Ogni anno le imprese italiane versano allo Stato e alle sue articolazioni periferiche 21 miliardi di euro di imposte ambientali. Ma dall’inizio del prossimo anno dovranno stipulare anche la cosiddetta polizza catastrofale, un provvedimento introdotto dal regolamento attuativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale verso la fine di febbraio.

In buona sostanza, sottolinea l’Ufficio studi della CGIA, tra qualche mese le imprese si troveranno a pagare due volte la protezione ambientale: una con le imposte allo Stato centrale e agli enti locali, e un’altra sottoscrivendo una polizza con le compagnie assicurative private. 
Nonostante la destinazione di queste risorse non sia vincolata, parte di esse potrebbe essere utilizzata per la pulizia dell’alveo dei fiumi, per la manutenzione degli argini e delle rive, per la realizzazione dei bacini di laminazione o le casse di espansione. 

Una misura legata ai ritardi dei rimborsi statali

Si tratta di  interventi che dovrebbero prevenire o mitigare molti eventi calamitosi che non si è in grado evitare. In realtà, queste opere non si fanno da almeno qualche decennio, oppure vengono realizzate solo dopo che il disastro si è verificato.
Una delle motivazioni che sta a monte dell’introduzione di questa misura è legata ai ritardi ‘biblici’ dei rimborsi statali.

È vero, spesso questi ultimi vengono erogati quando le attività colpite hanno già chiuso definitivamente perché piegate dai danni subiti. Con l’intervento delle assicurazioni, invece, gli aiuti dovrebbero arrivare nel giro di poche settimane, permettendo così alle aziende danneggiate di riprendere rapidamente l’attività.

Il doppio onere sostenuto dalle aziende

La misura dovrebbe però essere accompagnata da una corrispondente riduzione delle tasse ambientali, altrimenti le aziende saranno costrette a sostenere un doppio onere. 
Si teme, invece, che le imposte ambientali siano destinate ad aumentare, specialmente quelle degli enti locali, che negli ultimi due anni sono tornate a crescere per mantenere i bilanci in equilibrio. 

Inoltre, è necessario riflettere su un altro aspetto. Negli ultimi 25 anni è avvenuto un progressivo allontanamento dello Stato dal settore sociale (previdenza, sicurezza, sanità), e ora anche da quello della protezione ambientale, lasciando così sempre più spazio ai privati.

Le imposte dovrebbero diminuire, e invece…

Se è questa la direzione intrapresa dallo Stato, non si può far gravare sulle famiglie e sulle imprese due volte il costo dell’ambiente.
In sostanza, se i privati stanno acquisendo sempre più quote di ‘mercato’, le tasse pagate dagli italiani al fine di garantire questi servizi devono essere ridotte. Cosa che finora non si è verificata. 

Dei 21 miliardi di euro di imposte ambientali versati dalle imprese private nel 2022, i settori più ‘tartassati’ sono quelli energivori (fornitura energia elettrica, gas, vapore…) con 5,3 miliardi di euro, seguiti dalle imprese manifatturiere, con 5 miliardi, e i trasporti, con 3 miliardi. Il gettito ascrivibile a questi tre settori incide sull’importo totale per il 63,7%. 

Nonostante i progressi tecnologici, circa 2,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a Internet. Nei Paesi a basso reddito solo il 27% della popolazione è connesso, mentre nei Paesi a medio-basso reddito la percentuale sale al 53%. Anche all’interno degli stessi Paesi esistono forti disuguaglianze: nelle città l’83% delle persone utilizza Internet, mentre nelle zone rurali solo il 48%.

Le giovani donne sono tra le categorie più penalizzate: nei Paesi a basso reddito. Il 90% delle ragazze tra i 15 e i 24 anni vive senza connessione, con limitate opportunità di istruzione e crescita professionale.

