In Italia, il 50% delle famiglie possiede un animale domestico. E l’11% di queste lo ha adottato nell’ultimo anno. Lo dice una recente indagine condotta online da BVA Doxa su un campione di 1.000 casi. 

La pandemia tra le ragioni del “sì”

Tra le principali motivazioni alla base delle adozioni ci sono innanzitutto l’allegria (36%) che portano in casa; la compagnia, che è considerata un vero e proprio conforto emotivo (33%); l’affetto incondizionato che riescono a trasmettere (29%). Un altro driver importante sono le richieste dei figli, che proprio grazie agli animali domestici diventano più responsabili e  riescono a colmare i tanti momenti di vuoto (21%) che hanno caratterizzato gli ultimi mesi. 
Anche lo smart working ha rappresentato un fattore importante nella scelta di adottare un animale domestico, convincendo gli eterni indecisi, innanzitutto grazie a una maggiore disponibilità di tempo. 

Gatto e cane i pet preferiti

In base alla ricerca di BVA Doxa, le adozioni si concentrano soprattutto su gatto e cane, scelti rispettivamente nel 50% e nel 46% dei casi (segnando un’inversione di tendenza rispetto al passato, quando il cane si affermava al primo posto). A grande distanza seguono gli uccelli, in particolare cardellini, canarini, pappagalli, e tartarughe, che arrivano a pari merito al 7%; criceti e conigli si attestano sul 5% mentre il pesce rosso entra a far parte del 4% delle famiglie italiane.

Attenzione all’igiene

La presenza di un animale domestico con cui condividere tante ore della giornata porta con sé anche un cambio di abitudini e comporta una maggiore attenzione sia per quanto riguarda la pulizia e l’igiene della casa, sia verso quella dell’animale stesso. Infatti, il 28% dichiara di aver diversificato e aumentato l’utilizzo di prodotti per mantenere gli spazi igienizzati e gli animali puliti per garantire la reciproca protezione.

Soprattutto donne: l’identikit del “pet lover”

Che caratteristiche hanno le persone che negli ultimi mesi hanno adottato un animale domestico? Dalla ricerca emerge un gruppo con una maggioranza di donne e una concentrazione nella fascia di età medio – giovane, con il 40% tra i 25 e i 44 anni. Il livello di istruzione è medio, con il 60% di diplomate alla scuola media superiore. Tra le professioni, è forte la presenza di impiegate, ma anche di insegnanti, imprenditrici o commercianti, mentre le pensionate sono quasi assenti. Infine, i “new pet lovers” si trovano soprattutto in Centro Italia, con una maggiore concentrazione nel Lazio, in Toscana e Sardegna, e vivono solitamente in famiglie composte da quattro componenti.

Parola d’ordine, ripartire. È questa la parola d’ordine del 50° Congresso nazionale dell’Aidp, l’associazione italiana per la direzione del personale, che per l’edizione 2021 ha scelto proprio di svolgersi all’insegna del concetto di ripartenza. E che grazie ai contributi di centinaia di esperti e professionisti del mondo del lavoro coinvolti, ha declinato in 13 proposte suddivise per aree tematiche, e sintetizzate in 5 punti, la ripartenza al lavoro.

Smart working, si va verso un modello ibrido

La prima proposta dei direttori Aidp è quella di adeguare le necessità tra lavoro da remoto e in presenza. Dopo il massiccio ricorso allo smart working in fase pandemica, bisognerà infatti capire come riorganizzarlo in un contesto di normalità, anche a seguito di un’analisi costi-benefici. Secondo gli esperti si va verso un modello ibrido con alternanza tra lavoro da remoto e in presenza. Un modello che coinvolgerà tutte le figure lavorative e professionali, a esclusione delle mansioni non ‘remotizzabili’.

