dopo una lunga fase di sviluppo durata circa un anno, la novità segna un cambiamento significativo per gli utenti, poiché permette di gestire le comunicazioni audio e video sul desktop senza dover necessariamente scaricare un’applicazione dedicata.

Sotto il profilo tecnico e della sicurezza, le chiamate effettuate via web mantengono gli standard elevati già presenti sulla versione mobile di WhatsApp.
La distribuzione, partita attraverso il programma beta, raggiungerà gradualmente l’intera base utenti nelle prossime settimane.

Il primo passo verso uno strumento di comunicazione autosufficiente

Al momento, la funzione è disponibile per una platea selezionata di utenti e si concentra sulle chat individuali, ma rappresenta il primo passo di una strategia volta a rendere il browser uno strumento di comunicazione autosufficiente e completo.

Tutte le comunicazioni sono protette dalla crittografia end-to-end basata sul protocollo Signal, garantendo che né Meta né terze parti possano intercettare o ascoltare il contenuto delle conversazioni.
Il nuovo strumento richiede comunque una gestione prudente dei dati sensibili, poiché ogni informazione visibile sul monitor viene trasmessa all’interlocutore.

Un vantaggio per Linux (e per qualche utente Windows)

Oltre alla stabilità del segnale, l’interfaccia ora integra la possibilità di condividere il proprio schermo in tempo reale durante le videochiamate, uno strumento particolarmente utile per la presentazione di documenti o la collaborazione professionale.
L’estensione di queste capacità al web client risulta particolarmente vantaggiosa per l’ecosistema Linux, storicamente privo di un’applicazione ufficiale, nonché per gli utenti Windows che preferiscono non installare software aggiuntivi sul sistema operativo.

Sebbene la fase iniziale riguardi esclusivamente le conversazioni tra singoli contatti, la tabella di marcia prevede l’introduzione a breve termine delle chiamate di gruppo, capaci di ospitare fino a 32 partecipanti contemporaneamente, insieme a funzionalità accessorie come i link di invito e la programmazione delle chiamate, riporta Adnkronos.

L’indipendenza da Zoom, Meet e Teams

Questa novità porrebbe quindi la piattaforma di messaggistica di Meta in più diretta competizione con app dedicate alle riunioni online, come Zoom, Google Meet e Microsoft Teams. Tutte permettono, infatti, di collegarsi a una chiamata anche seguendo un semplice link da computer senza scaricare app specifiche.

A oggi invece, riferisce Ansa, per una ‘call’ WhatsApp su pc Windows e Mac bisogna usare i software ufficiali.
“Questa mossa fa probabilmente parte di una strategia ampia per rendere gli strumenti di comunicazione di WhatsApp più versatili – si legge su WabetaInfo -. Ciò garantirà agli utenti di rimanere connessi indipendentemente dalla piattaforma o dal dispositivo che usano”,.

A spingere gli acquisti degli stranieri durante il peridio dei saldi invernali è soprattutto il Made in Italy. I grandi marchi dell’alta moda italiana restano la prima scelta per il 57,7% dei turisti, in crescita del 2,1% rispetto al 2025.
In aumento però anche l’interesse per i prodotti artigianali locali, scelti dal 23,8% degli acquirenti, segnale di una domanda sempre più orientata verso identità, autenticità e qualità del territorio.

Ed è Firenze a dominare lo shopping turistico, con il 42% dei visitatori attratti dai negozi della città. Ma quando si guarda allo scontrino medio, il primato passa a Milano, dove ogni turista spende mediamente 184 euro.
Questi alcuni dati sull’impatto dei flussi turistici sui saldi emersi da un focus Confcommercio – Format Research.

Milano seconda poi Napoli e Roma

Sono dati che evidenziano un’alta propensione all’acquisto lungo le direttrici centrali e nei distretti moda della città, sostenuti da un mix di boutique, marchi internazionali e offerta locale.
Milano infatti è seconda per il turismo dello shopping (38%), Napoli terza (35,8%) e Roma quarta (33,8%).