L’impatto economico dell’assenza di servizi digitali

Uno studio di ISPI e Deloitte evidenzia come l’accesso al digitale influenzi direttamente la crescita economica e la capacità di attrarre investimenti. Secondo la Banca Mondiale, un aumento del 10% nella diffusione della banda larga mobile può incrementare il PIL pro capite dell’1,5-1,6%.

Al contrario, la mancanza di servizi digitali ostacola lo sviluppo, rallentando la crescita economica fino al 33% nei Paesi più svantaggiati. Le micro, piccole e medie imprese sono tra le più colpite: senza strumenti digitali, oltre 19 milioni di esse non riescono ad accedere ai finanziamenti necessari.

Investimenti e opportunità

Le nazioni con infrastrutture digitali avanzate attirano maggiori investimenti esteri. La digitalizzazione dei servizi pubblici e dei processi burocratici porta a un aumento dell’8% degli investimenti diretti esteri e favorisce la nascita di nuove imprese. Questo impatto positivo è evidente soprattutto per le startup, l’imprenditoria femminile e le aree rurali.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale

La scarsa connettività incide negativamente anche sull’adozione dell’intelligenza artificiale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, le economie avanzate ottengono un punteggio medio di 0,68 nell’AI Preparedness Index, più del doppio rispetto ai Paesi a basso reddito (0,32). Questa disparità rischia di ampliare ulteriormente il divario economico e tecnologico tra le nazioni.

Il World Economic Forum avverte che il 40% delle competenze attuali diventerà obsoleto entro il 2030. I giovani e le donne sono i più vulnerabili: il 90% delle adolescenti nei Paesi a basso reddito non ha accesso a Internet, riducendo le loro opportunità di apprendimento digitale e limitando la loro partecipazione nei settori tecnologici.

Un futuro da costruire

L’accesso digitale è una condizione essenziale per uno sviluppo equo e sostenibile. “L’inclusione digitale non accade per caso, ma per scelta”, afferma Antonio Villafranca, vicepresidente dell’ISPI. Investire nella connettività oggi significa garantire un futuro con più opportunità per tutti, evitando che il divario digitale si trasformi in un ostacolo insormontabile per milioni di persone.

Gli italiani trascorrono gran parte della giornata immersi nelle notifiche digitali, in un ciclo continuo di aggiornamenti che influisce sulla qualità della vita e del riposo.

Secondo una recente ricerca condotta per Amazon Kindle in occasione della Giornata Mondiale della Disconnessione del 7 marzo, il 28% degli italiani riceve notifiche fino al momento di andare a dormire, con un orario medio di interruzione fissato alle 23:26. Secondo gli esperti, sarebbe opportuno staccarsi almeno un’ora prima, intorno alle 22:26, per favorire un sonno di qualità.

E l’attenzione… cala 

Continuare a ricevere notifiche da smartphone, tablet e altri dispositivi porta più della metà degli italiani (59%) a sentirsi spesso distratta. Il neuroscienziato Mark Williams spiega che il semplice suono o la vibrazione di un avviso digitale induce il cervello a entrare in uno stato di allerta, distogliendo l’attenzione dalle attività in corso.

Ogni interruzione richiede fino a 90 secondi per ritrovare la concentrazione, con effetti negativi sulla produttività e sulla gestione del tempo.

Un comportamento simile alla dipendenza

Oltre a ricevere notifiche, molti italiani controllano compulsivamente i dispositivi anche in assenza di nuovi avvisi: il 91% verifica lo smartphone almeno una volta ogni ora, con alcuni che lo fanno fino a 80 volte al giorno.

Secondo Williams, riferisce Ansa, questo comportamento è paragonabile a una dipendenza, poiché le notifiche attivano il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore legato al piacere e alla ricompensa. Questa dinamica rende difficile staccarsi dai dispositivi, alimentando un circolo vizioso di controllo compulsivo.

