Ogni anno il rapporto Io sono Cultura – firmato da Fondazione Symbola con Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte – arriva come un piccolo promemoria collettivo: la cultura, in Italia, non è un’aggiunta facoltativa, ma un pezzo di DNA. Un “motore silenzioso” che spesso non vediamo, ma che continua a far girare l’economia più di quanto immaginiamo.

Un settore che non fa molto rumore, ma lascia un grande segno

Guardando i dati del 2024, la fotografia è chiara: il sistema culturale e creativo ha prodotto 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto, con un aumento del 2,1% rispetto all’anno prima. Non è solo una cifra: è il lavoro di oltre un milione e mezzo di persone, cresciute dell’1,6%.
E se allarghiamo lo sguardo all’indotto, la stima sale a 302,9 miliardi di euro. Praticamente il 15,5% della ricchezza nazionale. Non proprio briciole.

Tra tutti i comparti, quello dei software e videogiochi corre più veloce degli altri. Con 17,7 miliardi di euro di valore aggiunto, oggi è il segmento che spinge di più l’intera filiera. Chi avrebbe detto, qualche anno fa, che i videogame sarebbero diventati uno dei cuori pulsanti della cultura italiana?

L’Italia della cultura si muove in modo diverso

Milano e Roma restano le colonne portanti del settore, seguite da Torino, Firenze, Monza-Brianza, Trieste e Bologna. Fin qui, nulla di inatteso.
La sorpresa arriva dal Mezzogiorno: nel 2024 il Sud ha corso più del resto del Paese, sia nel valore prodotto (+4,2%) sia nell’occupazione (+2,9%). Sardegna e Calabria, in particolare, mostrano crescite che non si vedevano da tempo. Segnali di un risveglio che merita attenzione.

La cultura è un forza trainante, ma rilassata

Ermete Realacci (Fondazione Symbola) ricorda che la cultura non è “il lusso del sabato pomeriggio”, ma un vero asse competitivo. Lo ripete spesso anche il Presidente Mattarella: non è un vezzo, è un valore.
Andrea Prete (Unioncamere) mette invece il dito sulla piaga: le competenze.

Le imprese cercano figure capaci di unire creatività e tecnologia, ma trovare questi profili è sempre più difficile. È il paradosso italiano: abbiamo un settore che cresce, ma fatica a trovare le persone giuste.

Dove stiamo andando?

Il rapporto Io sono Cultura 2025 ci restituisce un Paese che cambia con discrezione, ma cambia davvero. La cultura, ancora una volta, non si limita a raccontare l’Italia: la costruisce. E continua a farlo ogni giorno, spesso senza clamore, ma con una forza sorprendentemente concreta.

A volte basta fermarsi a un semaforo per accorgersi che, accanto a noi, c’è un guidatore con qualche primavera in più.
Non è solo una sensazione: secondo un’analisi realizzata da Facile.it su oltre cinque milioni di preventivi RC auto, quasi il 3% delle richieste arriva da automobilisti nati prima del 1945.
Tradotto: in Italia potremmo avere vicino al milione di over 80 ancora alla guida. Un numero che fa riflettere, e anche un po’ sorridere, pensando alla loro determinazione.

L’età conta… e le compagnie assicurative lo sanno

Che l’esperienza al volante aiuti è fuori discussione; chi guida da decenni ha un istinto che non si compra. Però il tempo passa per tutti, e con l’età avanzano anche limiti che possono pesare sulle assicurazioni: vista meno brillante, udito non più impeccabile, riflessi un po’ rallentati.

Nello studio, Facile.it ha considerato un gruppo di automobilisti lombardi in prima classe di merito, con auto tra 1.200 e 1.400 cc e formula “guida esperta”. E qui arriva il punto: al compimento degli 80 anni, la tariffa media RC auto prende il volo. Gli assicurati tra gli 80 e gli 89 anni pagano in media 356 euro, circa il 10% in più rispetto ai cinquantenni e addirittura il 15% in più rispetto ai sessantenni.
Questo perchè, secondo gli esperti, il fattore età può diventare un elemento importante nella valutazione delle probabilità di provocare un incidente. E ovviamente le compagnie di assicurazione ne tengono conto.