Per quanto riguarda lo scontrino medio, a Milano seguono Firenze, con 168 euro, Roma, con 162, e Napoli, che chiude la classifica con una spesa più contenuta, pari a 110 euro.
Roma si conferma, invece, la meta più attrattiva per la clientela internazionale. Il 34% dei turisti nei negozi arriva infatti dall’estero, seguita da Milano (32%), Napoli (21%) e Firenze (19%).

Dal leisure al “bleisure” il turismo sostiene i negozi

“Per quasi sei negozi su dieci le vendite sono in linea o migliori rispetto allo stesso periodo del 2025 – commenta Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio -. I risultati più performanti si concentrano nelle città e nelle aree a forte vocazione turistica, dove l’effetto shopping tourism si è fatto sentire in modo evidente. Turismo e saldi si confermano un binomio vincente, ulteriormente rafforzato dal turismo business legato alle grandi fiere e agli eventi internazionali della moda, come Pitti, Milano Unica e la fashion week milanese. Un turismo, quindi, che evolve da quello leisure d’inizio anno a quello ‘bleisure’, capace di coniugare lavoro e svago, che continua a sostenere i consumi nei negozi fisici”, riporta Ansa.

ll binomio tra griffe e manifattura locale alimenta una domanda ibrida

Il baricentro resta comunque il turista domestico ed europeo di prossimità, con ricadute diffuse su vie commerciali e negozi fisici.
Lo shopping tourism agisce quindi da moltiplicatore dei consumi, con risultati più evidenti nelle aree ad alta densità turistica, dove la frequenza d’ingresso si traduce in volumi costanti per la rete retail.

Inoltre, riferisce Assodigitale.it, il posizionamento dell’offerta, il peso dei brand di fascia alta e il calendario di fiere ed eventi internazionali sostengono il ticket medio, anche in periodo di saldi.
Il binomio tra griffe e manifattura autoctona alimenta poi una domanda ibrida, dove lusso internazionale e autenticità locale convivono sostenendo i saldi e stabilizzando i flussi in città a forte vocazione turistica.

Tra il 2015 e il 2024 le famiglie con animali domestici crescono dell’1,5%, arrivando a oltre 10 milioni. A crescere è soprattutto la quota di famiglie con cani, più lieve l’aumento della quota di famiglie con gatti, in diminuzione quella con altri tipi di animali domestici. 

Nel 2024 in Italia gli animali domestici sono circa 25 milioni e 500mila. Cani e gatti i più presenti, il 33,9% delle famiglie ne ospita almeno uno. In particolare, il 22,1% delle famiglie ha uno o più cani mentre il 17,4% uno o più gatti.
Nettamente inferiore la quota di famiglie che possiede pesci (3,2%), mentre circa il 6% ha altre specie di animali, soprattutto uccelli (1,5%) e tartarughe (1,3%).
Lo rileva l’Istat nel contesto dell’indagine “I Cittadini e il Tempo libero”.

Più diffusi nei piccoli centri

Considerando l’ampiezza demografica dei Comuni, la presenza di animali domestici è meno frequente nei grandi centri urbani rispetto ai Comuni di dimensione minore.
Il massimo si tocca nei Comuni sotto 2mila abitanti, dove quasi una famiglia su due possiede animali domestici (47,7%).

Quest’evidenza territoriale è confermata anche riguardo gli animali domestici più diffusi nelle famiglie. Nei piccoli centri il 29,4% delle famiglie possiede almeno un cane (vs 15,1% centri metropolitani). Analogamente, il 27,7% delle famiglie dei piccoli centri ha almeno un gatto (12,5% centri metropolitani).

Una presenza che cambia a seconda della tipologia di famiglia

Dal momento che il possesso di animali da compagnia può implicare anche un impegno di natura economica si registra una lieve associazione con le risorse economiche a disposizione della famiglia. La quota di famiglie con animali domestici è pari al 41,6% tra coloro che dichiarano ottime risorse economiche (37,7% totale).

