Negli ultimi quindici anni Enel ha trasformato la propria identità: da grande utility storicamente legata alla generazione convenzionale a gruppo globale orientato alle energie rinnovabili, alle reti intelligenti e ai servizi per la clientela. Questo processo non è solo la storia di una singola azienda, ma un laboratorio di policy, investimenti e innovazione che offre indicazioni pratiche per la transizione energetica italiana e per il rilancio industriale del Paese.

Introduzione: contesto e accelerazione della transizione

La spinta verso la decarbonizzazione, le aspettative degli investitori e le opportunità tecnologiche hanno costretto il settore energetico a ripensare modelli di business consolidati. Enel, uno dei principali gruppi energetici europei con radici italiane, ha risposto con una strategia che combina dismissioni di asset tradizionali, aumento degli investimenti nelle rinnovabili e nello sviluppo delle reti elettriche, oltre a nuovi servizi digitali per clienti e imprese. L’operazione ha implicazioni immediate sul mercato del lavoro, sugli equilibri geopolitici dell’energia e sulla capacità dell’Italia di attrarre capitali esteri.

Analisi: strategia, numeri e casi emblematici

La strategia aziendale si basa su tre pilastri: decarbonizzazione, modernizzazione delle reti e servizi a valore aggiunto. Sul fronte delle rinnovabili, Enel ha progressivamente incrementato la sua capacità installata costruendo parchi eolici e solari in Europa, America Latina e altre aree; oggi la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili rappresenta la maggioranza della produzione del gruppo, un cambiamento radicale rispetto al passato. Parallelamente, il gruppo ha destinato risorse significative alla digitalizzazione e all’ammodernamento delle reti, investendo in smart grids e sistemi di accumulo per gestire l’intermittency delle rinnovabili.

Un esempio operativo è la crescita di Enel X, la divisione dedicata a servizi energetici avanzati: soluzioni di efficienza per aziende, infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici e progetti di demand response. Queste attività hanno creato nuovi ricavi con margini più elevati rispetto alla sola vendita di energia commodity e hanno posizionato l’azienda come fornitore integrato di soluzioni energetiche.

Dal punto di vista finanziario, la riconfigurazione del portafoglio ha permesso a Enel di attrarre investimenti internazionali, migliorare il profilo ESG e accedere a forme di finanziamento a costi più competitivi. Le operazioni di asset rotation — vendite di centrali termiche e reinvestimenti nelle rinnovabili — hanno liberato capitale per progetti green e per l’espansione delle reti. Sul piano occupazionale, la transizione ha generato sia sfide che opportunità: la chiusura di impianti tradizionali ha impattato lavoratori locali, ma la crescita nelle rinnovabili e nei servizi ha creato nuove figure professionali ad alta qualificazione.

Implicazioni per l’Italia: catene del valore, regolazione e competenze

La trasformazione di Enel ha ricadute importanti per l’economia italiana. Primo, la domanda crescente di componenti per impianti solari, turbine eoliche, batterie e infrastrutture di rete può stimolare la filiera industriale nazionale se adeguatamente supportata. Secondo, la modernizzazione delle reti richiede aggiornamenti normativi e processi di autorizzazione più rapidi: permessi lunghi e burocrazia rallentano investimenti vitali per la transizione. Terzo, la sfida delle competenze è centrale: servono percorsi di formazione e riqualificazione per far incontrare l’offerta di lavoro con le nuove esigenze tecnologiche.

In termini di politica industriale, l’esperienza di Enel sottolinea l’importanza di politiche coerenti che coniughino incentivi agli investimenti, stabilità regolatoria e partnership pubblico-private. Le risorse europee e i piani nazionali per la ripresa possono essere catalizzatori se incanalati verso progetti che favoriscano contenuto tecnologico italiano e sviluppo regionale.

Prospettive future: opportunità e rischi

Nei prossimi anni, la capacità delle imprese italiane di partecipare alle filiere globali delle rinnovabili dipenderà da quattro fattori: accesso a capitali a lungo termine, semplificazione delle procedure autorizzative, investimenti in ricerca e formazione, e integrazione delle politiche industriali con quelle energetiche. La traiettoria di Enel mostra che la transizione è remunerativa se accompagnata da scelte strategiche chiare e da una governance che sappia bilanciare obiettivi ambientali, finanziari e sociali.

