Come deve evolvere il modello di leadership? Il 100% dei manager identifica la capacità di gestire situazioni impreviste come la priorità assoluta per i leader di domani, mentre il 91% degli studenti riconosce che la sfida più urgente sarà costruire un equilibrio sostenibile tra automazione e relazioni umane.
Navigare l’incertezza, infatti, non significa solo saper gestire le crisi, ma prendere decisioni anche in assenza di punti di riferimento stabili, integrando dati, intuito e capacità di lettura del contesto.

Emerge dal white paper “Better Leaders of Tomorrow”, della Rome Business School in collaborazione con Buono & Partners. Lo studio analizza le traiettorie evolutive della leadership per accompagnare organizzazioni e imprese verso una nuova cultura manageriale basata su tre aree tematiche, Purpose Driven Networking, Navigare l’incertezza, Gestione della workforce ibrida.

Purpose Driven Networking: allineare manager e collaboratori

Quanto al Purpose Driven Networking, raccoglie un consenso trasversale (4,75 manager, 4,66 studenti), confermando che le reti professionali fondate su senso condiviso e fiducia sono considerate un pilastro della leadership capace di generare appartenenza.

Quando il purpose è formalizzato e vissuto all’interno dell’organizzazione diventa un riferimento stabile che allinea leadership e collaboratori, facilita le scelte strategiche e consolida la fiducia.
Ma il principio alla base di una leadership guidata da profitto ed etica è il People First. Essere CEO significa anche questo, custodire i valori in cui si crede, dare continuità al purpose e renderlo concreto ogni giorno.

Non basta “essere” leader, bisogna “diventarlo” ogni giorno

La leadership di oggi viene percepita come una combinazione di curiosità e agilità, spirito imprenditoriale e attenzione al benessere psicologico, un insieme di qualità ritenute indispensabili per affrontare un mondo in cui la tecnologia emerge come terreno di tensione e opportunità.
“Oggi non basta più ‘essere’ leader, ma serve ‘diventarlo’ ogni giorno, adattandosi ai cambiamenti con consapevolezza, empatia e visione sistemica”, afferma Benedetto Buono di Buono & Partners.

L’adattabilità diventa il valore guida: imparare a imparare, investire in upskilling e reskilling saranno elementi decisivi per interpretare un mondo in rapido cambiamento. Al tempo stesso, servono leader capaci di integrare tecnologia e sensibilità umana, ripensando processi, relazioni e modelli organizzativi per valorizzare la coesistenza tra persone e innovazione.

Workforce ibrida e Intelligenza artificiale

Non solo, la gestione della workforce ibrida si è distinta come un tema centrale, ma se i manager le hanno attribuito una media di 4,5, evidenziando una maggiore varietà di punti di vista, per gli studenti è risultata l’area più rilevante in assoluto, con un punteggio medio più alto (4,72).

Il lavoro ibrido, infatti, è oggi preferito da oltre l’83% dei lavoratori a livello globale e già adottato in forma strutturata dal 44% dei lavoratori dell’Unione Europea.
In parallelo, l’AI non si limita più a supportare processi, diventa un vero e proprio co-attore nei contesti lavorativi, capace di aumentare la produttività e amplificare il potenziale umano. Anche nei ruoli tradizionalmente più esposti all’automazione.

Oggi l’accesso al lavoro tramite Agenzia avviene più velocemente che in passato. Entro quattro mesi dal primo contatto con un’Agenzia i candidati trovano un’occupazione rispetto ai sei mesi del 2022. In due casi su cinque il candidato ottiene un lavoro entro un mese.

Sempre più spesso chi si rivolge alle Agenzie è in cerca di migliori opportunità, tanto che i lavoratori tramite Agenzia si dichiarano in generale più soddisfatti del proprio lavoro e della relazione con l’impresa, apprezzano il livello salariale e il sistema di welfare integrativo, ma soffrono la percezione di minori prospettive di carriera. È il ritratto che emerge dalla ricerca condotta da Ipsos per Assolavoro, l’Associazione Nazionale delle Agenzie per il Lavoro nel confronto con i dipendenti a tempo indeterminato direttamente assunti dall’azienda.