Inoltre, la presenza di animali domestici cambia a seconda della tipologia della famiglia. Nel 2024 sono soprattutto i nuclei con figli grandi a ospitare in casa uno o più animali domestici, mentre tra le persone sole la presenza è in percentuale minore.
In particolare, accolgono in casa gli animali domestici soprattutto le coppie con figli di almeno 14 anni (51,2%), seguite dalle famiglie monogenitore con figli di almeno 14 anni (48,8%), e dalle coppie con figli minori di 14 anni (43,3%).

Sono le donne a prendersene cura

Le donne mostrano una propensione maggiore per l’attività di cura, evidenziando uno scarto di circa il 6% rispetto agli uomini.
Il 26,6% delle donne, infatti, si occupa dei propri animali domestici con frequenza almeno settimanale, contro il 20,8% dei maschi.

Tale differenza è presente a tutte le età, tocca un massimo del 10% tra 45 e 64 anni e si annulla dai 65 anni in su.
La maggiore propensione delle donne a prendersi cura degli animali domestici si conferma anche considerando gli impegni lavorativi. Infatti, è pari al 33,8% la quota di donne occupate che si prende cura degli animali almeno una volta a settimana, contro il 22,3% degli uomini nella stessa condizione.

I Re-Styler, vivono lo stile come gesto identitario, piacere quotidiano e ponte tra memoria e contemporaneità. Sono gli over50, che a differenza delle generazioni più giovani non si limitano a “seguire la moda”, ma la reinterpretano piegandola al proprio vissuto e trasformandola in un linguaggio personale.

Da questa consapevolezza nasce la ricerca ‘Re-Styler – non chiamateli boomer’, la seconda edizione dell’Osservatorio Moda e Generazioni che esplora abitudini, valori e comportamenti di consumo dei 50-65enni, ed è condotta per McArthurGlen.
Dietro l’etichetta anagrafica si nasconde quindi una generazione viva, curiosa, sofisticata e moderna, che non vede nella moda un semplice guardaroba da aggiornare, ma un dialogo con il tempo.

Lo stile è unicità

La generazione degli over50 ha saputo reinventarsi nel tempo, costruendo un rapporto personale e profondo con la moda. È una generazione che ha un legame profondo e storicizzato con la moda, ma che pone un’attenzione particolare alla contemporaneità e alla trasformazione. Per molti di loro, lo stile è unicità ricercata con interesse. Capi e accessori non sono solo oggetti, ma custodi di memorie. Il lusso si traduce in qualità dei tessuti, cura dei dettagli ed esclusività vissuta con naturalezza.

Rispetto alle generazioni più giovani i Re-Styler amano scegliere i capi con cura, attribuendo un’importanza fondamentale alla qualità (44%). Spesso preferiscono i negozi fisici (49%), dove ritrovano l’interazione umana, e l’esperienza sensoriale gratifica l’acquisto. 

Il guardaroba come spazio emotivo

Per i Re-Styler la moda va oltre l’aspetto estetico: è gusto (52%), identità (41%), benessere (41%).
È un modo per raccontarsi, per restare al passo con i tempi e per prendersi cura di sé. Il guardaroba diventa uno spazio emotivo, dove convivono capi amati e nuovi desideri, e dove la scelta di cosa indossare è un atto di consapevolezza.

D’altro canto, il 42% dichiara di possedere più abiti del necessario, un dato più alto rispetto alle generazioni più giovani (22% GenZ, 31% Millennials), mostrando l’accumulo nel tempo come risultato di una connessione radicata con i propri capi. Una persona su tre però dichiara di essere incline al decluttering, soprattutto tra le donne.

Il lusso è sinonimo di qualità

Anche i Re-Styler prestano attenzione all’aspetto della sostenibilità (55%) e all’etica della produzione (63%), ma solo il 15% è disposto a spendere di più per inseguire le tendenze.
Il lusso, per loro, è qualità di tessuti e dettagli (55%), eleganza (40%), unicità (28%). È uno stile che dura nel tempo (36%) e racconta una storia. 