Per l’Italia, il messaggio è pragmatico: non basta avere grandi utility in trasformazione. Occorre costruire un ecosistema — fornitori, università, PMI, istituzioni finanziarie e regolatori — che traduca la domanda di infrastrutture verdi in crescita occupazionale sostenibile e competitività produttiva. La trasformazione di Enel è un caso di scuola: dimostra che la combinazione di investimenti, innovazione e strategia commerciale può guidare una transizione energetica di successo, ma anche che il Paese deve fare la sua parte per non perdere l’opportunità.

L’economia italiana naviga in acque familiari ma non meno impegnative: crescita fiacca, debito elevato, divari territoriali persistenti e aziende che si adattano alla transizione digitale e verde. Mentre il contesto internazionale resta incerto — tra inflazione moderata, tassi d’interesse ancora superiori ai livelli pre-pandemia e rallentamento della domanda estera — l’Italia deve trasformare queste sfide in leve per una crescita sostenibile e inclusiva.

Nel breve termine il quadro resta di bassa crescita. Le stime macro segnalano una crescita del PIL italiana contenuta, con proiezioni che oscillano attorno a zero virgola/uno virgola percentuale annuo nei prossimi trimestri. Il debito pubblico si mantiene elevato, sopra il 130% del PIL, comprimendo lo spazio fiscale e rendendo il paese più vulnerabile a shock esterni. Sul fronte occupazionale, il tasso di disoccupazione generale si è ridotto rispetto agli anni più duri della crisi, ma il divario tra Nord e Sud e il fenomeno della disoccupazione giovanile rimangono un freno strutturale.

Analisi: dove nascono i problemi e le opportunità

I nodi strutturali dell’economia italiana sono noti: produttività stagnante, elevata frammentazione delle imprese (molte PMI con limitata capacità di investimento), spesa pubblica inefficiente in alcuni settori e infrastrutture non omogenee. Tuttavia, fattori recenti offrono possibilità concrete di rilancio.

1) Transizione energetica e green economy. Il pacchetto di investimenti pubblici e privati destinati alla decarbonizzazione rappresenta una finestra di opportunità. Imprese manifatturiere e fornitori di servizi possono beneficiare della domanda per tecnologie rinnovabili, retrofit degli edifici e mobilità sostenibile. Esempi pratici emergono da distretti del Nord Est dove PMI metalmeccaniche stanno ridefinendo le filiere per componenti di energia pulita, e da start-up innovative nel settore dell’efficienza energetica.

2) Digitalizzazione e modernizzazione delle imprese. La capacità delle aziende italiane di adottare tecnologie cloud, automazione e competenze data-driven è disomogenea. Tuttavia, casi di successo mostrano che anche imprese tradizionali che investono in competenze digitali e formazione ottengono miglioramenti significativi in efficienza produttiva e accesso ai mercati esteri.

3) Mercato del lavoro e capitale umano. L’adeguamento delle competenze resta cruciale: la domanda di profili tecnici, digitali e green cresce più rapidamente dell’offerta. I programmi di formazione professionale e gli incentivi per l’upskilling nelle imprese possono mitigare il mismatch e aumentare la partecipazione al lavoro, specialmente nelle aree del Sud.

4) Ruolo delle politiche pubbliche e dei fondi europei. L’uso efficace delle risorse provenienti dal Next Generation EU e altri programmi europei è decisivo. Investimenti in infrastrutture digitali, trasporti sostenibili e ricerca applicata possono aumentare la produttività territoriale e attrarre investimenti privati.

Esempi pratici: PMI che innovano, reti territoriali e città che attraggono talenti. In diversi casi regionali, consorzi di imprese e incubatori stanno creando piattaforme condivise per ricerca e mercato, riducendo i costi di ingresso per piccole aziende. Allo stesso tempo alcune città medie stanno puntando su qualità della vita, mobilità sostenibile e poli tecnologici per trattenere e attrarre giovani professionisti.

Implicazioni future: cosa serve per sbloccare la crescita

La transizione da stagnazione a crescita sostenibile richiede un mix di politiche coerente e durevole. Prima di tutto, migliorare l’efficienza della spesa pubblica indirizzandola verso investimenti con alto ritorno sociale ed economico: infrastrutture digitali, formazione tecnica, ricerca industriale. In secondo luogo, politiche attive del lavoro mirate a colmare il divario di competenze e a favorire l’incontro domanda-offerta con misure territoriali ad hoc.

