Negli ultimi quindici anni Enel ha trasformato la propria identità: da grande utility storicamente legata alla generazione convenzionale a gruppo globale orientato alle energie rinnovabili, alle reti intelligenti e ai servizi per la clientela. Questo processo non è solo la storia di una singola azienda, ma un laboratorio di policy, investimenti e innovazione che offre indicazioni pratiche per la transizione energetica italiana e per il rilancio industriale del Paese.

Introduzione: contesto e accelerazione della transizione

La spinta verso la decarbonizzazione, le aspettative degli investitori e le opportunità tecnologiche hanno costretto il settore energetico a ripensare modelli di business consolidati. Enel, uno dei principali gruppi energetici europei con radici italiane, ha risposto con una strategia che combina dismissioni di asset tradizionali, aumento degli investimenti nelle rinnovabili e nello sviluppo delle reti elettriche, oltre a nuovi servizi digitali per clienti e imprese. L’operazione ha implicazioni immediate sul mercato del lavoro, sugli equilibri geopolitici dell’energia e sulla capacità dell’Italia di attrarre capitali esteri.

Analisi: strategia, numeri e casi emblematici

La strategia aziendale si basa su tre pilastri: decarbonizzazione, modernizzazione delle reti e servizi a valore aggiunto. Sul fronte delle rinnovabili, Enel ha progressivamente incrementato la sua capacità installata costruendo parchi eolici e solari in Europa, America Latina e altre aree; oggi la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili rappresenta la maggioranza della produzione del gruppo, un cambiamento radicale rispetto al passato. Parallelamente, il gruppo ha destinato risorse significative alla digitalizzazione e all’ammodernamento delle reti, investendo in smart grids e sistemi di accumulo per gestire l’intermittency delle rinnovabili.

Un esempio operativo è la crescita di Enel X, la divisione dedicata a servizi energetici avanzati: soluzioni di efficienza per aziende, infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici e progetti di demand response. Queste attività hanno creato nuovi ricavi con margini più elevati rispetto alla sola vendita di energia commodity e hanno posizionato l’azienda come fornitore integrato di soluzioni energetiche.

Dal punto di vista finanziario, la riconfigurazione del portafoglio ha permesso a Enel di attrarre investimenti internazionali, migliorare il profilo ESG e accedere a forme di finanziamento a costi più competitivi. Le operazioni di asset rotation — vendite di centrali termiche e reinvestimenti nelle rinnovabili — hanno liberato capitale per progetti green e per l’espansione delle reti. Sul piano occupazionale, la transizione ha generato sia sfide che opportunità: la chiusura di impianti tradizionali ha impattato lavoratori locali, ma la crescita nelle rinnovabili e nei servizi ha creato nuove figure professionali ad alta qualificazione.

Implicazioni per l’Italia: catene del valore, regolazione e competenze

La trasformazione di Enel ha ricadute importanti per l’economia italiana. Primo, la domanda crescente di componenti per impianti solari, turbine eoliche, batterie e infrastrutture di rete può stimolare la filiera industriale nazionale se adeguatamente supportata. Secondo, la modernizzazione delle reti richiede aggiornamenti normativi e processi di autorizzazione più rapidi: permessi lunghi e burocrazia rallentano investimenti vitali per la transizione. Terzo, la sfida delle competenze è centrale: servono percorsi di formazione e riqualificazione per far incontrare l’offerta di lavoro con le nuove esigenze tecnologiche.

In termini di politica industriale, l’esperienza di Enel sottolinea l’importanza di politiche coerenti che coniughino incentivi agli investimenti, stabilità regolatoria e partnership pubblico-private. Le risorse europee e i piani nazionali per la ripresa possono essere catalizzatori se incanalati verso progetti che favoriscano contenuto tecnologico italiano e sviluppo regionale.

Prospettive future: opportunità e rischi

Nei prossimi anni, la capacità delle imprese italiane di partecipare alle filiere globali delle rinnovabili dipenderà da quattro fattori: accesso a capitali a lungo termine, semplificazione delle procedure autorizzative, investimenti in ricerca e formazione, e integrazione delle politiche industriali con quelle energetiche. La traiettoria di Enel mostra che la transizione è remunerativa se accompagnata da scelte strategiche chiare e da una governance che sappia bilanciare obiettivi ambientali, finanziari e sociali.