La patente dopo gli 80: si può guidare, ma con qualche controllo in più

Una cosa è certa: la legge italiana non stabilisce un “capolinea” oltre il quale non si possa più guidare. La patente B resta rinnovabile anche oltre gli 80 anni, ma con una frequenza più serrata.

Si parte con un rinnovo ogni 10 anni fino ai 50, poi si passa a 5 anni fino ai 70, quindi a 3 anni fino agli 80. Dopo questa soglia, serve un controllo ogni due anni. Nulla di proibitivo, ma sicuramente un impegno costante. Le visite servono a verificare che vista, udito, riflessi e capacità motorie siano ancora adeguati alla guida. In presenza di patologie come diabete o problemi cardiaci, possono essere richiesti esami aggiuntivi.

Equilibrio tra autonomia e sicurezza

La fotografia scattata da questi dati racconta un Paese che invecchia, sì, ma che resta attivo. Molti over 80 non rinunciano alla loro auto, simbolo di libertà e indipendenza.
La sfida, oggi, è trovare il giusto equilibrio tra il loro diritto a muoversi e la sicurezza di tutti.

I Re-Styler, vivono lo stile come gesto identitario, piacere quotidiano e ponte tra memoria e contemporaneità. Sono gli over50, che a differenza delle generazioni più giovani non si limitano a “seguire la moda”, ma la reinterpretano piegandola al proprio vissuto e trasformandola in un linguaggio personale.

Da questa consapevolezza nasce la ricerca ‘Re-Styler – non chiamateli boomer’, la seconda edizione dell’Osservatorio Moda e Generazioni che esplora abitudini, valori e comportamenti di consumo dei 50-65enni, ed è condotta per McArthurGlen.
Dietro l’etichetta anagrafica si nasconde quindi una generazione viva, curiosa, sofisticata e moderna, che non vede nella moda un semplice guardaroba da aggiornare, ma un dialogo con il tempo.

Lo stile è unicità

La generazione degli over50 ha saputo reinventarsi nel tempo, costruendo un rapporto personale e profondo con la moda. È una generazione che ha un legame profondo e storicizzato con la moda, ma che pone un’attenzione particolare alla contemporaneità e alla trasformazione. Per molti di loro, lo stile è unicità ricercata con interesse. Capi e accessori non sono solo oggetti, ma custodi di memorie. Il lusso si traduce in qualità dei tessuti, cura dei dettagli ed esclusività vissuta con naturalezza.

Rispetto alle generazioni più giovani i Re-Styler amano scegliere i capi con cura, attribuendo un’importanza fondamentale alla qualità (44%). Spesso preferiscono i negozi fisici (49%), dove ritrovano l’interazione umana, e l’esperienza sensoriale gratifica l’acquisto. 

Il guardaroba come spazio emotivo

Per i Re-Styler la moda va oltre l’aspetto estetico: è gusto (52%), identità (41%), benessere (41%).
È un modo per raccontarsi, per restare al passo con i tempi e per prendersi cura di sé. Il guardaroba diventa uno spazio emotivo, dove convivono capi amati e nuovi desideri, e dove la scelta di cosa indossare è un atto di consapevolezza.

D’altro canto, il 42% dichiara di possedere più abiti del necessario, un dato più alto rispetto alle generazioni più giovani (22% GenZ, 31% Millennials), mostrando l’accumulo nel tempo come risultato di una connessione radicata con i propri capi. Una persona su tre però dichiara di essere incline al decluttering, soprattutto tra le donne.