Un’impresa resiliente con le persone al centro dell’azienda

Come rendere l’impresa resiliente? L’Aidp non ha dubbi: usare il contratto collettivo di lavoro, ai vari livelli, per modellare una disciplina dei rapporti di lavoro secondo le esigenze aziendali, investire nella formazione permanente e continua del personale in percorsi di crescita e valorizzazione, e organizzare l’impresa in senso orizzontale. Ma la riorganizzazione dell’azienda e del lavoro deve necessariamente partire dall’esigenza di mettere le persone e il loro benessere al centro. Allo scopo bisogna partire dal ‘basso’, ascoltare i suggerimenti provenienti dai lavoratori nella riprogettazione dei modelli organizzativi, semplificare la scala gerarchica, favorire la condivisione delle idee e valorizzare come priorità la dimensione umana del lavoro, favorendo il benessere fisico e psicologico dei dipendenti.

Potenziare il welfare aziendale e allineare le competenze

Il ruolo integrativo dell’azienda nel nuovo modello di welfare community, basato sempre più sulla collaborazione tra pubblico e privato, per i direttori del personale è decisivo, soprattutto in considerazione dei nuovi bisogni sociali. Va potenziato lo strumento anche verso le nuove esigenza della mobilità sostenibile, l’aggiornamento di alcuni parametri come il concetto di famiglia, il sostegno ai servizi alla persona e l’innalzamento strutturale del tetto ai fringe benefit a 516 euro l’anno. Si rende necessario, riporta Adnkronos, un programma di reskilling di ampia portata verso le nuove competenze della rivoluzione ibrida, ossia AI e intelligenza umana, cyber e fisico, quindi, per superare il digital divide e favorire un reale processo di occupazione e sviluppo economico. Il 72% delle aziende dubita, infatti, di aver le giuste competenze.

Se da un lato il Covid ha scosso l’intero sistema economico, portando una profonda crisi, dall’altro ha dato l’opportunità di rivedere alcuni paradigmi che rischiavano di paralizzare il mondo del lavoro, accelerando il processo di digitalizzazione in ogni ambito e responsabilizzando maggiormente i dipendenti attraverso il lavoro da remoto. Insomma, la Pandemia ha mutato il mondo del lavoro, cambiando il modo di concepire l’idea stessa di lavoro, i rapporti tra colleghi e con i dipendenti, così come il modo di cercare nuove opportunità lavorative o selezionare nuove figure professionali.

Un contesto in continuo mutamento
In un contesto in continuo mutamento, a fare la differenza nella scelta delle migliori figure professionali da inserire nel proprio team sono le soft skills, soprattutto se avvalorate da lettere di referenze da parte di ex colleghi o datori di lavoro. Viene meno poi il concetto di ufficio e scrivania, si lavora per obiettivi da qualsiasi parte del mondo, abbattendo i confini geografici e dando maggior valore alle competenze di ognuno. Il mondo del lavoro appare, dunque, sempre più globalizzato, per questo il vero capitale del futuro sarà rappresentato dalla reputazione.

“Oggi è tutto online”

 “Con la pandemia è cambiato non solo il modo di lavorare, ma anche l’impostazione della ricerca, e soprattutto i settori e le aziende privilegiate”, commenta Fernando Angulo, Responsabile della comunicazione di Semrush, piattaforma di Saas per la gestione della visibilità online. Inoltre, prima del Covid, “almeno il secondo colloquio veniva svolto in presenza, per valutare anche tutta una serie di soft skills, magari con piccoli test attitudinali – aggiunge Andrea Polo, CEO & Founder di Milano EXE, agenzia specializzata in recruiting -. Oggi è tutto online, per questo la lettera di referenze assume un peso sempre maggiore”. 

Performance management, coaching e sviluppo di competenze relazionali
“In periodi di crisi, la scelta migliore è quella di investire su sé stessi e acquisire nuove competenze, che possano rappresentare un vantaggio competitivo. In questo modo, a differenza di quanto si creda, è possibile reinventarsi a qualsiasi età, cambiando completamente lavoro – afferma Roberto Castaldo, Presidente e fondatore del Centro Studio Performance di 4 MAN Consulting -. È importante, quindi puntare a implementare la performance management, il coaching e lo sviluppo di competenze relazionali”. 
Ma per le aziende oggi lavorare sulla propria reputazione e guardare oltre il profitto “diventa essenza stessa del profitto, perché uno dei principali criteri con i quali si finanzieranno le imprese sarà quello reputazionale – sostiene Davide Ippolito, Ceo di Zwan, agenzia di reputation marketing e cofondatore di Reputation Rating -. Per gli imprenditori, però, è importante capire che la reputazione non è solo ciò che viene scritto sui social o nelle recensioni, ma si tratta di un parametro complesso, composto da asset interni ed esterni molto diversi tra loro”.