Per l’Italia, il messaggio è pragmatico: non basta avere grandi utility in trasformazione. Occorre costruire un ecosistema — fornitori, università, PMI, istituzioni finanziarie e regolatori — che traduca la domanda di infrastrutture verdi in crescita occupazionale sostenibile e competitività produttiva. La trasformazione di Enel è un caso di scuola: dimostra che la combinazione di investimenti, innovazione e strategia commerciale può guidare una transizione energetica di successo, ma anche che il Paese deve fare la sua parte per non perdere l’opportunità.

L’economia italiana naviga in acque familiari ma non meno impegnative: crescita fiacca, debito elevato, divari territoriali persistenti e aziende che si adattano alla transizione digitale e verde. Mentre il contesto internazionale resta incerto — tra inflazione moderata, tassi d’interesse ancora superiori ai livelli pre-pandemia e rallentamento della domanda estera — l’Italia deve trasformare queste sfide in leve per una crescita sostenibile e inclusiva.

Nel breve termine il quadro resta di bassa crescita. Le stime macro segnalano una crescita del PIL italiana contenuta, con proiezioni che oscillano attorno a zero virgola/uno virgola percentuale annuo nei prossimi trimestri. Il debito pubblico si mantiene elevato, sopra il 130% del PIL, comprimendo lo spazio fiscale e rendendo il paese più vulnerabile a shock esterni. Sul fronte occupazionale, il tasso di disoccupazione generale si è ridotto rispetto agli anni più duri della crisi, ma il divario tra Nord e Sud e il fenomeno della disoccupazione giovanile rimangono un freno strutturale.

Analisi: dove nascono i problemi e le opportunità

I nodi strutturali dell’economia italiana sono noti: produttività stagnante, elevata frammentazione delle imprese (molte PMI con limitata capacità di investimento), spesa pubblica inefficiente in alcuni settori e infrastrutture non omogenee. Tuttavia, fattori recenti offrono possibilità concrete di rilancio.

1) Transizione energetica e green economy. Il pacchetto di investimenti pubblici e privati destinati alla decarbonizzazione rappresenta una finestra di opportunità. Imprese manifatturiere e fornitori di servizi possono beneficiare della domanda per tecnologie rinnovabili, retrofit degli edifici e mobilità sostenibile. Esempi pratici emergono da distretti del Nord Est dove PMI metalmeccaniche stanno ridefinendo le filiere per componenti di energia pulita, e da start-up innovative nel settore dell’efficienza energetica.

2) Digitalizzazione e modernizzazione delle imprese. La capacità delle aziende italiane di adottare tecnologie cloud, automazione e competenze data-driven è disomogenea. Tuttavia, casi di successo mostrano che anche imprese tradizionali che investono in competenze digitali e formazione ottengono miglioramenti significativi in efficienza produttiva e accesso ai mercati esteri.

3) Mercato del lavoro e capitale umano. L’adeguamento delle competenze resta cruciale: la domanda di profili tecnici, digitali e green cresce più rapidamente dell’offerta. I programmi di formazione professionale e gli incentivi per l’upskilling nelle imprese possono mitigare il mismatch e aumentare la partecipazione al lavoro, specialmente nelle aree del Sud.

4) Ruolo delle politiche pubbliche e dei fondi europei. L’uso efficace delle risorse provenienti dal Next Generation EU e altri programmi europei è decisivo. Investimenti in infrastrutture digitali, trasporti sostenibili e ricerca applicata possono aumentare la produttività territoriale e attrarre investimenti privati.

Esempi pratici: PMI che innovano, reti territoriali e città che attraggono talenti. In diversi casi regionali, consorzi di imprese e incubatori stanno creando piattaforme condivise per ricerca e mercato, riducendo i costi di ingresso per piccole aziende. Allo stesso tempo alcune città medie stanno puntando su qualità della vita, mobilità sostenibile e poli tecnologici per trattenere e attrarre giovani professionisti.

Implicazioni future: cosa serve per sbloccare la crescita

La transizione da stagnazione a crescita sostenibile richiede un mix di politiche coerente e durevole. Prima di tutto, migliorare l’efficienza della spesa pubblica indirizzandola verso investimenti con alto ritorno sociale ed economico: infrastrutture digitali, formazione tecnica, ricerca industriale. In secondo luogo, politiche attive del lavoro mirate a colmare il divario di competenze e a favorire l’incontro domanda-offerta con misure territoriali ad hoc.