In terzo luogo, incentivi stabili per le imprese che investono in tecnologia e sostenibilità, accompagnati da semplificazioni burocratiche che riducano i tempi e i costi di investimento. Inoltre, un approccio che valorizzi i distretti industriali e le filiere lunghe, favorendo aggregazioni e scale-up, può aumentare la resilienza delle PMI italiane.

Infine, la politica macroeconomica dovrà bilanciare consolidamento fiscale e investimenti produttivi, mantenendo una comunicazione chiara per ridurre le incertezze degli investitori. La sfida è ambiziosa ma affrontabile: con strategie che uniscano riforme strutturali e investimenti mirati, l’Italia può trasformare le sue vulnerabilità in punti di forza e avviare una crescita più robusta e inclusiva.

Il sistema manifatturiero italiano nel 2025 ha iniziato lentamente a rimettersi in piedi. I segnali sono ancora timidi, ma ci sono. Si potrebbe definire una fase di assestamento: prima la fine del calo, poi un timido recupero verso fine anno.

Nel complesso, la produzione ha registrato una leggerissima decrescita media annua dello 0,2%, nulla a che vedere con i tonfi del biennio precedente, quando aveva perso il 2% nel 2023 e addirittura il 4% nel 2024. A scattare questa fotografia è il Centro Studi di Confindustria, che interpreta i dati come una boccata d’aria dopo un periodo difficile.  

Sono ancora pochi i settori davvero solidi

Nella grande “macchina” dell’industria si scopre che nel 2025 i comparti in espansione sono saliti a nove, mentre l’anno prima erano solo quattro. Sei settori hanno cambiato direzione passando dal segno meno al più, mentre soltanto uno ha invertito rotta in senso negativo. Il quadro, però, resta fragile: su ventidue comparti manifatturieri, solo tre sono cresciuti per due anni consecutivi. Troppo pochi per parlare di slancio strutturale.

Si è ristretto fortunatamente il divario tra chi sale e chi scende: l’escursione delle variazioni produttive è passata da un estremo tra -23% e +8% nel 2024 a un più contenuto intervallo tra -10% e +4% nel 2025.

I settori più in affanno

Auto e moda continuano a viaggiare con il freno tirato. L’automotive ha accusato un altro arretramento pesante, -10,3%, frenato da prezzi elevati, norme poco chiare e maggiore concorrenza dall’estero. Anche il tessile-abbigliamento-pelli resta in territorio negativo, con un -5,5% legato soprattutto alla debolezza dell’export e alla prudenza dei consumatori.

Anche sul settore della chimica non splende il sole: peggiora rispetto all’anno prima con un -2,6%, a causa soprattutto dei costi dell’energia e di una trasformazione europea che spinge alcune imprese a chiudere o riconvertirsi verso produzioni più sostenibili.

Farmaceutica e metallurgia al top

Vanno bene invece farmaceutica e metallurgia. I medicinali sono in cima alla classifica con un +3,8% sostenuto da esportazioni esplosive: +28,5% annuo e un avanzo commerciale di 11,4 miliardi. Spiccano le vendite verso gli Stati Uniti, cresciute del 54% anche grazie alla ricostituzione delle scorte.

Buona anche la performance dei metalli (+4%), trainati dall’export nonostante le barriere doganali americane su acciaio e alluminio.

L’alimentare tiene botta

C’è poi un settore che, come si dice, tiene botta sempre: l’alimentare. È cresciuto sia nel 2024 sia nel 2025, con una media del +2,6%, confermando la sua natura anticiclica.
Con oltre il 15% della produzione industriale venduta, il comparto funziona da cuscinetto nei momenti difficili.

Cosa frena e spinge l’economia

Resistono alcuni fattori trasversali che pesano sull’industria: caro energia, dollaro debole, dazi, incertezza globale e famiglie più propense a risparmiare che a spendere.
Dall’altra parte, però, qualcosa si muove: tassi più bassi rispetto al 2023, credito che torna a circolare e investimenti in macchinari che alimentano nuova domanda.