Gli over50 assunti sono il 16,5%

Le persone impiegate tramite Agenzie per il Lavoro sono circa 500mila, un terzo ha un contratto a tempo indeterminato (+4,9% vs 2023). Oltre la metà ha meno di 34 anni, crescono le donne (41,4% nel 2024) e le persone con professionalità medio-alte sono la maggioranza (53,3%).
Segno “più” anche per gli over 50 assunti: sono il 16,5% sul totale dei lavoratori tramite Agenzia nell’ultimo anno.

In generale, aumenta tra la popolazione la conoscenza delle Agenzie per il Lavoro (dal 73% del 2002 al 79%), mentre permangono margini di miglioramento sulla conoscibilità della formazione offerta gratuitamente dalle Agenzie e sul welfare.

Contratti in somministrazione: una forma di lavoro moderna

Solo il 44% dei somministrati e il 22% dei candidati conoscono la formazione di settore, e solamente il 41% dei somministrati e il 15% dei candidati, il welfare.
I contratti in somministrazione vengono considerati una forma di lavoro moderna (33%) e assimilabile al lavoro dipendente (35%). Per legge i lavoratori tramite Agenzia hanno stessi diritti, stesse tutele e stessa retribuzione dei colleghi direttamente assunti dall’azienda.

L’81% dei candidati consiglia di rivolgersi a una Agenzia. Questo perché le Agenzie favoriscono le prime esperienze di lavoro per i giovani, aiutano chi ha perso un’occupazione a trovarne una nuova e forniscono supporto alle aziende nel rispondere alla domanda di lavoratori con competenze specializzate.

Un valido canale per reinserirsi nel mercato

Se più di un lavoratore su due in somministrazione è un under35, le Agenzie non sono solo una porta d’accesso al mercato del lavoro per chi ha ancora poca esperienza, ma nel 34% dei casi sono un valido canale per reinserirsi nel mondo del lavoro. E nel 38% una via per la ricerca di migliori opportunità.

In questo contesto, le caratteristiche più ricercate in un buon datore di lavoro sono stipendio adeguato (71%) e stabilità e sicurezza (57%). Seguono avere un contratto che tuteli nei momenti di difficoltà (27%), lavoro in smart working (24%) e avanzamenti di carriera (23%).
Nel caso dei candidati risulta importante l’attenzione alla formazione dei dipendenti in tre casi su dieci.

Gli italiani considerano importante l’informazione (68,4%) ma poi dedicano meno di mezz’ora al giorno a scoprire cosa succede in Italia e nel mondo (63,5%). Otto su 10 ammettono però di avere difficoltà a capire se una notizia è vera o falsa. E l’83,8% confessa di aver creduto a notizie false in passato. Inoltre, il 42% ha condiviso notizie poi rivelatesi false.

Di fronte a una notizia che smentisce le proprie convinzioni, la maggioranza tende ad approfondire e verificare con altre fonti. Tuttavia, se la notizia viene da un giornalista solo il 7,1% tende a pensare che sia falsa, mentre la percentuale sale al 24,5% se la fonte è un influencer.
Questo il quadro emerso dalla ricerca promossa dall’Istituto nazionale per la comunicazione (Inc) ‘Senza filtri: l’informazione nell’epoca della disintermediazione tra opportunità e caos’ condotta da AstraRicerche.

I poteri “forti” sono responsabili della diffusione di notizie “di parte”

Sull’influenza e il controllo dell’informazione la percezione è che i poteri economici (60,9%) e politici italiani (60,5%) siano i principali responsabili della diffusione di notizie ‘di parte’ o fake news, seguiti dagli interessi delle piattaforme social (55,9%) e dai poteri politici esteri (55,8%).