In terzo luogo, incentivi stabili per le imprese che investono in tecnologia e sostenibilità, accompagnati da semplificazioni burocratiche che riducano i tempi e i costi di investimento. Inoltre, un approccio che valorizzi i distretti industriali e le filiere lunghe, favorendo aggregazioni e scale-up, può aumentare la resilienza delle PMI italiane.

Infine, la politica macroeconomica dovrà bilanciare consolidamento fiscale e investimenti produttivi, mantenendo una comunicazione chiara per ridurre le incertezze degli investitori. La sfida è ambiziosa ma affrontabile: con strategie che uniscano riforme strutturali e investimenti mirati, l’Italia può trasformare le sue vulnerabilità in punti di forza e avviare una crescita più robusta e inclusiva.

Il sistema manifatturiero italiano nel 2025 ha iniziato lentamente a rimettersi in piedi. I segnali sono ancora timidi, ma ci sono. Si potrebbe definire una fase di assestamento: prima la fine del calo, poi un timido recupero verso fine anno.

Nel complesso, la produzione ha registrato una leggerissima decrescita media annua dello 0,2%, nulla a che vedere con i tonfi del biennio precedente, quando aveva perso il 2% nel 2023 e addirittura il 4% nel 2024. A scattare questa fotografia è il Centro Studi di Confindustria, che interpreta i dati come una boccata d’aria dopo un periodo difficile.  

Sono ancora pochi i settori davvero solidi

Nella grande “macchina” dell’industria si scopre che nel 2025 i comparti in espansione sono saliti a nove, mentre l’anno prima erano solo quattro. Sei settori hanno cambiato direzione passando dal segno meno al più, mentre soltanto uno ha invertito rotta in senso negativo. Il quadro, però, resta fragile: su ventidue comparti manifatturieri, solo tre sono cresciuti per due anni consecutivi. Troppo pochi per parlare di slancio strutturale.

Si è ristretto fortunatamente il divario tra chi sale e chi scende: l’escursione delle variazioni produttive è passata da un estremo tra -23% e +8% nel 2024 a un più contenuto intervallo tra -10% e +4% nel 2025.

I settori più in affanno

Auto e moda continuano a viaggiare con il freno tirato. L’automotive ha accusato un altro arretramento pesante, -10,3%, frenato da prezzi elevati, norme poco chiare e maggiore concorrenza dall’estero. Anche il tessile-abbigliamento-pelli resta in territorio negativo, con un -5,5% legato soprattutto alla debolezza dell’export e alla prudenza dei consumatori.

Anche sul settore della chimica non splende il sole: peggiora rispetto all’anno prima con un -2,6%, a causa soprattutto dei costi dell’energia e di una trasformazione europea che spinge alcune imprese a chiudere o riconvertirsi verso produzioni più sostenibili.

Farmaceutica e metallurgia al top

Vanno bene invece farmaceutica e metallurgia. I medicinali sono in cima alla classifica con un +3,8% sostenuto da esportazioni esplosive: +28,5% annuo e un avanzo commerciale di 11,4 miliardi. Spiccano le vendite verso gli Stati Uniti, cresciute del 54% anche grazie alla ricostituzione delle scorte.

Buona anche la performance dei metalli (+4%), trainati dall’export nonostante le barriere doganali americane su acciaio e alluminio.

L’alimentare tiene botta

C’è poi un settore che, come si dice, tiene botta sempre: l’alimentare. È cresciuto sia nel 2024 sia nel 2025, con una media del +2,6%, confermando la sua natura anticiclica.
Con oltre il 15% della produzione industriale venduta, il comparto funziona da cuscinetto nei momenti difficili.

Cosa frena e spinge l’economia

Resistono alcuni fattori trasversali che pesano sull’industria: caro energia, dollaro debole, dazi, incertezza globale e famiglie più propense a risparmiare che a spendere.
Dall’altra parte, però, qualcosa si muove: tassi più bassi rispetto al 2023, credito che torna a circolare e investimenti in macchinari che alimentano nuova domanda.

Le previsioni per il 2026

Per ora i dati ufficiali di Istat sul nuovo anno non ci sono ancora, ma gli indicatori preliminari suggeriscono un clima leggermente migliore. Le previsioni parlano di una crescita moderata che riporterebbe la manifattura in territorio positivo dopo tre anni difficili. 