La pandemia ha messo in crisi le vecchie abitudini aprendo a nuove forme di mobilità, soprattutto fra i giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni, i più disposti a cambiare del tutto le proprie abitudini in fatto di mobilità. La condivisone non spaventa più, e se 6 italiani su 10 vogliono il car sharing 9 su 10 chiedono carburanti 100% ecologici. Gli italiani però sono “car lovers” e per l’85% di loro rimane irrinunciabile l’auto di proprietà. Lo rivela una ricerca BVADoxa per l’Osservatorio Change Lab, Italia 2030, realizzato da Groupama Assicurazioni.

Gli italiani sono pronti per la shared mobility

La pandemia, insomma, lascia il segno: nei prossimi 10 anni, 1 italiano su 2 (53%) si dice pronto a rivedere sostanzialmente le proprie abitudini in termini di mobilità, e l’effetto Covid19 incide sulle forme e sui mezzi di trasporto che in futuro orienteranno gli spostamenti in Italia. Se oggi, complice la paura del Covid, persiste ancora una certa reticenza a utilizzare mezzi di trasporto condivisi (attualmente solo 3 italiani su 10 dichiarano di far ricorso ai servizi di car sharing), il trend si inverte decisamente guardando al prossimo decennio, con un forte incremento delle formule alternative di mobilità. Più di 6 italiani su 10 (62%) si dichiarano pronti alla shared mobility, 4 su 10 (40%) a utilizzare mezzi diversificati in base alle esigenze di movimento, il 36% si mostra disposto anche ad avvalersi esclusivamente di mezzi ecologici.

Rivolti al futuro, ma non troppo

La ricerca rivela anche che tra 10 anni per l’85% degli intervistati la macchina “di famiglia” continuerà a essere un bene irrinunciabile (oggi lo è per il 93%), solo il 7% ritiene possibile rinunciarvi, ma di fatto il 97% degli intervistati dichiara di avere almeno un’automobile in famiglia e più di 7 su 10 confermano di utilizzarla come mezzo di trasporto preferito sia nella quotidianità (72%) sia per i viaggi fuori città (79%). Un dato sorprendente riguarda però gli over 55, di cui il 33% ritiene meno indispensabile il possesso di un’auto di proprietà. Spunta poi il bisogno di un’assicurazione multimodale e flessibile, che segua la persona e non più il veicolo, con 3 italiani su 10 che la sottoscriverebbero subito

Cosa cambierà fra dieci anni?

Fra dieci anni 2 italiani su 10 (18%) prevedono di non avere a disposizione in futuro un unico mezzo di trasporto principale, ma di scegliere di volta in volta il mezzo in base allo spostamento che dovranno affrontare. Nelle previsioni la macchina “di famiglia” sarà comunque ancora tra i mezzi generalmente più utilizzati (76%), precedendo le bici di proprietà (23%) e i mezzi pubblici (15%). Insomma, l’auto rimarrà sì un mezzo comodo e talvolta necessario, ma non per forza quello scelto per qualsiasi tipo di spostamento.

In questi giorni si è parlato spesso di insetti quale elemento della dieta di tutti noi. In un momento in cui il numero di esseri umani sulla Terra aumenta esponenzialmente e al contempo le risorse naturali si riducono, diventa infatti essenziale essere pronti con un piano B. E gli insetti, presenti in grandissima quantità, potrebbero rivelarsi dei “super food” inaspettati. Ma come la mettiamo con l’approccio a un simile menù? Come lo vivrebbero i nostri connazionali? Tutto sommato, mica male. Stando a una recentissima indagine condotta da AstraRicerche su un campione di 834 italiani, tra i 18 e i 65 anni, poco meno di uno su tre è favorevole. Nel dettaglio,  il 28,8% degli italiani mostra interesse per prodotti che contengono cannadibiolo (ben il 43% dei 18-24enni) e il 18,2% si dichiara interessato a provare prodotti in cui la carne sia sostituita, in tutto o in parte, dagli insetti, magari nella forma di farina (la percentuale sale al 25% tra i 18-24enni).  Lo studio è stato presentato nell’ambito di ‘Trend Academy/See the Next’ della Camera di Commercio di Bari.