I richiami agli anni ’70/’80/’90 suscitano emozioni positive (49%) e diventano fonte di ispirazione, nonostante permanga la consapevolezza che spesso si tratta di marketing (44%).
Pur presenti sui social, traggono ispirazione soprattutto da vetrine (53%), siti dei brand, pubblicità e riviste (16%).
Instagram e Facebook sono i social più stimolanti (41%), ma il loro ruolo è meno centrale rispetto ai più giovani. I contenuti digitali dei brand vengono seguiti con interesse, ma anche spirito critico.

Uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia nel settembre 2025, dedicato al tema “L’occupazione in Italia dopo la pandemia”. sfata il mito della sostituzione tecnologica. Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione in Italia ha registrato una crescita significativa trainata dall’espansione dei servizi tecnologici e professionali, in particolare, nei settori legati all’Intelligenza artificiale e all’ICT.

Le imprese che impiegano sistemi di Intelligenza artificiale, infatti, non solo offrono condizioni salariali più favorevoli, ma tendono anche ad assumere un numero maggiore di lavoratori in ruoli che beneficiano della complementarietà con queste tecnologie.

Le aziende innovative assumono di più

Negli ultimi anni l’adozione di tecnologie avanzate, tra cui l’AI, non ha quindi comportato una riduzione dell’occupazione. Al contrario, ha favorito la creazione di nuovi posti di lavoro e l’aumento delle retribuzioni nei comparti più innovativi.

“Le tecnologie di AI svolgono compiti che potrebbero, in linea di principio, sostituire le attività dei lavoratori coinvolti in attività di tipo cognitivo. Tuttavia, nell’ultimo decennio le imprese che le utilizzano hanno mostrato una maggiore espansione della forza lavoro”, si legge nel report di Bankitalia.
Tra i fattori che hanno sostenuto l’occupazione rientrano l’aumento dell’offerta di lavoro, la ripresa delle assunzioni, una maggiore partecipazione dei lavoratori anziani e la crescita dei servizi avanzati.

Software/servizi informatici guidano la crescita occupazionale dei settori tecnologici

In particolare, il comparto dei servizi informatici e del software ha contribuito per il 45% all’incremento occupazionale dei settori tecnologici, segnando la performance più positiva nel panorama post-pandemico.

Lo studio sottolinea inoltre un dato controintuitivo: non sono le imprese con i salari mediamente più alti a trainare la crescita occupazionale, bensì quelle che hanno investito in capitale e innovazione tecnologica, come appunto i servizi professionali e ICT.

Lavoro da remoto, leva strategica per il recruiting

Un altro aspetto rilevante emerso dallo studio riguarda il ruolo del lavoro da remoto, che si conferma una leva strategica per superare le difficoltà di reperimento del personale, soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza e tecnologia.
La possibilità di assumere personale al di fuori del contesto territoriale di riferimento consente infatti alle imprese di ampliare il bacino di candidati qualificati.

Nel complesso, il quadro delineato da Bankitalia suggerisce che l’innovazione tecnologica, lungi dal rappresentare una minaccia per il lavoro, può costituire un volano per lo sviluppo occupazionale e il miglioramento delle condizioni retributive, a patto di accompagnare i cambiamenti con adeguate politiche di formazione e adattamento delle competenze.

Entro il 2030 la Generazione Z costituirà un terzo della forza lavoro globale. Un dato che sottolinea l’urgenza di rivedere le strategie di engagement e retention aziendali alla luce delle nuove esigenze e priorità dei più giovani.
Da questo punto di vista, diventa fondamentale ripensare la cultura aziendale, rendendola più aperta, flessibile e inclusiva.

Anche perché in Italia il 49% della Gen Z dichiara l’intenzione di lasciare il proprio lavoro entro sei mesi, una percentuale leggermente superiore alla media globale (47%).
E il 35% dei giovani italiani ritiene di dover cambiare occupazione nel breve periodo (34% a livello mondiale).
Emerge dalla ricerca ‘World of Work for Generation Z in 2025’ a cura di ManpowerGroup. 