WhatsApp sfida le piattaforme di video-conferenza, come Zoom o Teams: l’app di messaggistica di Meta ha infatti iniziato a distribuire il supporto alle chiamate vocali e video tramite il proprio client web.

Dopo una lunga fase di sviluppo durata circa un anno, la novità segna un cambiamento significativo per gli utenti, poiché permette di gestire le comunicazioni audio e video sul desktop senza dover necessariamente scaricare un’applicazione dedicata.

Sotto il profilo tecnico e della sicurezza, le chiamate effettuate via web mantengono gli standard elevati già presenti sulla versione mobile di WhatsApp.
La distribuzione, partita attraverso il programma beta, raggiungerà gradualmente l’intera base utenti nelle prossime settimane.

Il primo passo verso uno strumento di comunicazione autosufficiente

Al momento, la funzione è disponibile per una platea selezionata di utenti e si concentra sulle chat individuali, ma rappresenta il primo passo di una strategia volta a rendere il browser uno strumento di comunicazione autosufficiente e completo.

Tutte le comunicazioni sono protette dalla crittografia end-to-end basata sul protocollo Signal, garantendo che né Meta né terze parti possano intercettare o ascoltare il contenuto delle conversazioni.
Il nuovo strumento richiede comunque una gestione prudente dei dati sensibili, poiché ogni informazione visibile sul monitor viene trasmessa all’interlocutore.

Un vantaggio per Linux (e per qualche utente Windows)

Oltre alla stabilità del segnale, l’interfaccia ora integra la possibilità di condividere il proprio schermo in tempo reale durante le videochiamate, uno strumento particolarmente utile per la presentazione di documenti o la collaborazione professionale.
L’estensione di queste capacità al web client risulta particolarmente vantaggiosa per l’ecosistema Linux, storicamente privo di un’applicazione ufficiale, nonché per gli utenti Windows che preferiscono non installare software aggiuntivi sul sistema operativo.

Sebbene la fase iniziale riguardi esclusivamente le conversazioni tra singoli contatti, la tabella di marcia prevede l’introduzione a breve termine delle chiamate di gruppo, capaci di ospitare fino a 32 partecipanti contemporaneamente, insieme a funzionalità accessorie come i link di invito e la programmazione delle chiamate, riporta Adnkronos.

L’indipendenza da Zoom, Meet e Teams

Questa novità porrebbe quindi la piattaforma di messaggistica di Meta in più diretta competizione con app dedicate alle riunioni online, come Zoom, Google Meet e Microsoft Teams. Tutte permettono, infatti, di collegarsi a una chiamata anche seguendo un semplice link da computer senza scaricare app specifiche.

A oggi invece, riferisce Ansa, per una ‘call’ WhatsApp su pc Windows e Mac bisogna usare i software ufficiali.
“Questa mossa fa probabilmente parte di una strategia ampia per rendere gli strumenti di comunicazione di WhatsApp più versatili – si legge su WabetaInfo -. Ciò garantirà agli utenti di rimanere connessi indipendentemente dalla piattaforma o dal dispositivo che usano”,.

Il 52% delle persone over 55 dice di preferire una pubblicità abbastanza realistica, ma gradevole. Non edulcorata, non caricaturale, soprattutto non finta giovane. E poi c’è un altro 30% che va ancora oltre e chiede rappresentazioni molto realistiche, quasi senza sconti. Lo dice una recentissima ricerca di Eumetra. I Silver non chiedono di essere rassicurati, chiedono di essere trattati da adulti pensanti.

Il problema, però, non riguarda solo loro. Riguarda il modo in cui la pubblicità racconta le persone in generale.

Quando la pubblicità non ci assomiglia più

Uno degli aspetti più interessanti che emerge dalla ricerca è il tema dell’identificazione. O meglio, della sua assenza. Il 79% delle persone non si riconosce nel modo in cui la pubblicità rappresenta il genere a cui appartiene. Se si parla di età, si arriva all’81%. È come guardarsi allo specchio e non vedersi.

Agli estremi generazionali questa distanza si sente ancora di più. La Gen Z rifiuta immagini rigide, stereotipate, lontane da un’identità fluida e reale. I Boomer, dall’altra parte, faticano a riconoscersi in narrazioni che li descrivono come fermi, superati, marginali. In mezzo c’è una frattura che produce diffidenza, ma anche un’opportunità enorme per chi sa ascoltare.