Un relax interrotto dal digitale

Anche i momenti di svago serali riferisce Ansa, non sono immuni dall’invasione delle notifiche: il 71% degli italiani guarda la TV, il 37% ascolta musica e il 34% legge un libro per rilassarsi, ma il 43% continua a essere disturbato dai dispositivi.

Di conseguenza, il 74% degli intervistati dichiara di addormentarsi più tardi del previsto a causa del tempo trascorso controllando lo smartphone.

Trascorriamo 349 minuti al giorno sullo smartphone

Roberto Toro, Senior PR Manager di Amazon, sottolinea come la società moderna sia caratterizzata da una continua esposizione agli schermi.

Valentina Pano, divulgatrice digitale, aggiunge che gli italiani passano in media 349 minuti al giorno davanti al telefono e percorrono virtualmente circa 126 km con il pollice scrollando le notifiche. Questo fenomeno è particolarmente diffuso tra i giovani, per i quali i social media rappresentano sia un mezzo di svago sia una forma di interazione sociale.

Serve una pausa

Secondo gli esperti, per ritrovare un equilibrio tra vita reale e mondo digitale è fondamentale ridurre l’uso eccessivo dei dispositivi.

Staccarsi dallo schermo almeno un’ora prima di dormire e limitare il controllo compulsivo delle notifiche può migliorare il benessere mentale e la qualità del sonno, aiutando a vivere il presente in modo più consapevole.

Il confine tra vita lavorativa e personale è sempre più sfumato. Le pressioni dell’ufficio si infiltrano nella quotidianità, mentre le preoccupazioni private si insinuano nelle ore di lavoro. Questo fenomeno, definito “sindrome da corridoio” dall’8° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, colpisce circa tre milioni di lavoratori italiani, con ripercussioni significative sia sul benessere psicologico che sulla produttività.

Secondo i dati raccolti, il 25,7% dei lavoratori fatica a concentrarsi a causa di problemi personali, mentre il 36,1% si porta a casa le tensioni professionali, compromettendo le relazioni con amici e familiari. I più colpiti sono i giovani: il 41% non riesce a staccare dal lavoro una volta usciti dall’ufficio, seguiti dal 34,9% degli adulti e dal 33,7% degli over 55. Allo stesso tempo, il 22,7% degli under 35 sente il peso della vita privata sul lavoro, percentuale che sale al 29,2% tra gli adulti e scende al 20,6% tra i lavoratori più anziani.

Il prezzo da pagare: stress e burnout

Questo continuo scambio tra sfera personale e professionale ha un impatto pesante sulla salute mentale. Il 31,8% dei lavoratori ha sperimentato burnout, con picchi del 47,7% tra i giovani. Inoltre, il 73% ha sofferto di ansia legata al lavoro, il 76,8% ha avuto difficoltà a mantenere un equilibrio tra vita privata e professionale, mentre il 75,9% si sente sopraffatto dalle responsabilità.

Questi numeri rivelano una realtà allarmante: il lavoro non è più solo una fonte di reddito, ma un fattore determinante per il benessere generale. Per l’83,4% degli italiani, è fondamentale che il proprio impiego contribuisca all’equilibrio psicofisico. Il valore attribuito al benessere cresce con l’età: mentre tra i giovani la percentuale si ferma al 75%, tra gli over 55 sale all’88,4%.

Cosa serve per migliorare il benessere lavorativo?

Per molti lavoratori, la chiave per una vita professionale più sostenibile sta in un ambiente sereno e flessibile. Il 94,6% ritiene essenziale un clima aziendale positivo, mentre il 93,1% considera fondamentale l’autonomia operativa. Il bilanciamento tra vita e lavoro è prioritario per il 92,2%, seguito dalla flessibilità degli orari (91,6%).

Anche il supporto psicologico è sempre più richiesto: il 63,5% vorrebbe accesso a percorsi di meditazione, yoga o consulenza, mentre il 38,2% ritiene che la meditazione potrebbe aiutarlo a gestire lo stress. Tuttavia, il 67,3% lamenta la mancanza di attenzione da parte dei datori di lavoro e il 68,5% denuncia un ambiente aziendale poco attento alla salute mentale.