Poco ottimisti sull’impiego allineato alle proprie aspettative

Per quanto riguarda la fiducia nell’ottenere un nuovo impiego in linea con le proprie aspettative, solo il 20% delle giovani e dei giovani italiani si dichiara ottimista, confermando un trend globale.
La maggior parte lamenta una carenza di opportunità significative, una scarsa connessione con la mission aziendale e una sensazione generale di disallineamento tra aspettative e realtà. 

Di contro, negli ultimi cinque anni, l’engagement dei talenti under25 è sceso dal 40% al 35%. I giovani si sentono meno supportati nel confronto con il management, hanno minori prospettive di crescita professionale e si percepiscono poco ascoltati nelle decisioni strategiche. 

Strategie per attrarre gli under25 

Sul fronte del benessere mentale, in Italia il 57% della Gen Z segnala un elevato livello di stress sul lavoro (52% a livello globale), a fronte del 44% dei baby boomer (33% globalmente).  
Per rispondere a queste criticità, le imprese italiane stanno implementando strategie mirate per rendere il posto di lavoro più attrattivo per la Gen Z.  

Secondo il report, il 37% delle aziende italiane investe in dotazioni tecnologiche avanzate, il 37% implementa soluzioni per il benessere sul luogo di lavoro, inclusi programmi di supporto psicologico e spazi dedicati al relax, il 27% offre orari di lavoro flessibili, il 22% ha aumentato i livelli salariali, e il 28% delle risorse è destinato a iniziative di upskilling e reskilling.

L’azienda del futuro è eco-digitale, umana, personalizzata, adattabile, plurale

“Oggi l’ascolto e l’engagement dei talenti sono fondamentali – dichiara Anna Gionfriddo, AD ManpowerGroup Italia -. Nella We Economy che si sta sviluppando le aziende del futuro dovranno essere eco-digitali, umane, personalizzate, adattabili e plurali”. 

Del resto, “la Generazione Z sa perfettamente cosa vuole in termini di valori, aspettative, carriera ed equilibrio vita-lavoro – aggiunge David Herranz, Regional President of Southern Europe di ManpowerGroup -. Le aziende che vogliono attrarre i migliori talenti devono dimostrarsi flessibili e capaci di dialogare con loro”.

La paura sta condizionando la vita degli italiani, al punto che quasi 4 cittadini su 10 rinuncia a uscire di casa per timore che possa capitare qualcosa di grave. E la quota è più elevata tra i giovani (52,1%).
In generale, il 94,2% degli italiani afferma che quando si trova fuori casa vorrebbe sentirsi tranquillo e l’89,3%, di fronte alla crisi permanente e ai rischi incombenti, vorrebbe sentirsi al riparo dalla criminalità.

Per il 75,8% degli italiani (81,8% tra le donne), negli ultimi 5 anni girare per strada è diventato più pericoloso, e il 67,3% delle donne ha paura quando torna a casa di sera.
È quanto emerge dal 1° Rapporto Univ-Censis dal titolo ‘La sicurezza fuori casa’.

Le donne hanno più paura degli uomini. E hanno ragione

Esiste una serie di reati che colpisce maggiormente le donne. Tra questi, le violenze sessuali, che nel 2024 sono state 6.587, +34,9% negli ultimi cinque anni.
Del resto, il 25,6% delle donne intervistate sostiene di aver subito almeno una molestia sessuale, il 23,1% uno scippo o un borseggio, e il 29,5% è stata seguita da uno sconosciuto.

Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 2.388.716 reati, +3,8% rispetto al 2019 e +2,0% rispetto allo scorso anno.
Siamo però ancora molto lontani dai 2.812.936 reati del 2014, ed è ancora presto per dire se questa crescita è solo una piega congiunturale o se rappresenta il segnale di un vero e proprio cambio di ciclo.

La criminalità nei territori

Nel 2024 le rapine sono state 28.631, di cui 16.510 in pubblica via, +24,1% rispetto al 2019.
I borseggi sono stati 140.690, +2,6%, mentre gli scippi, 13.474, +7,9%.
Roma guida la classifica delle province e città metropolitane, con 271.033 reati denunciati nel 2024, l’11,3% del totale Italia, seguita da Milano (226.230 reati, 9,5%), Napoli (132.809) e Torino (128.919).