Il lusso è sinonimo di qualità

Anche i Re-Styler prestano attenzione all’aspetto della sostenibilità (55%) e all’etica della produzione (63%), ma solo il 15% è disposto a spendere di più per inseguire le tendenze.
Il lusso, per loro, è qualità di tessuti e dettagli (55%), eleganza (40%), unicità (28%). È uno stile che dura nel tempo (36%) e racconta una storia. 

I richiami agli anni ’70/’80/’90 suscitano emozioni positive (49%) e diventano fonte di ispirazione, nonostante permanga la consapevolezza che spesso si tratta di marketing (44%).
Pur presenti sui social, traggono ispirazione soprattutto da vetrine (53%), siti dei brand, pubblicità e riviste (16%).
Instagram e Facebook sono i social più stimolanti (41%), ma il loro ruolo è meno centrale rispetto ai più giovani. I contenuti digitali dei brand vengono seguiti con interesse, ma anche spirito critico.

C’è una questione aperta sul tavole dell’informazione, che solleva ben più di un interrogativo: i sistemi di Intelligenza Artificiale sono davvero affidabili quando forniscono notizie?

È questa la domanda che ha dato origine a una ricerca internazionale coordinata dalla European Broadcasting Union (Ebu) e guidata dalla Bbc, che ha coinvolto 22 media pubblici provenienti da 18 Paesi e 14 lingue diverse.

Un test su quattro intelligenze artificiali

I ricercatori hanno predisposto una lista di 30 quesiti da rivolgere a quattro strumenti di IA generativa molto diffusi: ChatGPT, Gemini, Perplexity e Copilot. Alcune domande erano di carattere universale, altre adattate ai singoli contesti nazionali. Tra i temi proposti: dati biografici su figure note come Elon Musk, questioni politiche globali come le decisioni di Donald Trump sul commercio internazionale, fino ad arrivare a notizie di cronaca come il numero delle vittime di un terremoto in Myanmar.

Dalle risposte sono emerse criticità tutt’altro che trascurabili: il 45 per cento dei contenuti restituiti presentava errori considerati significativi, tali da mettere a rischio la correttezza dell’informazione. La percentuale sale addirittura all’81 per cento se si includono le imprecisioni più lievi, che pur senza stravolgere i fatti contribuiscono a una rappresentazione distorta della realtà.
La problematica principale riguarda l’uso e la citazione delle fonti: spesso inesistenti, non verificabili o addirittura riportate in modo scorretto.

Un campanello d’allarme per il giornalismo

Lo studio, il più esteso finora condotto sul tema, mette in evidenza un rischio crescente per l’ecosistema informativo. Oggi una parte significativa degli utenti utilizza gli assistenti conversazionali come strumento per aggiornarsi sull’attualità: secondo il Digital News Report del Reuters Institute, lo fa il 7 per cento degli utenti online, percentuale che raggiunge il 15 per cento nella fascia sotto i 25 anni.

Se da un lato l’IA rappresenta un’opportunità per coinvolgere un pubblico più ampio, dall’altro la fiducia resta un pilastro fondamentale. Jean Philip De Tender, Media Director e vice direttore generale dell’Ebu, ha sottolineato come errori ricorrenti possano incrinare il rapporto tra cittadini e informazione, affermando che quando non si sa più a chi credere, si finisce per non credere a nulla.

Verso regole più chiare e controlli accurati

Proprio per preservare l’integrità delle notizie, l’Ebu ha chiesto alle istituzioni europee e nazionali di far rispettare con rigore le norme già esistenti su pluralismo, servizi digitali e qualità dell’informazione. L’Unione ritiene inoltre indispensabile un monitoraggio indipendente e costante dell’evoluzione degli assistenti IA, così da garantire ai cittadini notizie verificate e trasparenti.

I Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 si terranno nei luoghi più iconici di Milano, Verona e Cortina d’Ampezzo, ma anche a Bormio e Livigno in Valtellina, Predazzo e Tesero in Val di Fiemme e Anterselva/Antholz.