Il cibo della tradizione resta il preferito

Sebbene i nostri connazionali si dimostrino aperti alle novità, per quanto riguarda la tavola i piatti preferiti restano quelli legati alla tradizione, precisa ancora la ricerca. E questa convinzione riguarda anche i cibi del futuro: quello ideale sarà sempre connesso alla storia culinaria del nostro Paese (47,2% con percentuali più alte tra gli over 45). Tuttavia, non manca una buona fetta di popolazione che non storce il naso davanti alle novità, anzi: il 23,3% punta su cibi innovativi, fatti con ingredienti nuovi o poco utilizzati in Italia. Più aperti i giovani (18-24enni) tra i quali la percentuale sale al 32%.

Il valore della sostenibilità
Tra gli argomenti che vengano maggiormente citati spiccano la sostenibilità ambientale e sociale, tanto che più di tre intervistati su quattro si dichiarano disposti a spendere di più per un prodotto con garanzie di sostenibilità certificate da enti autorevoli (in particolare tra i giovani). L’apertura all’innovazione è evidente anche nell’ambito dei servizi legati al settore alimentare: il 40,6% degli italiani gradisce l’idea di una Subscription Box (consegna regolare, in abbonamento, di prodotti ordinati tramite e-commerce) dedicata ai prodotti lattiero-caseari, in particolare se a proporla è una singola marca del settore (piace l’idea al 57,2%, vorrebbe provarla il 54,3%). Nell’e-commerce per prodotti alimentari, sul podio delle preferenze al primo posto gli italiani mettono i gruppi di produttori locali che si riuniscono e fanno consegne di quello che producono (37%). Al secondo la spesa online con una catena di supermercati (25,2%).

Per i giovani italiani il cambiamento climatico e il degrado ambientale rappresentano una priorità assoluta nell’agenda di governi e istituzioni. I giovani sono molto preoccupati per le sorti del pianeta, e chiedono interventi e mobilitazioni. Il 22 aprile, in occasione della Giornata Della Terra 2021, Ipsos ha condiviso alcuni dati di un’indagine su 23 paesi per indagare le percezioni dei giovani europei tra i 15 e i 35 anni in merito al cambiamento climatico. Lo studio è stato condotto per #ClimateOfChange, la nuova campagna europea di WeWorld, l’organizzazione italiana di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario, nata con l’obiettivo di sviluppare la consapevolezza dei giovani cittadini e cittadine della UE sul nesso esistente tra cambiamento climatico, migrazioni e attuale modello economico.

Il cambiamento climatico è uno dei problemi più gravi del mondo. Anche al tempo del Covid

Secondo lo studio, quasi la metà (46%) dei giovani europei considera il cambiamento climatico come uno dei problemi più gravi del mondo, il che lo pone al primo posto tra i problemi elencati, anche nel bel mezzo della pandemia da Covid-19. E solo meno di un giovane europeo su dieci (8%) ne nega l’esistenza. Inoltre, la maggioranza dei giovani europei ritiene che spetta ai Governi fronteggiare l’inquinamento e il cambiamento climatico. In caso contrario, per il 70% dei giovani intervistati questo rappresenterebbe “un male per l’economia”, “un segno che il Governo ha le priorità sbagliate” (75%), “la prova che il Governo non ascolta la gente comune” (74%), e la prova di un atteggiamento “pericoloso e irresponsabile” (72%).