Le previsioni per il 2026

Per ora i dati ufficiali di Istat sul nuovo anno non ci sono ancora, ma gli indicatori preliminari suggeriscono un clima leggermente migliore. Le previsioni parlano di una crescita moderata che riporterebbe la manifattura in territorio positivo dopo tre anni difficili. 

Saranno circa dieci milioni gli italiani che, quest’anno, approfitteranno delle festività natalizie per una vacanza. Un popolo in partenza che, secondo la ricerca commissionata da Facile.it e realizzata da EMG Different, metterà sul piatto un budget medio di 440 euro a testa, per una spesa complessiva che supererà i cinque miliardi di euro.
Una cifra che fa impressione, soprattutto perché segna un aumento del 31% rispetto al 2024.

Chi parte e dove va

Nonostante l’aumento dei prezzi – già segnalato nei mesi scorsi da Consumerismo No Profit – più di un italiano su quattro ha deciso di regalarsi qualche giorno lontano da casa. A farla da protagonisti sono i più giovani: quasi la metà dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è pronta a preparare la valigia. Seguono, con percentuali più alte della media nazionale, i residenti del Centro Italia.

L’Italia resta la destinazione preferita: otto intervistati su dieci rimarranno entro i confini, complice anche la vicinanza con famiglia e amici. Ma cresce chi decide di avventurarsi oltre: il 22% dei viaggiatori ha scelto l’estero, quasi il doppio rispetto allo scorso anno.

Auto, treno o aereo?

La maggior parte – sei su dieci – si metterà in viaggio in auto, percorrendo in media circa 650 chilometri. In questo caso il portafoglio risente solo in parte degli aumenti: rispetto allo scorso anno la benzina costa leggermente meno, mentre il gasolio segna un piccolo rincaro. Per un viaggio natalizio, il conto medio oscilla fra i 60 e i 74 euro.

Diversa la situazione per chi si muoverà in treno o in aereo. Qui i costi, complici la domanda altissima e gli adeguamenti tariffari, in alcuni casi possono addirittura triplicare. E per chi sceglie una struttura ricettiva – hotel, bed and breakfast, case vacanza – i prezzi salgono ulteriormente: in molte località, dalle città d’arte alla montagna, non è raro imbattersi in pacchetti da oltre 150 euro a notte a persona.

Truffe dietro l’angolo

Con costi così elevati, è naturale che molti cerchino offerte “miracolose”. Il problema è che, spesso, lo sono fin troppo. L’indagine segnala che negli ultimi dodici mesi più di 7,8 milioni di italiani hanno subìto una truffa o un tentativo di frode legato ai viaggi.

Si va dai biglietti falsi alle case vacanze inesistenti, fino alle strutture fantasma prenotate tramite social network o portali di annunci. Solo nel settore dell’ospitalità, quattro milioni di persone hanno avuto brutte sorprese: chi ha pagato per camere che non esistevano, chi si è trovato davanti una sistemazione di tutt’altro livello, chi addirittura ha scoperto che l’alloggio era già occupato.
Il danno economico medio si aggira intorno ai 500 euro, per un totale che supera i 380 milioni. Eppure, solo un truffato su quattro denuncia.

L’appello degli esperti

Gli specialisti di Facile.it ricordano che il primo campanello d’allarme è il prezzo: se è troppo basso, c’è qualcosa che non torna. Meglio controllare con calma, verificare le recensioni e non avere fretta.
Perché, come spesso accade, a Natale non sono solo le luci a brillare: anche i truffatori sanno come rendersi “attraenti”.

I Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026 si terranno nei luoghi più iconici di Milano, Verona e Cortina d’Ampezzo, ma anche a Bormio e Livigno in Valtellina, Predazzo e Tesero in Val di Fiemme e Anterselva/Antholz.

Gli effetti positivi più attesi per queste Olimpiadi (6-22 febbraio 2026) e Paralimpiadi invernali (6-15 marzo) comprendono una maggiore visibilità internazionale per le regioni coinvolte (Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige), lo sviluppo di strutture sportive di alta qualità, il miglioramento delle infrastrutture e l’aumento dell’attenzione allo sport.
Ma, secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Ipsos Doxa TopOlimpiadi2026, emerge qualche preoccupazione per la possibilità di strutture abbandonate nonché l’aumento dei prezzi delle abitazioni e del costo della vita.