Gli effetti positivi più attesi per queste Olimpiadi (6-22 febbraio 2026) e Paralimpiadi invernali (6-15 marzo) comprendono una maggiore visibilità internazionale per le regioni coinvolte (Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige), lo sviluppo di strutture sportive di alta qualità, il miglioramento delle infrastrutture e l’aumento dell’attenzione allo sport.
Ma, secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Ipsos Doxa TopOlimpiadi2026, emerge qualche preoccupazione per la possibilità di strutture abbandonate nonché l’aumento dei prezzi delle abitazioni e del costo della vita.

Ingaggiati circa 18.000 volontari

I residenti all’interno della regione ospitante esprimono però una maggior preoccupazione riguardo alla gestione delle strutture post-giochi rispetto a quelli al di fuori della regione.
Rispetto alle precedenti edizioni il 36% degli intervistati si attende maggior attenzione sul fronte della sostenibilità da parte di organizzatori e territori coinvolti. Soltanto il 19% teme una minor attenzione, ma per il 45% l’impegno rimarrà analogo. 

L’intenzione di seguire i Giochi si conferma comunque solida. Il 68% degli italiani seguirà le Olimpiadi e il 60% le Paralimpiadi.
Inoltre, il 62% consiglierebbe di candidarsi come volontario. L’evento coinvolgerà infatti circa 18.000 volontari che aiuteranno nella gestione e nell’organizzazione dei Giochi. 

Comunità locali e tutela dei territori

Quanto alle comunità locali, la percezione è divisa. Il 53% ritiene che saranno attente alla sostenibilità, mentre il 47% crede non sia una priorità. 
Nel dettaglio, solo il 10% si aspetta un’attenzione prevalente alla tutela di persone e territori, il 37% prevede un equilibrio tra sostenibilità e vantaggio economico, il 39% stima che prevarrà la ricerca del guadagno e un ulteriore 14% non si attende attenzione né alla sostenibilità né ai benefici economici. 

Gli aspetti ritenuti più critici in tema di sostenibilità legati alle Olimpiadi e Paralimpiadi sono gestione delle strutture dopo i Giochi (29%), uso di materie plastiche e non naturali (24%), raccolta differenziata durante gli eventi, nei palazzetti e sulle piste (24%), e costruzione degli impianti sportivi /24%). 

Si teme per il sovraffollamento

Tra gli altri aspetti considerarti poco sostenibili rientrano anche consumo eccessivo di energia elettrica (24%), spostamenti del pubblico/sovraffollamento (23%), innevamento artificiale/raffreddamento dei palazzetti (23%).

Detto questo, spirito di squadra, uguaglianza, inclusività sono i valori chiave più associati ai Giochi, seguiti da amicizia, rispetto per gli altri, determinazione e fratellanza. E tra chi dichiara di seguire le Olimpiadi lo sci si posiziona come la disciplina più attesa (76%) poiché comprende il salto con gli sci, lo sci acrobatico, lo sci alpino e lo sci di fondo.
Il pattinaggio sia artistico sia di velocità segue da vicino, con il 54% di preferenze. Per chi dichiara di seguire le Paralimpiadi, lo sci alpino guida la classifica delle discipline più attese (45%), seguito da sci di fondo (38%) e snowboard (35%).

Lo rileva un’indagine realizzata dal Censis e commissionata da Philip Morris Italia, dal titolo “Engagement e produttività. Più produttività attraverso la leva della motivazione e del coinvolgimento sul posto di lavoro”: è fondamentale che le aziende comprendano come trasformare motivazione e coinvolgimento dei lavoratori in leve strategiche per aumentare l’engagement, e di conseguenza, la produttività.

Tra le possibili strategie, il 54,0% degli occupati intervistati chiede una retribuzione più competitiva. Ma se lo stipendio resta il nodo centrale, i lavoratori non guardano più solo al portafoglio.
Quattro su dieci vorrebbero più benessere e condizioni di lavoro migliori, il 32,0% benefit aziendali, e il 26,9% maggiore flessibilità oraria e smartworking.