E la preoccupazione per le fake news è piuttosto diffusa. Alla maggioranza degli intervistati capita di leggere una notizia e pensare che possa essere falsa (59,5% a volte, 24,2% spesso). La difficoltà nel capire se una notizia è falsa è percepita come media: solo 4 su 10 ritengono che sia molto o abbastanza difficile. 

È richiesta maggiore regolamentazione per i comunicatori online

Il 62,3% degli intervistati ritiene che le regole deontologiche dei giornalisti dovrebbero essere applicate a chiunque comunichi sui mezzi di informazione. Tuttavia, per il 50,1% anche molti giornalisti non rispettano tali regole. Anche il controllo delle fake news da parte delle piattaforme è un tema caldo. Il 65,0% pensa che il gruppo di persone che controlla le notizie dovrebbe essere scelto senza preconcetti, e il 60,8% vede un rischio nel controllo basato solo sugli utenti.

Interessante è la percezione di chi determina il flusso delle informazioni online, giornalisti e media tradizionali (45,1%), ancora visti come i principali attori, seguiti dalle piattaforme con i loro algoritmi (43,8%).

AI: prevale il timore di informazioni scorrette 

La maggior parte degli utenti (70,0%) è consapevole che siti e portali online mostrino notizie personalizzate in base alle loro abitudini. Questo è percepito più come un rischio che un aiuto nel trovare le notizie rilevanti.

Ma anche l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella sintesi delle notizie, riporta Adnkronos, è considerata più come un rischio che come un aiuto.
Prevalgono infatti i timori di informazioni non corrette (58,4%) e di una minore sollecitazione alla verifica delle fonti (57,0%) rispetto all’aiuto dato agli utenti (37,9%).

La tecnologia è ovunque, ma non senza conseguenze. Viviamo immersi nella tecnologia, tra smartphone, social network e connessioni costanti. Se da un lato questi strumenti semplificano la vita, dall’altro stanno generando nuove forme di disagio, soprattutto nei più giovani.

Due episodi recenti lo confermano: un adolescente ricoverato per una forte crisi da astinenza da smartphone e una bambina che ha compiuto un gesto estremo dopo che le era stato tolto il cellulare. Segnali che non possono essere ignorati.

Una risposta concreta: il decalogo per la salute digitale

Per affrontare il fenomeno crescente della dipendenza tecnologica tra bambini e adolescenti, l’Intergruppo Parlamentare Prevenzione e Riduzione del Rischio, guidato dall’onorevole Gian Antonio Girelli, ha organizzato un incontro pubblico con esperti del settore. L’obiettivo: promuovere una cultura dell’uso consapevole del digitale, a partire da un decalogo rivolto a genitori ed educatori. Ecco i dieci suggerimenti chiave:

  1. Dare il buon esempio: i bambini imitano gli adulti, che devono mostrare equilibrio nell’uso degli strumenti digitali.
  2. Impostare regole precise: stabilire insieme ai figli limiti di tempo e zone “libere” dalla tecnologia in casa.
  3. Favorire esperienze offline: sport, gioco, lettura e creatività sono essenziali per uno sviluppo armonioso.
  4. Non usare i dispositivi come pacificatori: evitare di calmare i bambini con schermi, ma aiutarli a comprendere le emozioni.
  5. Proteggere i momenti di relazione: niente tecnologia durante pasti, sonno e conversazioni familiari.
  6. Adattare l’uso all’età: no a schermi sotto i 2 anni, accompagnamento attivo fino ai 12, niente social prima di quell’età.
  7. Non anticipare i tempi: l’uso precoce dei social può compromettere l’equilibrio emotivo e relazionale.
  8. Essere presenti online: conoscere ciò che i figli guardano e utilizzano, dialogare con loro su contenuti e app.
  9. Riconoscere segnali critici: irritabilità, isolamento, ossessione per lo smartphone richiedono attenzione e supporto.
  10. Collaborare come comunità educativa: scuola, famiglia e istituzioni devono agire insieme per una crescita digitale responsabile.