Tempo e qualità della vita: la richiesta dei lavoratori

Al di là di benefit e incentivi, ciò che i dipendenti desiderano di più è più tempo per sé stessi. L’89,4% vorrebbe avere più spazio per dedicarsi alle proprie passioni, l’86,2% per stare con amici e familiari e il 78,9% per l’attività fisica. Persino il riposo è diventato un lusso: il 79% vorrebbe più tempo per ricaricare le energie, a dimostrazione di una società sempre più compressa da ritmi frenetici e carichi di lavoro difficili da sostenere.

Le aziende tra produttività e sostenibilità

Le imprese si trovano davanti a una scelta cruciale: continuare a spingere sulla produttività o investire in un modello di lavoro più sostenibile? Secondo Alberto Perfumo, amministratore delegato di Eudaimon, le aziende devono diventare veri e propri “hub di benessere”, capaci di offrire non solo un impiego, ma anche strumenti per migliorare la qualità della vita dei dipendenti.

Non si tratta solo di etica, ma anche di strategia: un ambiente di lavoro più sano favorisce la fidelizzazione dei talenti e migliora le performance. Il 36,7% dei lavoratori ha già cercato supporto psicologico per gestire lo stress, mentre il 65% ammette di avere difficoltà di concentrazione a causa della tensione accumulata.

Come sottolinea Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, i lavoratori di oggi non sono più disposti a sacrificare la propria salute mentale per la carriera. In questo scenario, il welfare aziendale non è più un’opzione, ma una necessità per costruire un mondo del lavoro più sostenibile. Ora resta solo da vedere quali aziende saranno pronte a raccogliere la sfida.

La flotta complessiva del Car Sharing in Italia è tornata a livelli pre-pandemia, attestandosi intorno a 8.000 veicoli, di cui solo il 30% alimentato a benzina.
Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Nazionale della Sharing Mobility, oggi il Car Sharing si articola in due principali modelli, Free-Floating e Station-Based.

Il primo, che consente di prelevare e rilasciare l’auto in qualsiasi punto della città, negli ultimi cinque anni ha subito una serie di riconfigurazioni. Fino al 2019, il mercato era dominato da quattro grandi operatori, nel 2020 due aziende (Sharenow ed Enjoy) detenevano il 90% della flotta, e a partire dal 2021 il 25% del mercato pertiene a player minori.

Il dinamismo del Free-Floating

Nel segmento Free-Floating, il numero di noleggi è stabile (circa 6 milioni): gli utenti continuano a preferire la flessibilità di questo modello di Car Sharing. Nel 2023 le percorrenze hanno toccato 78 milioni di km, e per il 2024 potrebbero superare 90 milioni di km.

Un aumento che evidenzia come gli utenti effettuino noleggi di durata più lunga.
Attualmente, il Free Floating è attivo nelle principali città italiane, ma con differenze significative nella distribuzione della flotta. Inoltre, il numero di città metropolitane con almeno un servizio di car sharing dal 2019 è stabile, segno di un rallentamento nell’espansione territoriale.
Milano si conferma la capitale del settore, con oltre 3.365 veicoli e oltre 3,2 milioni di noleggi annui, seguita da Roma (1.933, circa 1,4 milioni), e Torino, che registra il tasso di rotazione più alto, con 3,57 noleggi giornalieri per veicolo. 

La stabilità del Station-Based

Diversamente dal Free-Floating, il modello Station-Based si caratterizza per una notevole stabilità in termini di domanda e offerta.
Con una flotta di circa 1.200 veicoli e circa 300.000 noleggi annuali, il servizio si rivolge a utenti che apprezzano la certezza offerta da punti fissi di prelievo e riconsegna.
La presenza di stazioni fisse garantisce un elevato livello di affidabilità e organizzazione. Gli utenti, consapevoli della presenza di punti ben definiti per ritiro e riconsegna dei veicoli, possono pianificare con maggiore certezza gli spostamenti quotidiani.