Senior più coinvolti, giovani meno

Il 79,3% degli occupati si sente molto o abbastanza motivato. Tra di essi i più coinvolti sono gli over55, che cresciuti con l’idea del lavoro come valore identitario, dichiarano di essere molto motivati (37,5%).

Tuttavia, tra 18 e 44 anni la motivazione cala. In questa fascia d’età solo il 24,3% dichiara molto interesse verso la propria occupazione. Tra i fattori che possono portare una persona a perdere interesse per il proprio percorso professionale rientra il disallineamento tra le competenze possedute e le richieste del lavoro. Solo il 27,2% percepisce competenze pienamente allineate al ruolo che ricopre, mentre il 13,7% segnala forte disallineamento.
Anche questo fattore pesa di più sui 18-34enni (16,8%) rispetto agli over55 (6,3%).

Il lavoro ha perso centralità? Non per gli over55

Quasi la metà degli intervistati (47,8%) afferma che il lavoro ha perso centralità o non è mai stato una priorità. A trainare questa visione sono i 18-44enni (54,1%), mentre il 66,3% dei senior resta ancorato al modello tradizionale. Emerge con forza la sensazione di disincanto, che mette sempre più in discussione il concetto tradizionale di lavoro come fulcro della vita sociale e personale. È quasi la metà dei lavoratori dipendenti a sentirsi regolarmente o sporadicamente distaccato, o poco coinvolto, durante le proprie attività lavorative, ma ancora più critico è il dato sui giovani: più della metà (53,9%) avverte questo problema.

A distanza di quasi 20 punti percentuali si pone invece la fascia degli over55 (34,4%), dimostrando maggiore coinvolgimento e stabilità emotiva nel rapporto con il lavoro.

Gli effetti del disengagement

Il disengagement si traduce in un dato eloquente: il 44,3% dei dipendenti ha considerato di cambiare occupazione. La percentuale tocca il 64,6% tra i più giovani.
Tra i motivi che spingono a considerare la possibilità di un cambio di lavoro i principali sono aumento del reddito (39,5%), stress o carico di lavoro eccessivo (28,7%), maggiore soddisfazione professionale (21,5%).

La disaffezione al lavoro implica quindi una serie di sfide per l’azienda, che può veder calare produttività e qualità delle prestazioni, contemporaneamente a un aumento del turnover.
Un lavoratore su tre (33,3%) crede che il disimpegno abbia un impatto significativo sui risultati dell’azienda in cui lavora, riducendo la produttività in modo evidente. Convinzione particolarmente diffusa negli over55 (45,2%), molto meno tra i più giovani (25,4%).

Uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia nel settembre 2025, dedicato al tema “L’occupazione in Italia dopo la pandemia”. sfata il mito della sostituzione tecnologica. Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione in Italia ha registrato una crescita significativa trainata dall’espansione dei servizi tecnologici e professionali, in particolare, nei settori legati all’Intelligenza artificiale e all’ICT.

Le imprese che impiegano sistemi di Intelligenza artificiale, infatti, non solo offrono condizioni salariali più favorevoli, ma tendono anche ad assumere un numero maggiore di lavoratori in ruoli che beneficiano della complementarietà con queste tecnologie.

Le aziende innovative assumono di più

Negli ultimi anni l’adozione di tecnologie avanzate, tra cui l’AI, non ha quindi comportato una riduzione dell’occupazione. Al contrario, ha favorito la creazione di nuovi posti di lavoro e l’aumento delle retribuzioni nei comparti più innovativi.

“Le tecnologie di AI svolgono compiti che potrebbero, in linea di principio, sostituire le attività dei lavoratori coinvolti in attività di tipo cognitivo. Tuttavia, nell’ultimo decennio le imprese che le utilizzano hanno mostrato una maggiore espansione della forza lavoro”, si legge nel report di Bankitalia.
Tra i fattori che hanno sostenuto l’occupazione rientrano l’aumento dell’offerta di lavoro, la ripresa delle assunzioni, una maggiore partecipazione dei lavoratori anziani e la crescita dei servizi avanzati.