L’allarme degli specialisti

Il professor Giuseppe Ducci, direttore della Salute Mentale della ASL Roma 1, ha spiegato che la cosiddetta “dipendenza da schermo” è solo il sintomo di un problema più ampio: la crisi della relazione educativa. “Oggi, già nei primi mesi di vita, vediamo madri distratte dal cellulare mentre allattano, e questo compromette la formazione del legame affettivo”, ha detto Ducci. Con l’arrivo dell’adolescenza, il rischio cresce, perché la connessione digitale prende il posto del contatto umano.

Una generazione in difficoltà

Dopo la pandemia, la situazione è peggiorata: la perdita dei contesti educativi e sociali ha reso i ragazzi più vulnerabili. Nella sola unità di salute mentale per giovani della ASL Roma 1, i casi seguiti sono più che raddoppiati in quattro anni. Disturbi alimentari, autolesionismo, isolamento sociale e ansia sono in aumento. “Non è lo smartphone in sé il colpevole – ha sottolineato Ducci – ma il contesto familiare, affettivo e relazionale che lo circonda”.

Educare oggi per prevenire domani

Secondo l’onorevole Girelli, è urgente avviare un percorso condiviso: “Educare all’uso corretto della tecnologia non è più facoltativo. Dobbiamo agire in anticipo, senza demonizzare, ma anche senza minimizzare i rischi”.

Il decalogo rappresenta un primo passo per costruire una consapevolezza diffusa, capace di restituire equilibrio tra digitale e vita reale.

Entro il 2030 la Generazione Z costituirà un terzo della forza lavoro globale. Un dato che sottolinea l’urgenza di rivedere le strategie di engagement e retention aziendali alla luce delle nuove esigenze e priorità dei più giovani.
Da questo punto di vista, diventa fondamentale ripensare la cultura aziendale, rendendola più aperta, flessibile e inclusiva.

Anche perché in Italia il 49% della Gen Z dichiara l’intenzione di lasciare il proprio lavoro entro sei mesi, una percentuale leggermente superiore alla media globale (47%).
E il 35% dei giovani italiani ritiene di dover cambiare occupazione nel breve periodo (34% a livello mondiale).
Emerge dalla ricerca ‘World of Work for Generation Z in 2025’ a cura di ManpowerGroup. 

Poco ottimisti sull’impiego allineato alle proprie aspettative

Per quanto riguarda la fiducia nell’ottenere un nuovo impiego in linea con le proprie aspettative, solo il 20% delle giovani e dei giovani italiani si dichiara ottimista, confermando un trend globale.
La maggior parte lamenta una carenza di opportunità significative, una scarsa connessione con la mission aziendale e una sensazione generale di disallineamento tra aspettative e realtà. 

Di contro, negli ultimi cinque anni, l’engagement dei talenti under25 è sceso dal 40% al 35%. I giovani si sentono meno supportati nel confronto con il management, hanno minori prospettive di crescita professionale e si percepiscono poco ascoltati nelle decisioni strategiche. 

Strategie per attrarre gli under25 

Sul fronte del benessere mentale, in Italia il 57% della Gen Z segnala un elevato livello di stress sul lavoro (52% a livello globale), a fronte del 44% dei baby boomer (33% globalmente).  
Per rispondere a queste criticità, le imprese italiane stanno implementando strategie mirate per rendere il posto di lavoro più attrattivo per la Gen Z.  

Secondo il report, il 37% delle aziende italiane investe in dotazioni tecnologiche avanzate, il 37% implementa soluzioni per il benessere sul luogo di lavoro, inclusi programmi di supporto psicologico e spazi dedicati al relax, il 27% offre orari di lavoro flessibili, il 22% ha aumentato i livelli salariali, e il 28% delle risorse è destinato a iniziative di upskilling e reskilling.