Spetta ai paesi economicamente avanzati fare la maggior parte degli sforzi economici e politici       

Una proporzione sostanziale di giovani europei, il 43%, crede che i paesi economicamente avanzati dovrebbero fare la maggior parte degli sforzi economici e politici per ridurre gli effetti del cambiamento climatico. In Europa occidentale, rispetto ad altre regioni, i giovani sono relativamente meno propensi ad affermare che i paesi economicamente avanzati dovrebbero fare più sforzi per affrontare gli effetti del cambiamento climatico, ma sostengono che tutti i Governi debbano sostenere queste responsabilità.

I giovani italiani sono motivati a far partire il cambiamento                 

Anche i giovani italiani, che costituiscono più della metà degli intervistati, sono molto o estremamente preoccupati per il cambiamento climatico. Si tratta di un dato addirittura superiore alla media europea, pari al 54% contro il 46%. Ma non si tratta di una preoccupazione fine a sé stessa, poiché i giovani italiani sono motivati a far partire il cambiamento. E 8 su 10 se potessero, voterebbero, o hanno votato, per i politici che danno la priorità alla lotta al cambiamento climatico e alla migrazione climatica.

Sul fronte del riciclo e dell’economia circolare l’Italia in Europa è la numero uno. Lo certifica il rapporto L’economia circolare italiana per il Next Generation Ue, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Comieco, secondo il quale l’Italia sarebbe il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo (79%), superiore anche a Francia (56%) e Germania (43%). E questo non solo per la scarsità di materie prime e approvvigionamento energetico, ma anche per l’introduzione di processi innovativi nel sistema delle imprese, soprattutto durante la recessione economica degli ultimi anni, e di alcuni modelli di governance virtuosi. Un altro primato italiano è quello di aver migliorato ulteriormente le prestazioni dal 2010 al 2018: nonostante un tasso di riciclo già molto elevato sono arrivate infatti al +8,7%.

Il risparmio energetico

L’alta percentuale di riciclo, si legge nel rapporto, è decisiva dal punto di vista della sostenibilità, non solo per la riduzione dei rifiuti da smaltire e il minore impiego di materie prime, ma per il risparmio energetico, con un conseguente, importante taglio di emissioni climalteranti. Il recupero di materia nei cicli produttivi permette infatti un risparmio annuo pari a 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, e 63 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni di CO2 evitate attraverso il riciclo di materia in Italia valgono l’85% delle emissioni di gas climalteranti provenienti dalla produzione elettrica nazionale (74,5 milioni di tonnellate).

Il riciclo della carta

Se l’intera filiera del riciclo vale complessivamente oltre 70 miliardi di euro di fatturato e impiega 213 mila addetti, in Italia il settore della carta riciclata genera “un fatturato di circa 25 miliardi di euro, l’1,4% del Pil, e occupa circa 200 mila addetti, con un tasso di circolarità medio del 57%”, si legge ancora nel rapporto. Solo nel 2018 il riciclo industriale di carta in Italia ha consentito di evitare consumi energetici pari a 1,5 milioni di tep, ed emissioni climalteranti pari a 4,4 milioni di tonnellate di CO2.

Le 5 direttrici strategiche

Alla luce degli investimenti da realizzare con il Recovery Fund il rapporto di Symbola delinea 5 direttrici strategiche. La prima è ottimizzare la filiera del recupero per potenziare l’economia circolare. In particolare, migliorando la raccolta differenziata e la diffusione di tecnologie avanzate per aumentare la qualità del materiale selezionato. La seconda è decarbonizzare i cicli produttivi, anche attraverso una progressiva conversione energetica, e la terza è creare nuove filiere industriali e di prodotti bio-based, riciclato e riciclabile. La quarta direttrice è investire sulle tecnologie digitali per digitalizzare i processi di gestione delle materie seconde, e la quinta e ultima direttrice individuata dal rapporto di Symbola è ottimizzare la logistica delle materie seconde puntando su hub ferroviari connessi alla rete ferroviaria nazionale, riporta Ansa.