Se si considera l’incidenza dei reati sulla popolazione, la provincia che presenta il valore più alto è Milano, dove nel 2024 si sono consumati 69,7 reati ogni 1.000 abitanti.
Al secondo posto Firenze (65,3) e al terzo Roma (64,1).

Il modello virtuoso di intervento pubblico-privato

Le risorse statali destinate a garantire l’ordine pubblico si integrano con quelle private attraverso un’offerta che nel tempo ha aumentato i propri ambiti di intervento e i propri standard qualitativi.
Gli stessi italiani sono convinti (65,1%) che lo Stato da solo non ce la può fare a presidiare tutte le aree e i luoghi essenziali per la vita delle persone, e riconoscono il ruolo e il valore sociale della sicurezza privata.

Per il 74,4% della popolazione gli operatori della sicurezza sono indispensabili per assicurare la sicurezza del territorio. E quasi 8 milioni di italiani, il 15,4% del totale, ha fatto ricorso a un operatore poiché in una situazione di pericolo.
Non solo: il 73,3% pensa che gli ambiti di intervento della vigilanza privata si dovrebbero ampliare. 

Ogni anno le imprese italiane versano allo Stato e alle sue articolazioni periferiche 21 miliardi di euro di imposte ambientali. Ma dall’inizio del prossimo anno dovranno stipulare anche la cosiddetta polizza catastrofale, un provvedimento introdotto dal regolamento attuativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale verso la fine di febbraio.

In buona sostanza, sottolinea l’Ufficio studi della CGIA, tra qualche mese le imprese si troveranno a pagare due volte la protezione ambientale: una con le imposte allo Stato centrale e agli enti locali, e un’altra sottoscrivendo una polizza con le compagnie assicurative private. 
Nonostante la destinazione di queste risorse non sia vincolata, parte di esse potrebbe essere utilizzata per la pulizia dell’alveo dei fiumi, per la manutenzione degli argini e delle rive, per la realizzazione dei bacini di laminazione o le casse di espansione. 

Una misura legata ai ritardi dei rimborsi statali

Si tratta di  interventi che dovrebbero prevenire o mitigare molti eventi calamitosi che non si è in grado evitare. In realtà, queste opere non si fanno da almeno qualche decennio, oppure vengono realizzate solo dopo che il disastro si è verificato.
Una delle motivazioni che sta a monte dell’introduzione di questa misura è legata ai ritardi ‘biblici’ dei rimborsi statali.

È vero, spesso questi ultimi vengono erogati quando le attività colpite hanno già chiuso definitivamente perché piegate dai danni subiti. Con l’intervento delle assicurazioni, invece, gli aiuti dovrebbero arrivare nel giro di poche settimane, permettendo così alle aziende danneggiate di riprendere rapidamente l’attività.

Il doppio onere sostenuto dalle aziende

La misura dovrebbe però essere accompagnata da una corrispondente riduzione delle tasse ambientali, altrimenti le aziende saranno costrette a sostenere un doppio onere. 
Si teme, invece, che le imposte ambientali siano destinate ad aumentare, specialmente quelle degli enti locali, che negli ultimi due anni sono tornate a crescere per mantenere i bilanci in equilibrio. 

Inoltre, è necessario riflettere su un altro aspetto. Negli ultimi 25 anni è avvenuto un progressivo allontanamento dello Stato dal settore sociale (previdenza, sicurezza, sanità), e ora anche da quello della protezione ambientale, lasciando così sempre più spazio ai privati.

Le imposte dovrebbero diminuire, e invece…

Se è questa la direzione intrapresa dallo Stato, non si può far gravare sulle famiglie e sulle imprese due volte il costo dell’ambiente.
In sostanza, se i privati stanno acquisendo sempre più quote di ‘mercato’, le tasse pagate dagli italiani al fine di garantire questi servizi devono essere ridotte. Cosa che finora non si è verificata. 