L’azienda del futuro è eco-digitale, umana, personalizzata, adattabile, plurale

“Oggi l’ascolto e l’engagement dei talenti sono fondamentali – dichiara Anna Gionfriddo, AD ManpowerGroup Italia -. Nella We Economy che si sta sviluppando le aziende del futuro dovranno essere eco-digitali, umane, personalizzate, adattabili e plurali”. 

Del resto, “la Generazione Z sa perfettamente cosa vuole in termini di valori, aspettative, carriera ed equilibrio vita-lavoro – aggiunge David Herranz, Regional President of Southern Europe di ManpowerGroup -. Le aziende che vogliono attrarre i migliori talenti devono dimostrarsi flessibili e capaci di dialogare con loro”.

Emerge da una ricerca condotta DeepL a livello nazionale e realizzata da YouGov: gli strumenti di traduzione basati sull’AI stanno emergendo come fattori abilitanti fondamentali in ambito aziendale.
Quasi un lavoratore italiano su tre (29%) utilizza una lingua straniera sul posto di lavoro almeno una volta al mese. L’inglese è la lingua più utilizzata (92%), seguita da francese (18%), spagnolo (14%) e tedesco (5%).

Tra chi utilizza gli strumenti di traduzione basati sull’AI l’impatto è evidente:. Sei professionisti su dieci affermano di sentirsi più sicuri nel comunicare in una lingua straniera e il 31% segnala un miglioramento della comunicazione interna. E il 19% attribuisce a questi strumenti un ruolo nel supportare l’espansione verso nuovi mercati.

Saper comunicare in altre lingue non è solo una competenza

Per molti professionisti poter comunicare in altre lingue non è solo una competenza, ma una chiave d’accesso a diverse opportunità. Per oltre il 72% degli intervistati la conoscenza delle lingue straniere influenza la crescita professionale e per il 34,5% è determinante per accedere a ruoli specifici.
Ma se il 49% dei manager usa regolarmente sul lavoro una lingua straniera, la percentuale scende al 26% tra gli altri dipendenti, il che indica un’importanza crescente delle competenze linguistiche con l’aumentare del livello gerarchico.

Le barriere, però, restano una sfida: il 34% ha difficoltà a comunicare con precisione a causa di limiti linguistici, e per il 35% questi limiti ostacolano la capacità di lavorare in modo efficace. 
Tra i manager, la percentuale sale al 46%. Anche la complessità linguistica, quindi, cresce con il livello di responsabilità.

Le difficoltà linguistiche sono un rischio per il business

Il divario nelle competenze linguistiche non è solo un problema di comunicazione, ma viene considerato un vero e proprio rischio per il business. Per il 46% dei professionisti (63% manager) una comunicazione di scarsa qualità nei mercati esteri limita la competitività del business.
Anche i professionisti più giovani esprimono maggiore sensibilità alla questione: il 49% degli under45 afferma che le difficoltà linguistiche limitano il potenziale globale delle loro aziende (44% over45).

Nonostante la consapevolezza, l’uso dell’AI linguistica sul lavoro è ancora limitato. Più della metà (52%) non ha mai utilizzato strumenti di traduzione basati su AI e solo uno su dieci afferma che la propria azienda offre accesso a strumenti di traduzione AI a pagamento.

L’accesso multilingue è un imperativo aziendale

Persiste infatti un po’ di scetticismo, e le resistenze riguardano soprattutto l’accuratezza (37%), la fiducia nei risultati (44%) e la privacy dei dati (21%).
In altre parole, la fiducia è la prossima frontiera da conquistare, soprattutto tra i più giovani e le donne.

Guardando al futuro, i lavoratori italiani dimostrano ottimismo, riflettendo una tendenza globale più ampia. L’IA linguistica sta generando crescita ed efficienza sostanziali, riporta Askanews, trasformando le risorse linguistiche in una risorsa strategica.
Le aziende stanno sfruttando questi strumenti anche per costruire connessioni interculturali più forti ed estendere la portata globale.
Insomma, l’accesso multilingue non è solo una questione lavorativa, ma un imperativo aziendale.