Nel quarto trimestre del 2020 l’effetto delle misure adottate per il contenimento dell’emergenza sanitaria ha provocato la contrazione dell’economia italiana. Il prodotto interno lordo ha registrato una flessione dell’1,9% in termini congiunturali e del 6,6% in termini tendenziali: anche se si tratta di dati non propriamente rosei, sono comunque migliori rispetto alla stima preliminare dell’Istat che prevedeva un calo congiunturale pari a -2%. La variazione acquisita per il 2021 è invece pari a 2,3%. Lo ha reso noto l’Istat, che ha diffuso i conti economici trimestrali, sottolineando come il quarto trimestre 2020 abbia avuto due giornate lavorative in meno del trimestre precedente, e una giornata lavorativa in più rispetto al quarto trimestre del 2019.

L’andamento della domanda interna ed estera 

A trascinare la caduta del Pil “è stata sia la domanda interna (incluse le scorte), sia quella estera, che hanno fornito entrambe un contributo negativo di 1 punto percentuale – si legge nel rapporto -. Sul piano interno è stato fortemente negativo l’apporto dei consumi privati, pari a -1,6 punti, nullo quello degli investimenti, e lievemente positivo, per 0,3 punti, sia quello della spesa della PA sia quello delle scorte”. Sul piano estero l’ampio contributo negativo è derivato da una crescita delle importazioni maggiore di quella delle esportazioni. Inoltre, le ore lavorate sono diminuite dell’1,5%, mentre in lieve risalita sono risultate sia le posizioni lavorative (+0,3%), sia i redditi pro capite (+0,1%).

Spesa delle famiglie, -4,4% in termini congiunturali

La domanda nazionale al netto delle scorte ha fornito un contribuito negativo di 1,3 punti percentuali alla variazione del Pil, con apporti negativi per 1,6 punti percentuali dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private, un contributo nullo degli investimenti fissi lordi, e uno positivo (+ 0,3%) della spesa delle PA. Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del Pil per un +0,3%, mentre il contributo della domanda estera netta è risultato negativo per 1 punto percentuale.

La spesa delle famiglie sul territorio economico ha registrato una diminuzione in termini congiunturali del 4,4%. In particolare, gli acquisti di beni durevoli sono diminuiti del 4,9%, quelli di beni non durevoli del 2%, quelli di servizi del 6,1% e quelli di beni semidurevoli del 2,6%.

Andamenti congiunturali dei principali comparti produttivi

Si registrano poi andamenti congiunturali negativi per il valore aggiunto in tutti i principali comparti produttivi, con agricoltura, industria e servizi diminuiti rispettivamente del 2,8%, dello 0,7% e del 2,3%. Nel quarto trimestre il Pil è aumentato in termini congiunturali dell’1% negli Stati Uniti e dello 0,1% in Germania, mentre è diminuito dell’1,3% in Francia. In termini tendenziali, si è registrata una riduzione del 2,4% negli Stati Uniti, del 3,9% in Germania e del 5% in Francia. Nel complesso, riporta Askanews, il Pil dei paesi dell’area euro è diminuito dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, e del 5% nel confronto con il quarto trimestre del 2019.

Gli interventi che hanno lo scopo di migliorare l’efficienza energetica di un appartamento consentono di ridurre notevolmente i consumi e dunque abbattere i costi in bolletta e migliorare al tempo stesso il comfort percepito.

Si tratta di un tema molto importante non solo in ambito domestico ma anche soprattutto in tema di ambiente, dato che i dispositivi elettronici più moderni incidono molto meno sull’inquinamento prodotto rispetto quelli di vecchia generazione.

Questo è il motivo per il quale facciamo bene a sostituire gradualmente tutti i vecchi elettrodomestici e dispositivi elettronici che abbiamo in casa con quelli più moderni ad alta efficienza energetica.

Avere una migliore efficienza energetica significa riuscire a garantire prestazioni migliori con dei consumi più bassi, il che è davvero un connubio perfetto per ogni consumatore. Ciò è vero in particolar modo per quegli elettrodomestici che solitamente consumano di più e dunque hanno bisogno di più energia per funzionare.

È questo ad esempio il caso dei condizionatori d’aria, considerando che i vecchi condizionatori possono consumare anche 1300kWh a differenza di quelli moderni che si attestano sugli 800kWh.