Questa caratteristica rende il servizio Station-Based un complemento ideale alla rete di trasporto pubblico, soprattutto in contesti urbani densamente popolati.

Innovazione tecnologica e regolamentazione

Nel futuro, la sfida per gli operatori Station-Based sarà migliorare ulteriormente l’esperienza d’uso attraverso l’integrazione di soluzioni digitali avanzate.
Innovazioni nella gestione della flotta e nelle interfacce utente potrebbero contribuire a ottimizzare l’efficienza operativa, e garantire un servizio sempre più in linea con le esigenze della mobilità urbana moderna.

Inoltre, le amministrazioni locali stanno progressivamente rivedendo la regolamentazione del Car Sharing, eliminando o riducendo canoni, e imponendo requisiti tecnici più stringenti per garantire redditività e sicurezza.
Questa evoluzione normativa favorirà un sistema equilibrato, promuovendo l’innovazione, la sostenibilità ambientale, e l’integrazione del servizio nella mobilità urbana.

Il coaching aziendale sta guadagnando sempre più rilevanza in Italia. Secondo le previsioni di ICF Italia (International Coaching Federation – Capitolo Italiano), entro il 2025 il numero di imprese che adotteranno il coaching crescerà del 47%. Questo approccio non è una semplice formazione, ma un vero e proprio strumento di sviluppo che aiuta manager e imprenditori a migliorare le performance aziendali, favorendo l’innovazione e il benessere organizzativo.

La presidente di ICF Italia, Giulia Astrella, sottolinea l’importanza del coaching come metodo per valorizzare il potenziale individuale e collettivo. Il suo utilizzo consente alle aziende di affrontare le sfide del mercato con maggiore consapevolezza, migliorando leadership e collaborazione interna.

L’Italia è ancora indietro

Per comprendere la diffusione del coaching aziendale, ICF Italia e Format Research hanno condotto un’indagine su un campione di oltre 1.000 aziende italiane. I risultati evidenziano una conoscenza ancora limitata di questo strumento. 

Dai dati emerge che solo il 20% delle imprese ha una conoscenza approfondita del coaching. Il 44% delle aziende intervistate non ha familiarità con questo metodo. A livello globale, il 73% degli intervistati conosce il coaching, il che evidenzia il grande divario con l’Italia.

In molti casi, il coaching è percepito come un semplice strumento motivazionale e non come un elemento strategico per la crescita aziendale. Questo limite ne ostacola la diffusione, ma allo stesso tempo rappresenta un’opportunità per sensibilizzare le imprese sui suoi reali benefici.

I vantaggi per le aziende

Le aziende che hanno già adottato il coaching ne riconoscono l’impatto positivo su diversi aspetti organizzativi. I principali benefici riscontrati, riferisce il report, sono innanzitutto il miglioramento della comunicazione interna (96,4%). Ma ne beneficiano anche il benessere e la coesione aziendale (85,9%).

Nonostante questi plus, esistono ancora delle barriere alla diffusione del coaching in Italia, come la mancanza di tempo per dedicarsi alla formazione, i budget limitati e la difficoltà nel trovare coach qualificati.

Quale futuro?

Nonostante le difficoltà, il coaching aziendale sta attirando sempre più attenzione. Il 34,2% delle imprese prevede di adottarlo nei prossimi due anni, riconoscendone il valore per migliorare performance, leadership e benessere aziendale.

Nonostante la maggioranza degli italiani, l’87%, sia consapevole dei cambiamenti normativi dovuti al passaggio al mercato libero dell’energia, appena il 26% dichiara di essersi informato meglio, e di avere effettivamente cambiato fornitore.