Ingaggiati circa 18.000 volontari

I residenti all’interno della regione ospitante esprimono però una maggior preoccupazione riguardo alla gestione delle strutture post-giochi rispetto a quelli al di fuori della regione.
Rispetto alle precedenti edizioni il 36% degli intervistati si attende maggior attenzione sul fronte della sostenibilità da parte di organizzatori e territori coinvolti. Soltanto il 19% teme una minor attenzione, ma per il 45% l’impegno rimarrà analogo. 

L’intenzione di seguire i Giochi si conferma comunque solida. Il 68% degli italiani seguirà le Olimpiadi e il 60% le Paralimpiadi.
Inoltre, il 62% consiglierebbe di candidarsi come volontario. L’evento coinvolgerà infatti circa 18.000 volontari che aiuteranno nella gestione e nell’organizzazione dei Giochi. 

Comunità locali e tutela dei territori

Quanto alle comunità locali, la percezione è divisa. Il 53% ritiene che saranno attente alla sostenibilità, mentre il 47% crede non sia una priorità. 
Nel dettaglio, solo il 10% si aspetta un’attenzione prevalente alla tutela di persone e territori, il 37% prevede un equilibrio tra sostenibilità e vantaggio economico, il 39% stima che prevarrà la ricerca del guadagno e un ulteriore 14% non si attende attenzione né alla sostenibilità né ai benefici economici. 

Gli aspetti ritenuti più critici in tema di sostenibilità legati alle Olimpiadi e Paralimpiadi sono gestione delle strutture dopo i Giochi (29%), uso di materie plastiche e non naturali (24%), raccolta differenziata durante gli eventi, nei palazzetti e sulle piste (24%), e costruzione degli impianti sportivi /24%). 

Si teme per il sovraffollamento

Tra gli altri aspetti considerarti poco sostenibili rientrano anche consumo eccessivo di energia elettrica (24%), spostamenti del pubblico/sovraffollamento (23%), innevamento artificiale/raffreddamento dei palazzetti (23%).

Detto questo, spirito di squadra, uguaglianza, inclusività sono i valori chiave più associati ai Giochi, seguiti da amicizia, rispetto per gli altri, determinazione e fratellanza. E tra chi dichiara di seguire le Olimpiadi lo sci si posiziona come la disciplina più attesa (76%) poiché comprende il salto con gli sci, lo sci acrobatico, lo sci alpino e lo sci di fondo.
Il pattinaggio sia artistico sia di velocità segue da vicino, con il 54% di preferenze. Per chi dichiara di seguire le Paralimpiadi, lo sci alpino guida la classifica delle discipline più attese (45%), seguito da sci di fondo (38%) e snowboard (35%).

C’è un grande fermento per i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026, e non solo tra gli appassionati di sport. A guardare con grande interesse all’evento sono anche le piccole e medie imprese del Nord Italia, che si preparano a coglierne le opportunità.

Secondo una ricerca Ipsos commissionata da Visa, il 95% delle aziende delle aree coinvolte prevede effetti positivi, e oltre la metà ritiene che ci saranno vantaggi diretti per la propria attività.

Le aspettative cambiano a seconda dei territori

Il modo in cui i Giochi vengono percepiti varia in base alla geografia. A Milano si attende un maggior afflusso di visitatori italiani ed europei, con il 71% delle imprese che immagina un impatto diretto sui ricavi. Nelle zone alpine, invece, l’83% delle aziende guarda con ottimismo all’arrivo di turisti internazionali, vedendo nell’evento una vetrina ideale per farsi conoscere a livello globale.

“L’indagine ci restituisce un quadro chiaro delle opportunità e conferma che i Giochi possono lasciare un’eredità economica e sociale importante”, ha spiegato Nevio Devidé, Chief Revenue Officer della Fondazione Milano Cortina 2026.

Investimenti in corso

Molte imprese si stanno “attrezzando” per cogliere tutte le opportunità. Quasi la metà ha già investito o sta per farlo in vista dell’appuntamento olimpico. Gli ambiti principali riguardano ristrutturazioni, potenziamento del personale, campagne di marketing e, soprattutto, digitalizzazione. Il 53% di chi investe si concentra infatti sui sistemi di pagamento, considerati fondamentali per intercettare i visitatori stranieri.

In media, il budget dedicato agli interventi legati ai Giochi corrisponde al 14% del fatturato, con un focus particolare al settore turistico-ricettivo.