Software/servizi informatici guidano la crescita occupazionale dei settori tecnologici

In particolare, il comparto dei servizi informatici e del software ha contribuito per il 45% all’incremento occupazionale dei settori tecnologici, segnando la performance più positiva nel panorama post-pandemico.

Lo studio sottolinea inoltre un dato controintuitivo: non sono le imprese con i salari mediamente più alti a trainare la crescita occupazionale, bensì quelle che hanno investito in capitale e innovazione tecnologica, come appunto i servizi professionali e ICT.

Lavoro da remoto, leva strategica per il recruiting

Un altro aspetto rilevante emerso dallo studio riguarda il ruolo del lavoro da remoto, che si conferma una leva strategica per superare le difficoltà di reperimento del personale, soprattutto nei settori ad alta intensità di conoscenza e tecnologia.
La possibilità di assumere personale al di fuori del contesto territoriale di riferimento consente infatti alle imprese di ampliare il bacino di candidati qualificati.

Nel complesso, il quadro delineato da Bankitalia suggerisce che l’innovazione tecnologica, lungi dal rappresentare una minaccia per il lavoro, può costituire un volano per lo sviluppo occupazionale e il miglioramento delle condizioni retributive, a patto di accompagnare i cambiamenti con adeguate politiche di formazione e adattamento delle competenze.

C’è un grande fermento per i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026, e non solo tra gli appassionati di sport. A guardare con grande interesse all’evento sono anche le piccole e medie imprese del Nord Italia, che si preparano a coglierne le opportunità.

Secondo una ricerca Ipsos commissionata da Visa, il 95% delle aziende delle aree coinvolte prevede effetti positivi, e oltre la metà ritiene che ci saranno vantaggi diretti per la propria attività.

Le aspettative cambiano a seconda dei territori

Il modo in cui i Giochi vengono percepiti varia in base alla geografia. A Milano si attende un maggior afflusso di visitatori italiani ed europei, con il 71% delle imprese che immagina un impatto diretto sui ricavi. Nelle zone alpine, invece, l’83% delle aziende guarda con ottimismo all’arrivo di turisti internazionali, vedendo nell’evento una vetrina ideale per farsi conoscere a livello globale.

“L’indagine ci restituisce un quadro chiaro delle opportunità e conferma che i Giochi possono lasciare un’eredità economica e sociale importante”, ha spiegato Nevio Devidé, Chief Revenue Officer della Fondazione Milano Cortina 2026.

Investimenti in corso

Molte imprese si stanno “attrezzando” per cogliere tutte le opportunità. Quasi la metà ha già investito o sta per farlo in vista dell’appuntamento olimpico. Gli ambiti principali riguardano ristrutturazioni, potenziamento del personale, campagne di marketing e, soprattutto, digitalizzazione. Il 53% di chi investe si concentra infatti sui sistemi di pagamento, considerati fondamentali per intercettare i visitatori stranieri.

In media, il budget dedicato agli interventi legati ai Giochi corrisponde al 14% del fatturato, con un focus particolare al settore turistico-ricettivo.

La centralità dei pagamenti digitali

Uno dei temi centrali è l’evoluzione dei metodi di pagamento. Oltre il 90% delle imprese è convinto che i turisti sceglieranno soluzioni digitali e contactless per acquisti, ristorazione e mobilità.

Visa, partner tecnologico dell’evento, ha già avviato collaborazioni con le città coinvolte. “Abbiamo introdotto i pagamenti contactless sui trasporti pubblici di Milano, Venezia e Verona, e presto allargheremo il servizio anche agli altri territori olimpici”, ha sottolineato Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia.

Un’eredità destinata a restare  

L’ottimismo non si ferma al 2026. Quasi la metà delle PMI intervistate prevede benefici anche negli anni successivi: più fatturato, infrastrutture moderne e una maggiore attrattività turistica.