In pratica, poco più di un quarto dei cittadini del Bel Paese si è informato sul mercato libero dell’energia e ha cambiato fornitore. La maggior parte dei consumatori, il 45%, per ora si è limitato a raccogliere maggiori informazioni, ma ha deciso comunque di mantenere il proprio operatore.
Sono i risultati di una ricerca condotta da Trustpilot, la piattaforma globale di recensioni dei consumatori nata nel 2007.

Perché cambiare fornitore? Per risparmiare sui costi e incrementare l’affidabilità del servizio

L’analisi di Trustpilot ha messo in luce che per il 71% degli intervistati quando si tratta di scegliere un fornitore di energia il fattore determinante è il prezzo competitivo.
Al fattore risparmio, seguono l’affidabilità del servizio (42%) e la qualità del customer care (20%).

E a proposito di prezzi, il 74% degli intervistati li confronta nel tempo.

Più di 1 italiano su 2, invece, legge le recensioni per scegliere un nuovo fornitore. Tra gli intervistati che hanno cambiato fornitore di elettricità, gas e servizi negli ultimi 12 mesi, infatti, il 49% afferma che le recensioni lette online hanno influenzato la loro decisione.

“Le recensioni aiutano gli altri a compiere scelte informate”

“Le recensioni online rappresentano uno strumento fondamentale per rafforzare la trasparenza e la fiducia tra consumatori e aziende – ha commentato Nicoletta Besio, Country General Manager Italy di Trustpilot -. Il nostro obiettivo è offrire una piattaforma aperta e indipendente, dove gli utenti possano condividere le proprie esperienze e aiutare gli altri a compiere scelte informate”.

“Le aziende possono raccogliere informazioni utili a migliorare il business”

“In un mercato energetico sempre più competitivo – ha aggiunto Nicoletta Besio -, la fiducia è la chiave per costruire relazioni durature e di valore, e le recensioni sono sicuramente una risorsa preziosa per verificare l’affidabilità dei fornitori e identificare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze”, riporta Askanews.
Trustpilot è una piattaforma di recensioni aperta a tutti. La sua missione è consentire alle persone di acquistare con sicurezza e aiutare le aziende a offrire esperienze memorabili.

“La nostra visione è quella di diventare un simbolo universale di fiducia – spiega Adrian Blair, ceo di TRustpilot -.Vogliamo che i consumatori possano prendere decisioni d’acquisto sicure e informate, e che le aziende possano dare prova della qualità dei loro servizi e raccogliere informazioni utili a migliorare il proprio business”.

Quando si tratta di organizzare un viaggio, il desiderio di scegliere la destinazione perfetta lascia l’82% degli italiani nell’indecisione, mentre per il 96% è il costo dell’intero viaggio un fattore importante da considerare.
Una ricerca condotta da Skyscanner rileva che per la metà dei viaggiatori italiani (51%), gennaio non è solo uno dei momenti chiave per le decisioni importanti del nuovo anno, ma anche per i piani di viaggio.
Tuttavia, troppo tempo ed energie dedicate a pianificare rischiano di far cedere alla sopraffazione.

L’86% di chi sta organizzando un viaggio ammette che l’eccesso di variabili nella prenotazione possono portare a perdere completamente le offerte.
Questo fenomeno, soprannominato da Skyscanner e dalla neuroscienziata Faye Begeti come ‘WanderLost’, colpisce i viaggiatori di tutto il mondo.

“L’enorme quantità di opzioni disponibili può risultare opprimente”

“WanderLost è lo stato di indecisione durante la pianificazione di un viaggio, che deriva fondamentalmente dalla stanchezza mentale – spiega Begeti -. Il cervello esecutivo, situato nella corteccia prefrontale, governa il processo decisionale così come il pensiero complesso e la pianificazione. Le ricerche dimostrano che uno sforzo mentale prolungato, come un’intera giornata di lavoro, riduce il flusso sanguigno in questa regione”.

Questo, porta “il cervello a entrare in modalità a basso consumo, evitando quindi i compiti che richiedono sforzo cognitivo e optando per attività passive, come scorrere il telefono o guardare la Tv”.