La centralità dei pagamenti digitali

Uno dei temi centrali è l’evoluzione dei metodi di pagamento. Oltre il 90% delle imprese è convinto che i turisti sceglieranno soluzioni digitali e contactless per acquisti, ristorazione e mobilità.

Visa, partner tecnologico dell’evento, ha già avviato collaborazioni con le città coinvolte. “Abbiamo introdotto i pagamenti contactless sui trasporti pubblici di Milano, Venezia e Verona, e presto allargheremo il servizio anche agli altri territori olimpici”, ha sottolineato Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia.

Un’eredità destinata a restare  

L’ottimismo non si ferma al 2026. Quasi la metà delle PMI intervistate prevede benefici anche negli anni successivi: più fatturato, infrastrutture moderne e una maggiore attrattività turistica.

Milano Cortina 2026, insomma, non sarà soltanto una grande festa dello sport, ma anche un’occasione per ripensare l’economia locale e dare nuova energia all’impresa italiana.

Oggi l’accesso al lavoro tramite Agenzia avviene più velocemente che in passato. Entro quattro mesi dal primo contatto con un’Agenzia i candidati trovano un’occupazione rispetto ai sei mesi del 2022. In due casi su cinque il candidato ottiene un lavoro entro un mese.

Sempre più spesso chi si rivolge alle Agenzie è in cerca di migliori opportunità, tanto che i lavoratori tramite Agenzia si dichiarano in generale più soddisfatti del proprio lavoro e della relazione con l’impresa, apprezzano il livello salariale e il sistema di welfare integrativo, ma soffrono la percezione di minori prospettive di carriera. È il ritratto che emerge dalla ricerca condotta da Ipsos per Assolavoro, l’Associazione Nazionale delle Agenzie per il Lavoro nel confronto con i dipendenti a tempo indeterminato direttamente assunti dall’azienda.

Gli over50 assunti sono il 16,5%

Le persone impiegate tramite Agenzie per il Lavoro sono circa 500mila, un terzo ha un contratto a tempo indeterminato (+4,9% vs 2023). Oltre la metà ha meno di 34 anni, crescono le donne (41,4% nel 2024) e le persone con professionalità medio-alte sono la maggioranza (53,3%).
Segno “più” anche per gli over 50 assunti: sono il 16,5% sul totale dei lavoratori tramite Agenzia nell’ultimo anno.

In generale, aumenta tra la popolazione la conoscenza delle Agenzie per il Lavoro (dal 73% del 2002 al 79%), mentre permangono margini di miglioramento sulla conoscibilità della formazione offerta gratuitamente dalle Agenzie e sul welfare.

Contratti in somministrazione: una forma di lavoro moderna

Solo il 44% dei somministrati e il 22% dei candidati conoscono la formazione di settore, e solamente il 41% dei somministrati e il 15% dei candidati, il welfare.
I contratti in somministrazione vengono considerati una forma di lavoro moderna (33%) e assimilabile al lavoro dipendente (35%). Per legge i lavoratori tramite Agenzia hanno stessi diritti, stesse tutele e stessa retribuzione dei colleghi direttamente assunti dall’azienda.

L’81% dei candidati consiglia di rivolgersi a una Agenzia. Questo perché le Agenzie favoriscono le prime esperienze di lavoro per i giovani, aiutano chi ha perso un’occupazione a trovarne una nuova e forniscono supporto alle aziende nel rispondere alla domanda di lavoratori con competenze specializzate.

Un valido canale per reinserirsi nel mercato

Se più di un lavoratore su due in somministrazione è un under35, le Agenzie non sono solo una porta d’accesso al mercato del lavoro per chi ha ancora poca esperienza, ma nel 34% dei casi sono un valido canale per reinserirsi nel mondo del lavoro. E nel 38% una via per la ricerca di migliori opportunità.

In questo contesto, le caratteristiche più ricercate in un buon datore di lavoro sono stipendio adeguato (71%) e stabilità e sicurezza (57%). Seguono avere un contratto che tuteli nei momenti di difficoltà (27%), lavoro in smart working (24%) e avanzamenti di carriera (23%).
Nel caso dei candidati risulta importante l’attenzione alla formazione dei dipendenti in tre casi su dieci.