Il NetRetail Books è lo studio sulle abitudini di lettura e gli acquisti di libri degli italiani in Italia e all’estero realizzato da Netcomm. E la seconda edizione dello studio, relativa al 2024, rivela che i negozi online avvicinano la lettura, soprattutto coloro che vivono in zone con poche librerie.

Per chi vive in aree con difficile accesso alle librerie fisiche, il 26% della popolazione italiana, i motori di ricerca sono il canale più utilizzato per scoprire nuovi titoli (37,2%), seguito da consigli di amici e conoscenti, vetrine dei punti vendita, contenuti sui social e siti di e-commerce.

All’estero, tre quarti degli acquirenti di libri in italiano (71,8%) acquista online, mentre in Italia uno su due legge di più grazie all’e-commerce. E il 65% degli acquirenti offline consulta almeno una fonte online (70% all’estero).

Un punto di riferimento importante per scegliere il libro giusto

Il 56,3% del campione, che rappresenta 24,9 milioni di individui, acquista almeno un libro in negozio online o offline.
Di questi, più della metà, il 57%, compra sia online sia offline, con solo il 20,6% e il 20,3% che acquista esclusivamente online e offline.

Anche per i lettori che acquistano solo in negozi fisici, i canali online rappresentano un punto di riferimento importante per la scelta del libro, svolgendo un ruolo complementare e di supporto alle librerie.
Il 65% di questa categoria, prima dell’acquisto in libreria, consulta almeno una fonte online, in particolare, motori di ricerca (24,7%), recensioni su social e blog (19,3%), i siti di e-commerce (12,9%).

Under25 più propensi ad acquistare

Circa 8 lettori su 10 concordano sul fatto che i negozi online avvicinano la lettura alle persone che vivono in aree con poche librerie. Si tratta di un’opinione più diffusa col crescere dell’età. Questo dato tocca infatti percentuali superiori all’85% tra i lettori over55 e dell’87,5% over64.

Gli under25 sono la fascia di età con maggiore propensione all’acquisto di libri in generale: l’65,9% ha acquistato almeno un libro nell’ultimo anno.
Seguono i 35-44enni (64,1%) e i 25-34enni (62,8%), che vivono il digitale come un mezzo che consente di leggere di più.

Il genere più comprato sul web è “Altro”

Mentre tra i generi più apprezzati dai lettori figurano i gialli (19,3%), la narrativa italiana (12,8%) e i fumetti (10,7%), tra i lettori online primeggiano generi più di nicchia.

Il genere più acquistato, infatti, è ‘Altro’, ovvero saggi, libri su religione, filosofia, crescita personale, formazione e viaggi, che raggiungono complessivamente il 17,2%. E dopo gli immancabili gialli e thriller, si posizionano al terzo e quarto posto la letteratura italiana e quella straniera.
Per quanto riguarda gli italiani all’estero, il genere più letto è la narrativa italiana, con un incremento del 29% rispetto all’Italia.

La paura sta condizionando la vita degli italiani, al punto che quasi 4 cittadini su 10 rinuncia a uscire di casa per timore che possa capitare qualcosa di grave. E la quota è più elevata tra i giovani (52,1%).
In generale, il 94,2% degli italiani afferma che quando si trova fuori casa vorrebbe sentirsi tranquillo e l’89,3%, di fronte alla crisi permanente e ai rischi incombenti, vorrebbe sentirsi al riparo dalla criminalità.

Per il 75,8% degli italiani (81,8% tra le donne), negli ultimi 5 anni girare per strada è diventato più pericoloso, e il 67,3% delle donne ha paura quando torna a casa di sera.
È quanto emerge dal 1° Rapporto Univ-Censis dal titolo ‘La sicurezza fuori casa’.