Quando “wanderLust” si trasforma in uno stato di “wanderLost”

“Questo vale anche per la pianificazione di una vacanza – aggiunge Begeti -, che può sembrare scoraggiante poiché richiede una concentrazione e uno sforzo significativi”.
Insomma, l’eccitazione della ‘wanderLust’ si trasforma in uno stato di ‘wanderLost’.

Come combattere la stanchezza da decisione? L’affaticamento decisionale può sopraffare il cervello, facendo sembrare estenuanti anche le scelte più semplici. Per questo, restringere le opzioni è fondamentale.
Quindi, quando l’energia mentale è più alta dare priorità alle decisioni chiave, come volo e alloggio, mentre per le scelte meno importanti optare per il ‘va abbastanza bene’.

I ‘brain hacks’ che aiutano a superare questo stato mentale

Scegliere una vacanza in linea con il proprio stato mentale è fondamentale. Quando si è mentalmente in sovraccarico, meglio scegliere un ritiro nella natura o al mare. Se invece si è poco stimolati, meglio considerare una vacanza in città o all’insegna dell’avventura.

Imparare poi a sfruttare poi la dopamina anticipatoria. Il cervello si nutre di anticipazione, la preparazione di una vacanza è stimolante quanto il viaggio stesso. Inserire le destinazioni dei sogni nell’elenco rende la pianificazione più emozionante.

Un altro ‘brain hack’ è liberarsi dalla routine. Quando si organizzano le vacanze, uscire dalla zona di comfort e indagare su destinazioni inaspettate rispetto al solito, può aiutare a non ricadere nella solita routine da pianificazione.

Secondo i dati dell’Osservatorio di Facile.it, a dicembre 2024 per assicurare un veicolo a quattro ruote in Italia occorrevano, in media, 643,95 euro, vale a dire il 6,19% in più rispetto a dodici mesi prima.
Ma anche il nuovo anno si apre con brutte notizie per gli automobilisti italiani. Considerando i premi medi calcolati sul comparatore Facile.it emerge che le tariffe Rc auto continuano a crescere, con effetti negativi anche sui guidatori virtuosi.

Sono però oltre 585.000 gli automobilisti italiani assicurati che, a causa di un sinistro con colpa dichiarato nel 2024, quest’anno vedranno peggiorare la propria classe di merito, con relativo e ulteriore aumento del costo della polizza.

L’1,78% degli automobilisti ha dichiarato un sinistro con colpa

Dall’analisi del comparatore, realizzata su un campione di oltre 955mila preventivi raccolti su Facile.it tra novembre e dicembre 2024, emerge che la quota di guidatori colpiti dai rincari a causa di un sinistro con colpa è pari all’1,78% del totale.

Se, come detto, a livello nazionale la percentuale di automobilisti che nel 2024 hanno dichiarato un sinistro con colpa è pari all’1,78%, considerando il campione su base regionale emergono differenze significative.
Scorrendo la graduatoria delle aree in cui in percentuale si registra il maggior numero di denunce di incidenti con colpa, al primo posto si posiziona la Toscana, dove il 2,34% degli automobilisti quest’anno vedrà aumentare il premio dell’Rc auto. Seguono i guidatori di Sardegna (2,29%) e Liguria (2,15%).

Percentuali più basse in Basilicata, Calabria, Trentino Alto-Adige

Le percentuali più basse di incidenti con colpa, invece, sono state rilevate in Basilicata (1,26%), Calabria (1,30%) e Trentino-Alto Adige (1,40%).
Se si limita l’analisi alle province italiane, quella con la percentuale più alta di automobilisti che nel 2025 cambieranno classe di merito a causa di un sinistro con colpa è la provincia di Prato (3,35%), seguita da quella di Cagliari (2,85%) e Grosseto (2,64%).