Emerge da una ricerca condotta DeepL a livello nazionale e realizzata da YouGov: gli strumenti di traduzione basati sull’AI stanno emergendo come fattori abilitanti fondamentali in ambito aziendale.
Quasi un lavoratore italiano su tre (29%) utilizza una lingua straniera sul posto di lavoro almeno una volta al mese. L’inglese è la lingua più utilizzata (92%), seguita da francese (18%), spagnolo (14%) e tedesco (5%).

Tra chi utilizza gli strumenti di traduzione basati sull’AI l’impatto è evidente:. Sei professionisti su dieci affermano di sentirsi più sicuri nel comunicare in una lingua straniera e il 31% segnala un miglioramento della comunicazione interna. E il 19% attribuisce a questi strumenti un ruolo nel supportare l’espansione verso nuovi mercati.

Saper comunicare in altre lingue non è solo una competenza

Per molti professionisti poter comunicare in altre lingue non è solo una competenza, ma una chiave d’accesso a diverse opportunità. Per oltre il 72% degli intervistati la conoscenza delle lingue straniere influenza la crescita professionale e per il 34,5% è determinante per accedere a ruoli specifici.
Ma se il 49% dei manager usa regolarmente sul lavoro una lingua straniera, la percentuale scende al 26% tra gli altri dipendenti, il che indica un’importanza crescente delle competenze linguistiche con l’aumentare del livello gerarchico.

Le barriere, però, restano una sfida: il 34% ha difficoltà a comunicare con precisione a causa di limiti linguistici, e per il 35% questi limiti ostacolano la capacità di lavorare in modo efficace. 
Tra i manager, la percentuale sale al 46%. Anche la complessità linguistica, quindi, cresce con il livello di responsabilità.

Le difficoltà linguistiche sono un rischio per il business

Il divario nelle competenze linguistiche non è solo un problema di comunicazione, ma viene considerato un vero e proprio rischio per il business. Per il 46% dei professionisti (63% manager) una comunicazione di scarsa qualità nei mercati esteri limita la competitività del business.
Anche i professionisti più giovani esprimono maggiore sensibilità alla questione: il 49% degli under45 afferma che le difficoltà linguistiche limitano il potenziale globale delle loro aziende (44% over45).

Nonostante la consapevolezza, l’uso dell’AI linguistica sul lavoro è ancora limitato. Più della metà (52%) non ha mai utilizzato strumenti di traduzione basati su AI e solo uno su dieci afferma che la propria azienda offre accesso a strumenti di traduzione AI a pagamento.

L’accesso multilingue è un imperativo aziendale

Persiste infatti un po’ di scetticismo, e le resistenze riguardano soprattutto l’accuratezza (37%), la fiducia nei risultati (44%) e la privacy dei dati (21%).
In altre parole, la fiducia è la prossima frontiera da conquistare, soprattutto tra i più giovani e le donne.

Guardando al futuro, i lavoratori italiani dimostrano ottimismo, riflettendo una tendenza globale più ampia. L’IA linguistica sta generando crescita ed efficienza sostanziali, riporta Askanews, trasformando le risorse linguistiche in una risorsa strategica.
Le aziende stanno sfruttando questi strumenti anche per costruire connessioni interculturali più forti ed estendere la portata globale.
Insomma, l’accesso multilingue non è solo una questione lavorativa, ma un imperativo aziendale.

Con l’approvazione definitiva in Senato, il Decreto Bollette è diventato legge, introducendo una novità interessante per chi desidera risparmiare in casa: il bonus elettrodomestici. Si tratta di uno sconto fino a 200 euro, applicato direttamente in fattura, per la sostituzione di vecchi apparecchi con modelli più efficienti dal punto di vista energetico.

Per aiutare i consumatori a orientarsi, Facile.it ha stilato un elenco degli elettrodomestici che incidono di più sulla bolletta e calcolato il risparmio ottenibile scegliendo versioni ad alta efficienza.

Il calcolo per una “famiglia tipo” 

L’analisi si basa sui consumi medi di una famiglia tipo (2.700 kWh annui) e un costo dell’energia di 0,29 €/kWh. Vediamo nel dettaglio quanto si può ridurre la spesa in bolletta.