Dei 21 miliardi di euro di imposte ambientali versati dalle imprese private nel 2022, i settori più ‘tartassati’ sono quelli energivori (fornitura energia elettrica, gas, vapore…) con 5,3 miliardi di euro, seguiti dalle imprese manifatturiere, con 5 miliardi, e i trasporti, con 3 miliardi. Il gettito ascrivibile a questi tre settori incide sull’importo totale per il 63,7%. 

Il confine tra vita lavorativa e personale è sempre più sfumato. Le pressioni dell’ufficio si infiltrano nella quotidianità, mentre le preoccupazioni private si insinuano nelle ore di lavoro. Questo fenomeno, definito “sindrome da corridoio” dall’8° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, colpisce circa tre milioni di lavoratori italiani, con ripercussioni significative sia sul benessere psicologico che sulla produttività.

Secondo i dati raccolti, il 25,7% dei lavoratori fatica a concentrarsi a causa di problemi personali, mentre il 36,1% si porta a casa le tensioni professionali, compromettendo le relazioni con amici e familiari. I più colpiti sono i giovani: il 41% non riesce a staccare dal lavoro una volta usciti dall’ufficio, seguiti dal 34,9% degli adulti e dal 33,7% degli over 55. Allo stesso tempo, il 22,7% degli under 35 sente il peso della vita privata sul lavoro, percentuale che sale al 29,2% tra gli adulti e scende al 20,6% tra i lavoratori più anziani.

Il prezzo da pagare: stress e burnout

Questo continuo scambio tra sfera personale e professionale ha un impatto pesante sulla salute mentale. Il 31,8% dei lavoratori ha sperimentato burnout, con picchi del 47,7% tra i giovani. Inoltre, il 73% ha sofferto di ansia legata al lavoro, il 76,8% ha avuto difficoltà a mantenere un equilibrio tra vita privata e professionale, mentre il 75,9% si sente sopraffatto dalle responsabilità.

Questi numeri rivelano una realtà allarmante: il lavoro non è più solo una fonte di reddito, ma un fattore determinante per il benessere generale. Per l’83,4% degli italiani, è fondamentale che il proprio impiego contribuisca all’equilibrio psicofisico. Il valore attribuito al benessere cresce con l’età: mentre tra i giovani la percentuale si ferma al 75%, tra gli over 55 sale all’88,4%.

Cosa serve per migliorare il benessere lavorativo?

Per molti lavoratori, la chiave per una vita professionale più sostenibile sta in un ambiente sereno e flessibile. Il 94,6% ritiene essenziale un clima aziendale positivo, mentre il 93,1% considera fondamentale l’autonomia operativa. Il bilanciamento tra vita e lavoro è prioritario per il 92,2%, seguito dalla flessibilità degli orari (91,6%).

Anche il supporto psicologico è sempre più richiesto: il 63,5% vorrebbe accesso a percorsi di meditazione, yoga o consulenza, mentre il 38,2% ritiene che la meditazione potrebbe aiutarlo a gestire lo stress. Tuttavia, il 67,3% lamenta la mancanza di attenzione da parte dei datori di lavoro e il 68,5% denuncia un ambiente aziendale poco attento alla salute mentale.

Tempo e qualità della vita: la richiesta dei lavoratori

Al di là di benefit e incentivi, ciò che i dipendenti desiderano di più è più tempo per sé stessi. L’89,4% vorrebbe avere più spazio per dedicarsi alle proprie passioni, l’86,2% per stare con amici e familiari e il 78,9% per l’attività fisica. Persino il riposo è diventato un lusso: il 79% vorrebbe più tempo per ricaricare le energie, a dimostrazione di una società sempre più compressa da ritmi frenetici e carichi di lavoro difficili da sostenere.

Le aziende tra produttività e sostenibilità

Le imprese si trovano davanti a una scelta cruciale: continuare a spingere sulla produttività o investire in un modello di lavoro più sostenibile? Secondo Alberto Perfumo, amministratore delegato di Eudaimon, le aziende devono diventare veri e propri “hub di benessere”, capaci di offrire non solo un impiego, ma anche strumenti per migliorare la qualità della vita dei dipendenti.