Le ultime nella graduatoria nazionale, con percentuali pari o inferiori all’1%, sono invece le province di Crotone, Ferrara e Rovigo
Dati interessanti emergono poi analizzando il profilo di chi vedrà peggiorare la propria classe di merito a seguito di un sinistro con colpa. E la percentuale è più altra tra le donne (1,99%) rispetto al campione maschile (1,65%).

Per il 2025 si spera in un contesto economico stabile

“Il rallentamento dell’inflazione e la stabilizzazione dei tassi di sinistrosità stanno sicuramente iniziando ad avere i primi effetti positivi sul fronte dei prezzi RC auto, che nel corso 2024, pur rimanendo elevati, hanno visto rallentare il loro trend di crescita – spiega Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it – . Se il contesto economico rimarrà stabile, ci aspettiamo che gli effetti positivi si trasmettano integralmente sul mercato RC auto e che la curva di prezzi possa tornare a stabilizzarsi. In un contesto come questo, confrontare le offerte di diverse compagnie può rivelarsi fondamentale per individuare il prodotto più adatto alle proprie esigenze e risparmiare’’.

Nel 2024, l’economia italiana registrerà una crescita del PIL dello 0,5%, sostenuta dall’aumento dei consumi e della domanda estera, ma penalizzata da una flessione degli investimenti privati, prevista al -3,7%. I dati, riporta Ansacom,  emergono dal digital talk “Investire in Italia. Ma come? Previsioni sul 2025”, organizzato da EY con il contributo di Oxford Economics e rappresentanti del mondo imprenditoriale. Per il 2025, il PIL dovrebbe crescere dello 0,8%, ma con una contrazione degli investimenti privati dell’1,2%.

Marco Daviddi, managing partner di EY in Italia, evidenzia un moderato ottimismo per il 2025, pur riconoscendo la necessità di rilanciare gli investimenti privati. “Il governo e le istituzioni hanno un ruolo cruciale nel favorire la transizione tecnologica ed energetica, abbassare i costi energetici e attuare il PNRR”, sottolinea Daviddi. Grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, gli investimenti pubblici cresceranno del 20% nel 2024, attenuando in parte il calo del settore privato.

Il ruolo chiave del PNRR
La sostenibilità della crescita italiana dipenderà fortemente dall’attuazione del PNRR. Mario Rocco, leader di EY per il settore economico, afferma che, con una piena attuazione del piano, il PIL del 2025 potrebbe crescere dello 0,8%. Se il PNRR fosse attuato al 90%, la crescita scenderebbe allo 0,6%, mentre con un’attuazione al 70% il PIL si fermerebbe a un modesto 0,1%. Il 2025 vedrà inoltre una riduzione degli investimenti in costruzioni, in parte dovuta alla fine delle misure di sostegno al settore.

L’ottimismo delle aziende italiane
Nonostante le incertezze economiche, tra le imprese italiane prevale un certo ottimismo. Il CEO Outlook Pulse di EY, che ha coinvolto oltre 1.200 amministratori delegati a livello globale (di cui 50 in Italia), mostra che il 62% dei dirigenti italiani è fiducioso sulle prospettive del Paese, e il 72% prevede un aumento dei ricavi aziendali.

Nonostante il sentiment positivo, quasi il 40% degli intervistati riconosce come minacce i rischi globali e le tensioni geopolitiche.

Lo scenario economico globale
A livello mondiale, Oxford Economics prevede per il 2024 una crescita del PIL del 3,1%, seguita da una progressiva decelerazione sotto il 3% entro il 2030. Fattori strutturali come la bassa natalità, la riduzione della globalizzazione e l’alto debito pubblico e privato influenzeranno negativamente l’economia.

Emilio Rossi, senior economic advisor, prevede una crescita globale più lenta nel 2025, con un’Eurozona stagnante e un’inflazione ancora elevata, mentre gli Stati Uniti potrebbero beneficiare di politiche espansive, pur affrontando rischi legati al debito e all’inflazione.