Le donne hanno più paura degli uomini. E hanno ragione

Esiste una serie di reati che colpisce maggiormente le donne. Tra questi, le violenze sessuali, che nel 2024 sono state 6.587, +34,9% negli ultimi cinque anni.
Del resto, il 25,6% delle donne intervistate sostiene di aver subito almeno una molestia sessuale, il 23,1% uno scippo o un borseggio, e il 29,5% è stata seguita da uno sconosciuto.

Nel 2024 in Italia sono stati denunciati 2.388.716 reati, +3,8% rispetto al 2019 e +2,0% rispetto allo scorso anno.
Siamo però ancora molto lontani dai 2.812.936 reati del 2014, ed è ancora presto per dire se questa crescita è solo una piega congiunturale o se rappresenta il segnale di un vero e proprio cambio di ciclo.

La criminalità nei territori

Nel 2024 le rapine sono state 28.631, di cui 16.510 in pubblica via, +24,1% rispetto al 2019.
I borseggi sono stati 140.690, +2,6%, mentre gli scippi, 13.474, +7,9%.
Roma guida la classifica delle province e città metropolitane, con 271.033 reati denunciati nel 2024, l’11,3% del totale Italia, seguita da Milano (226.230 reati, 9,5%), Napoli (132.809) e Torino (128.919).

Se si considera l’incidenza dei reati sulla popolazione, la provincia che presenta il valore più alto è Milano, dove nel 2024 si sono consumati 69,7 reati ogni 1.000 abitanti.
Al secondo posto Firenze (65,3) e al terzo Roma (64,1).

Il modello virtuoso di intervento pubblico-privato

Le risorse statali destinate a garantire l’ordine pubblico si integrano con quelle private attraverso un’offerta che nel tempo ha aumentato i propri ambiti di intervento e i propri standard qualitativi.
Gli stessi italiani sono convinti (65,1%) che lo Stato da solo non ce la può fare a presidiare tutte le aree e i luoghi essenziali per la vita delle persone, e riconoscono il ruolo e il valore sociale della sicurezza privata.

Per il 74,4% della popolazione gli operatori della sicurezza sono indispensabili per assicurare la sicurezza del territorio. E quasi 8 milioni di italiani, il 15,4% del totale, ha fatto ricorso a un operatore poiché in una situazione di pericolo.
Non solo: il 73,3% pensa che gli ambiti di intervento della vigilanza privata si dovrebbero ampliare. 

Con l’approvazione definitiva in Senato, il Decreto Bollette è diventato legge, introducendo una novità interessante per chi desidera risparmiare in casa: il bonus elettrodomestici. Si tratta di uno sconto fino a 200 euro, applicato direttamente in fattura, per la sostituzione di vecchi apparecchi con modelli più efficienti dal punto di vista energetico.

Per aiutare i consumatori a orientarsi, Facile.it ha stilato un elenco degli elettrodomestici che incidono di più sulla bolletta e calcolato il risparmio ottenibile scegliendo versioni ad alta efficienza.

Il calcolo per una “famiglia tipo” 

L’analisi si basa sui consumi medi di una famiglia tipo (2.700 kWh annui) e un costo dell’energia di 0,29 €/kWh. Vediamo nel dettaglio quanto si può ridurre la spesa in bolletta.

Lavatrice: bucato più leggero anche nei costi

Una lavatrice da 9 kg in classe F costa circa 28 centesimi a ciclo, traducendosi in una spesa annuale di 51 euro se usata ogni due giorni. Con un modello in classe A, la cifra si dimezza: circa 26 euro l’anno.

Asciugatrice: un “taglio” fino al 68%

Un’asciugatrice da 9 kg in classe B consuma, in media, 180 euro l’anno. Scegliendo una versione in classe A+++, si può ridurre la spesa fino a 120 euro, con un taglio del 68%.

Lavastoviglie: lavaggi più convenienti

Utilizzando una lavastoviglie da 13 coperti in classe E a giorni alterni, si spendono circa 50 euro l’anno. Con un modello in classe A, la bolletta scende sotto i 30 euro, con un risparmio del 43%.