Non si tratta solo di etica, ma anche di strategia: un ambiente di lavoro più sano favorisce la fidelizzazione dei talenti e migliora le performance. Il 36,7% dei lavoratori ha già cercato supporto psicologico per gestire lo stress, mentre il 65% ammette di avere difficoltà di concentrazione a causa della tensione accumulata.

Come sottolinea Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, i lavoratori di oggi non sono più disposti a sacrificare la propria salute mentale per la carriera. In questo scenario, il welfare aziendale non è più un’opzione, ma una necessità per costruire un mondo del lavoro più sostenibile. Ora resta solo da vedere quali aziende saranno pronte a raccogliere la sfida.

Quando si tratta di organizzare un viaggio, il desiderio di scegliere la destinazione perfetta lascia l’82% degli italiani nell’indecisione, mentre per il 96% è il costo dell’intero viaggio un fattore importante da considerare.
Una ricerca condotta da Skyscanner rileva che per la metà dei viaggiatori italiani (51%), gennaio non è solo uno dei momenti chiave per le decisioni importanti del nuovo anno, ma anche per i piani di viaggio.
Tuttavia, troppo tempo ed energie dedicate a pianificare rischiano di far cedere alla sopraffazione.

L’86% di chi sta organizzando un viaggio ammette che l’eccesso di variabili nella prenotazione possono portare a perdere completamente le offerte.
Questo fenomeno, soprannominato da Skyscanner e dalla neuroscienziata Faye Begeti come ‘WanderLost’, colpisce i viaggiatori di tutto il mondo.

“L’enorme quantità di opzioni disponibili può risultare opprimente”

“WanderLost è lo stato di indecisione durante la pianificazione di un viaggio, che deriva fondamentalmente dalla stanchezza mentale – spiega Begeti -. Il cervello esecutivo, situato nella corteccia prefrontale, governa il processo decisionale così come il pensiero complesso e la pianificazione. Le ricerche dimostrano che uno sforzo mentale prolungato, come un’intera giornata di lavoro, riduce il flusso sanguigno in questa regione”.

Questo, porta “il cervello a entrare in modalità a basso consumo, evitando quindi i compiti che richiedono sforzo cognitivo e optando per attività passive, come scorrere il telefono o guardare la Tv”.

Quando “wanderLust” si trasforma in uno stato di “wanderLost”

“Questo vale anche per la pianificazione di una vacanza – aggiunge Begeti -, che può sembrare scoraggiante poiché richiede una concentrazione e uno sforzo significativi”.
Insomma, l’eccitazione della ‘wanderLust’ si trasforma in uno stato di ‘wanderLost’.

Come combattere la stanchezza da decisione? L’affaticamento decisionale può sopraffare il cervello, facendo sembrare estenuanti anche le scelte più semplici. Per questo, restringere le opzioni è fondamentale.
Quindi, quando l’energia mentale è più alta dare priorità alle decisioni chiave, come volo e alloggio, mentre per le scelte meno importanti optare per il ‘va abbastanza bene’.

I ‘brain hacks’ che aiutano a superare questo stato mentale

Scegliere una vacanza in linea con il proprio stato mentale è fondamentale. Quando si è mentalmente in sovraccarico, meglio scegliere un ritiro nella natura o al mare. Se invece si è poco stimolati, meglio considerare una vacanza in città o all’insegna dell’avventura.

Imparare poi a sfruttare poi la dopamina anticipatoria. Il cervello si nutre di anticipazione, la preparazione di una vacanza è stimolante quanto il viaggio stesso. Inserire le destinazioni dei sogni nell’elenco rende la pianificazione più emozionante.

Un altro ‘brain hack’ è liberarsi dalla routine. Quando si organizzano le vacanze, uscire dalla zona di comfort e indagare su destinazioni inaspettate rispetto al solito, può aiutare a non ricadere nella solita routine da pianificazione.