Il bonus fiscale per in condizionatori d’aria

A tal proposito va ricordato che è disponibile un bonus fiscale che consente ai consumatori di acquistare un nuovo condizionatore d’aria con uno sconto del 50%, un’ottima agevolazione grazie alla quale chi decide di installare o sostituire un condizionatore d’aria può risparmiare concretamente usufruendo di questa interessante possibilità.

Per quel che riguarda la necessità di ridurre i consumi è possibile dare un’occhiata ai migliori modelli di climatizzatori Samsung, i quali garantiscono un risparmio energetico notevole unito al miglior comfort in assoluto.

Prestazioni elevate e consumi contenuti dunque per questi dispositivi di nuova generazione che vantano la tecnologia Windfree, per la quale è possibile fare in modo che il classico getto d’aria che arriva in maniera diretta e fastidiosa possa invece trasformarsi in una brezza piacevole che viene diffusa in maniera uniforme grazie agli oltre 21000 microfori.

Se stai pensando dunque di sostituire il tuo vecchio condizionatore d’aria, questo potrebbe essere il momento giusto.

L’emergenza sanitaria ha avuto un forte impatto anche sul settore immobiliare. Se da una parte il mercato è risultato frenato, con un calo di compravendite soprattutto nelle grandi città, dall’altro lo stesso mercato ha visto un cambiamento nelle scelte di acquisto sul tipo di abitazione e soprattutto su dove decidere acquistare. Da un lato quindi, grazie allo smart working, la scelta si orienta verso case più grandi, con giardini e terrazze, dove si possa vivere e lavorare, e non solo pernottare, dall’altro è cresciuta la percentuale di persone che hanno comprato nell’hinterland e in altre province. Cresce poi il desiderio di case di lusso, o palazzi d’epoca, come ad esempio quelli sul Canal Grande di Venezia, dove, nonostante il Covid-19 il mercato immobiliare è più vivace del solito, anche per la presenza di una clientela internazionale di alto livello.

Si compra di più nell’hinterland. Ma ad alti livelli il trend è ancora più significativo

Di fatto, la percentuale di chi comprato nell’hinterland o fuori città nel 2020 è salita del 44,6%, mentre nel terzo trimestre del 2019 si fermava al 38,2%. Un fenomeno ancora più evidente a Roma, dove si passa dal 14,25 all’attuale 32,6%. Ma se questa è la situazione a livello medio, ad alti livelli il trend è ancora più significativo. Sono emblematici i fenomeni americani di Aristocrat o di Vivos, bunker di gran lusso da 8 milioni di dollari a unità, oppure di Soneva Fushi, il resort di super lusso delle Maldive, completo fino a marzo perché affollato da abbienti smart workers che hanno scelto di lavorare da un atollo dell’arcipelago.

A Venezia il mercato immobiliare è più vivace del solito

In Italia i “ghetti di lusso” storici non mancano, un caso è Venezia “dove il mercato immobiliare, nonostante il Covid e il consueto calo invernale, è più vivace del solito, grazie a una clientela internazionale di alto livello che considera Venezia sempre più un’alternativa di stile di vita positiva rispetto alle città che hanno sempre desiderato”, spiega Anne Marie Doyle di Venice Sotheby’s International Realty. Venezia infatti è un luogo che si può raggiungere facilmente “per trascorrervi lunghi periodi di tempo libero, o per continuare a lavorare da casa – continua Anne Marie Doyle -. Ma rappresenta soprattutto il culmine di un sogno in cui o si possiede la proprietà di quel palazzo che si è sempre voluto, e si contribuisce alla conservazione della cultura e della storia, oppure no”.

Palazzi sul Canal Grande, Dorso Duro, San Marco e San Polo

La clientela di Venice Sotheby’s Realty è principalmente europea, composta soprattutto da francesi, inglesi, svizzeri, e austriaci. Non mancano però clienti americani, o provenienti perfino da Australia o da Hong Kong. Ma cosa cercano nella laguna i ricchi clienti di Venice Sotheby’s Realty? Cercano appunto gli storici palazzi sul Canal Grande, o a Dorso Duro, oppure a San Marco, ma ‘si accontentano’ anche di San Polo, riporta Italpress.