Milano Cortina 2026, insomma, non sarà soltanto una grande festa dello sport, ma anche un’occasione per ripensare l’economia locale e dare nuova energia all’impresa italiana.

Riuscire a mixare lavoro e tempo libero non è più un’eccezione, ma una trend consolidato e che continua a crescere. Si chiama “workcation” ed è la possibilità di prolungare le vacanze lavorando da remoto. Secondo il terzo Barometro annuale “Work from Anywhere” di International Workplace Group (IWG), Roma si conferma tra le dieci migliori destinazioni globali del 2025 per chi sceglie questo stile di vita.

IWG, leader mondiale nel settore degli spazi di lavoro flessibili con oltre 4.000 sedi in 120 Paesi, ha analizzato 40 grandi città valutandole su 12 criteri: dal clima alla cultura, dalla qualità del cibo alla velocità della connessione internet, passando per sostenibilità, trasporti e disponibilità di coworking. Quest’anno si sono aggiunti nuovi parametri, come il costo dei visti per nomadi digitali e la vicinanza a spiagge, montagne o parchi naturali.

Roma ottava nella classifica mondiale

La capitale italiana si piazza all’ottavo posto, grazie alla sua straordinaria offerta culturale, alla tradizione enogastronomica e alla recente normativa che semplifica l’ingresso dei nomadi digitali in Italia. In vetta al ranking spiccano Tokyo, Rio de Janeiro e Budapest, seguite da Seoul, Barcellona, Pechino e Lisbona. Roma precede invece Parigi e La Valletta, che chiudono la Top 10.

Tokyo, Rio e Budapest sul podio

Tokyo guida la classifica con 91 punti su 120: merito delle connessioni ultraveloci, della sicurezza, dell’efficienza dei trasporti e del nuovo visto per nomadi digitali introdotto nell’aprile 2024.

Rio de Janeiro conquista il secondo posto (90/100) grazie alla rete 5G, ai coworking in aumento e a un costo della vita competitivo, senza dimenticare spiagge iconiche come Copacabana. Budapest completa il podio (89,5/100), apprezzata per gli alloggi accessibili e la vivace vita culturale.

New entry e mete emergenti

Tra le novità di quest’anno spiccano Seoul, al quarto posto, con internet velocissimo e visti semplificati; Parigi, nona classificata, con un’offerta culturale e professionale d’eccellenza; e La Valletta, decima, che convince grazie al clima mediterraneo e al fascino storico.

Il report segnala inoltre dieci città emergenti per il “workcation”, tra cui Città del Capo, Praga, Melbourne e Reykjavik, che uniscono infrastrutture moderne a paesaggi unici.

Una tendenza destinata a crescere

Secondo IWG, l’84% dei lavoratori ibridi ha già esteso o prenderebbe in considerazione di estendere una vacanza per lavorare da remoto. Una scelta che migliora l’equilibrio tra vita privata e professionale, riduce il rischio di burnout e può persino aumentare la produttività delle aziende fino all’11% nei prossimi cinque anni.

Il messaggio è chiaro: il lavoro da qualsiasi luogo non è più un sogno, ma una realtà sempre più diffusa. E Roma, con la sua storia millenaria e la sua energia contemporanea, è pronta a giocare un ruolo da protagonista.

Il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), spesso è visto come un scomodo obbligo di legge. In realtà può essere molto di più.

Se usato con consapevolezza infatti diventa un valido strumento di aggiornamento e miglioramento della sicurezza in azienda.

L’aggiornamento del DVR infatti non dovrebbe limitarsi alla sua prima redazione ma maturare nel tempo, rappresentando i cambiamenti che avvengono nell’organizzazione e nella normativa.

Cos’è il DVR e perché è importante

Il DVR è un documento obbligatorio che tutte le imprese, indipendentemente dalla classe di dimensione e dal settore di appartenenza, sono tenute a redigere. Ha la finalità di individuare, valutare e prevenire i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori.  