Frigorifero: attenzione al consumo continuo

Il frigorifero, acceso 24 ore su 24, incide molto sui consumi. Un frigocongelatore da 350 litri in classe F comporta una spesa di 90 euro annui. Scegliendo un modello in classe A, si può scendere a 29 euro, risparmiando il 67%.

Forno elettrico: cucina più efficiente

Un forno di classe B utilizzato 220 volte l’anno costa circa 71 euro. Scegliendo un forno in classe A+++, si riducono i consumi del 66%, spendendo poco più di 20 euro l’anno.

Condizionatore: aria fresca senza bollette salate

Un condizionatore classe A, usato 500 ore l’anno, comporta una spesa di 129 euro. Scegliendo un modello A+++, si può ridurre il costo a 88 euro, risparmiando circa il 31%.

Sulle confezioni dei prodotti farmaceutici soggetti a prescrizione anche in Italia diventerà obbligatorio inserire il GS1 DataMatrix.
Si tratta del codice bidimensionale di identificazione e tracciabilità sviluppato da GS1.

Con il decreto legislativo n.10 del 6 febbraio 2025 il nostro Paese ha implementato la Direttiva 62/2011/UE ‘anticontraffazione farmaco’ (nota anche come FMD, dall’inglese ‘Falsified Medicines Directive’), che introduce misure di sicurezza e di controllo sui farmaci commercializzati in Europa. 
L’obiettivo di tracciare e rintracciare i farmaci in maniera efficiente impedisce che ai pazienti arrivino medicinali falsificati o contraffatti, la cui incidenza è stimata fra l’1% e il 10% del settore farmaceutico globale.

La direttiva UE garantisce la sicurezza dei pazienti

La collaborazione è stata la chiave di questo risultato. Negli ultimi mesi un gruppo di lavoro, coordinato da GS1 Italy e formato da rappresentanti di aziende farmaceutiche e associazioni di categoria, ha lavorato per coadiuvare le istituzioni nella valutazione delle soluzioni tecniche sulla serializzazione del farmaco. 

L’Italia è l’ultimo Paese, insieme alla Grecia, ad applicare la direttiva UE anticontraffazione dei farmaci. E con il decreto 6 marzo 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 84 del 10 aprile 2025, il Ministero della Salute ha definito le specifiche tecniche del codice ‘Data Matrix’, che utilizza gli standard GS1 di identificazione e marcatura dei prodotti, diventato obbligatorio per tutte le aziende farmaceutiche.

L’etichetta dovrà contenere cinque informazioni obbligatorie

La normativa prevede che gli astucci di tutti i farmaci prescritti e commercializzati in Italia dovranno essere dotati di cinque informazioni che ne consentono l’identificazione e la tracciabilità: il codice univoco di identificazione del prodotto, ovvero il numero GTIN (Global Trade Item Number) del sistema GS1, il numero seriale, il lotto, la data di scadenza, e il numero di autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) rilasciato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).
Queste cinque informazioni saranno scritte sulle etichette dei farmaci e fornite attraverso il GS1 DataMatrix che dovrà comparire su ogni confezione.
È altresì previsto un periodo di ‘stabilizzazione’ di due anni, quindi fino a inizio febbraio 2027, per permettere al sistema e alle aziende di completare gli adempimenti necessari per adeguarsi alle nuove istruzioni.

Un passo avanti contro l’ingresso di medicinali falsificati nel mercato

“Per adeguarsi alla direttiva europea anticontraffazione dei farmaci le aziende italiane dovranno utilizzare gli standard GS1, che permettono di identificare in modo univoco i prodotti, di migliorarne la tracciabilità e di favorire l’efficienza della supply chain, aumentando così il livello di sicurezza di utilizzatori e pazienti – ha spiegato Bruno Aceto, ceo GS1 Italy -. Si tratta di un importante passo in avanti per l’Italia, che si allinea agli altri Paesi europei nella lotta alla contraffazione dei farmaci e all’ingresso di medicinali falsificati nel mercato comunitario”.