Lavatrice: bucato più leggero anche nei costi

Una lavatrice da 9 kg in classe F costa circa 28 centesimi a ciclo, traducendosi in una spesa annuale di 51 euro se usata ogni due giorni. Con un modello in classe A, la cifra si dimezza: circa 26 euro l’anno.

Asciugatrice: un “taglio” fino al 68%

Un’asciugatrice da 9 kg in classe B consuma, in media, 180 euro l’anno. Scegliendo una versione in classe A+++, si può ridurre la spesa fino a 120 euro, con un taglio del 68%.

Lavastoviglie: lavaggi più convenienti

Utilizzando una lavastoviglie da 13 coperti in classe E a giorni alterni, si spendono circa 50 euro l’anno. Con un modello in classe A, la bolletta scende sotto i 30 euro, con un risparmio del 43%.

Frigorifero: attenzione al consumo continuo

Il frigorifero, acceso 24 ore su 24, incide molto sui consumi. Un frigocongelatore da 350 litri in classe F comporta una spesa di 90 euro annui. Scegliendo un modello in classe A, si può scendere a 29 euro, risparmiando il 67%.

Forno elettrico: cucina più efficiente

Un forno di classe B utilizzato 220 volte l’anno costa circa 71 euro. Scegliendo un forno in classe A+++, si riducono i consumi del 66%, spendendo poco più di 20 euro l’anno.

Condizionatore: aria fresca senza bollette salate

Un condizionatore classe A, usato 500 ore l’anno, comporta una spesa di 129 euro. Scegliendo un modello A+++, si può ridurre il costo a 88 euro, risparmiando circa il 31%.

Nonostante i progressi tecnologici, circa 2,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a Internet. Nei Paesi a basso reddito solo il 27% della popolazione è connesso, mentre nei Paesi a medio-basso reddito la percentuale sale al 53%. Anche all’interno degli stessi Paesi esistono forti disuguaglianze: nelle città l’83% delle persone utilizza Internet, mentre nelle zone rurali solo il 48%.

Le giovani donne sono tra le categorie più penalizzate: nei Paesi a basso reddito. Il 90% delle ragazze tra i 15 e i 24 anni vive senza connessione, con limitate opportunità di istruzione e crescita professionale.

L’impatto economico dell’assenza di servizi digitali

Uno studio di ISPI e Deloitte evidenzia come l’accesso al digitale influenzi direttamente la crescita economica e la capacità di attrarre investimenti. Secondo la Banca Mondiale, un aumento del 10% nella diffusione della banda larga mobile può incrementare il PIL pro capite dell’1,5-1,6%.

Al contrario, la mancanza di servizi digitali ostacola lo sviluppo, rallentando la crescita economica fino al 33% nei Paesi più svantaggiati. Le micro, piccole e medie imprese sono tra le più colpite: senza strumenti digitali, oltre 19 milioni di esse non riescono ad accedere ai finanziamenti necessari.

Investimenti e opportunità

Le nazioni con infrastrutture digitali avanzate attirano maggiori investimenti esteri. La digitalizzazione dei servizi pubblici e dei processi burocratici porta a un aumento dell’8% degli investimenti diretti esteri e favorisce la nascita di nuove imprese. Questo impatto positivo è evidente soprattutto per le startup, l’imprenditoria femminile e le aree rurali.

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale

La scarsa connettività incide negativamente anche sull’adozione dell’intelligenza artificiale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, le economie avanzate ottengono un punteggio medio di 0,68 nell’AI Preparedness Index, più del doppio rispetto ai Paesi a basso reddito (0,32). Questa disparità rischia di ampliare ulteriormente il divario economico e tecnologico tra le nazioni.

Il World Economic Forum avverte che il 40% delle competenze attuali diventerà obsoleto entro il 2030. I giovani e le donne sono i più vulnerabili: il 90% delle adolescenti nei Paesi a basso reddito non ha accesso a Internet, riducendo le loro opportunità di apprendimento digitale e limitando la loro partecipazione nei settori tecnologici.

Un futuro da costruire

L’accesso digitale è una condizione essenziale per uno sviluppo equo e sostenibile. “L’inclusione digitale non accade per caso, ma per scelta”, afferma Antonio Villafranca, vicepresidente dell’ISPI. Investire nella connettività oggi significa garantire un futuro con più opportunità per tutti, evitando che il divario digitale si trasformi in un ostacolo insormontabile per milioni di persone.