Deve contenere una descrizione dei rischi presenti nell’ambiente di lavoro, le misure di prevenzione e protezione adottate, le procedure di emergenza e i soggetti che ne gestiscono la sicurezza e le loro responsabilità.

La sua importanza deriva dal fatto che esso è in grado di fornire un quadro realtà della sicurezza in azienda, consentendo di individuare i punti critici e perseguire obiettivi di sicurezza più mirati in grado di ridurre il rischio di infortuni e malattie professionali.

Aggiornamento del DVR come processo dinamico

L’aggiornamento DVR non deve essere visto come un evento isolato, ma come un processo continuo e dinamico. Le aziende cambiano, le tecnologie si evolvono e le normative si aggiornano.

Di conseguenza, il DVR deve essere periodicamente rivisto e integrato per riflettere questi cambiamenti.

L’articolo 29 del D.Lgs. 81/08 fornisce indicazioni precise sui casi in cui l’aggiornamento del DVR è obbligatorio, tra cui modifiche significative del processo produttivo, introduzione di nuove attrezzature, infortuni significativi e nuove evidenze scientifiche in materia di sicurezza.

Il suo aggiornamento costante permette di mantenere elevato il livello di sicurezza in azienda.

Come adeguare il DVR alle nuove normative

Le normative in materia di sicurezza sul lavoro sono in continua evoluzione, dunque è importante che il DVR sia sempre conforme alle leggi vigenti.

Per adeguare il DVR alle nuove normative, è necessario monitorare costantemente gli aggiornamenti legislativi e giurisprudenziali, analizzare l’impatto delle nuove norme sull’attività aziendale e integrare il DVR con le nuove disposizioni.

A tal fine, può essere utile avvalersi della consulenza di professionisti esperti in materia di sicurezza sul lavoro. Infatti, un DVR aggiornato garantisce la conformità legale e protegge l’azienda da sanzioni.

Ruolo della formazione nell’aggiornamento del DVR

La formazione dei lavoratori è un elemento essenziale per la sicurezza sul lavoro. Un DVR ben redatto e aggiornato deve prevedere specifiche attività formative per i lavoratori, commisurate ai rischi presenti nell’ambiente di lavoro e alle mansioni svolte.

La formazione deve essere periodica e mirata, e fornire ai lavoratori le conoscenze e le competenze necessarie per operare in sicurezza.

L’aggiornamento del DVR deve tenere conto delle nuove esigenze formative emerse a seguito di cambiamenti nel processo produttivo o nell’introduzione di nuove tecnologie. Investire nella formazione è un investimento nella sicurezza.

Benefici di un DVR sempre aggiornato

Un DVR costantemente aggiornato offre numerosi vantaggi all’azienda. Ad esempio permette di ridurre il rischio di infortuni e malattie professionali, migliorare la produttività, ridurre i costi legati agli infortuni, aumentare la motivazione dei lavoratori e migliorare l’immagine aziendale.

Inoltre un DVR aggiornato dimostra l’impegno dell’azienda verso la sicurezza e la salute dei lavoratori, contribuendo a creare un ambiente di lavoro più sicuro e produttivo. Appare dunque evidente che l’adeguamento del DVR porti dei benefici tangibili.

Integrazione del DVR con altri sistemi di gestione

Da evidenziare come il DVR possa essere integrato con altri sistemi di gestione presenti in azienda, come il sistema di gestione della qualità (ISO 9001) e il sistema di gestione ambientale (ISO 14001).

L’integrazione dei sistemi di gestione permette di semplificare i processi, ridurre la burocrazia e migliorare l’efficienza complessiva dell’azienda.

In particolare, l’integrazione del DVR con altri sistemi di gestione può facilitare l’individuazione e la gestione dei rischi, migliorare la comunicazione tra le diverse funzioni aziendali e migliorare in generale la cultura della sicurezza.