Silver oggi, Silver domani: non è solo una questione di età

Continuare a parlare di target 55+ come se fosse un gruppo compatto non regge più. I Silver di oggi sono più attivi, più digitali, più esigenti. Prendono decisioni economiche importanti, influenzano consumi e scelte familiari, hanno aspettative alte verso brand e servizi.

E i Silver di domani? Arriveranno con un bagaglio ancora diverso, fatto di percorsi meno lineari, valori nuovi e una maggiore consapevolezza di sé. Per le aziende questo significa una cosa semplice, ma impegnativa: non basta cambiare tono di voce. Serve ripensare il rapporto.

Meno stereotipi, più fiducia

Il 66% delle persone dichiara di fidarsi di più dei brand che evitano i luoghi comuni. Eppure gli stereotipi continuano a dominare settori come cosmetica, alimentazione, abbigliamento, servizi finanziari. Il risultato sono messaggi che scorrono via senza lasciare traccia.

Quando invece la comunicazione sceglie strade meno battute, racconta storie credibili, mostra persone vere, l’effetto si vede. Per il pubblico Silver, sentirsi rappresentati nel modo giusto non è solo una questione di immagine: è una leva concreta di relazione e valore.

Ascoltare per sapere dove andare

È in questo contesto che si inserisce l’Osservatorio Silver Longevity di Eumetra, pensato per aiutare aziende e brand a leggere i cambiamenti in atto. Non una fotografia statica, ma una bussola per orientarsi nella longevity economy.

Perché oggi il vero vantaggio competitivo non sta nel “parlare ai Silver”. Sta nel fermarsi, ascoltare davvero e accettare che la realtà, spesso, è molto più interessante degli stereotipi.

A spingere gli acquisti degli stranieri durante il peridio dei saldi invernali è soprattutto il Made in Italy. I grandi marchi dell’alta moda italiana restano la prima scelta per il 57,7% dei turisti, in crescita del 2,1% rispetto al 2025.
In aumento però anche l’interesse per i prodotti artigianali locali, scelti dal 23,8% degli acquirenti, segnale di una domanda sempre più orientata verso identità, autenticità e qualità del territorio.

Ed è Firenze a dominare lo shopping turistico, con il 42% dei visitatori attratti dai negozi della città. Ma quando si guarda allo scontrino medio, il primato passa a Milano, dove ogni turista spende mediamente 184 euro.
Questi alcuni dati sull’impatto dei flussi turistici sui saldi emersi da un focus Confcommercio – Format Research.

Milano seconda poi Napoli e Roma

Sono dati che evidenziano un’alta propensione all’acquisto lungo le direttrici centrali e nei distretti moda della città, sostenuti da un mix di boutique, marchi internazionali e offerta locale.
Milano infatti è seconda per il turismo dello shopping (38%), Napoli terza (35,8%) e Roma quarta (33,8%).

Per quanto riguarda lo scontrino medio, a Milano seguono Firenze, con 168 euro, Roma, con 162, e Napoli, che chiude la classifica con una spesa più contenuta, pari a 110 euro.
Roma si conferma, invece, la meta più attrattiva per la clientela internazionale. Il 34% dei turisti nei negozi arriva infatti dall’estero, seguita da Milano (32%), Napoli (21%) e Firenze (19%).

Dal leisure al “bleisure” il turismo sostiene i negozi

“Per quasi sei negozi su dieci le vendite sono in linea o migliori rispetto allo stesso periodo del 2025 – commenta Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio -. I risultati più performanti si concentrano nelle città e nelle aree a forte vocazione turistica, dove l’effetto shopping tourism si è fatto sentire in modo evidente. Turismo e saldi si confermano un binomio vincente, ulteriormente rafforzato dal turismo business legato alle grandi fiere e agli eventi internazionali della moda, come Pitti, Milano Unica e la fashion week milanese. Un turismo, quindi, che evolve da quello leisure d’inizio anno a quello ‘bleisure’, capace di coniugare lavoro e svago, che continua a sostenere i consumi nei negozi fisici”, riporta Ansa.

ll binomio tra griffe e manifattura locale alimenta una domanda ibrida

Il baricentro resta comunque il turista domestico ed europeo di prossimità, con ricadute diffuse su vie commerciali e negozi fisici.
Lo shopping tourism agisce quindi da moltiplicatore dei consumi, con risultati più evidenti nelle aree ad alta densità turistica, dove la frequenza d’ingresso si traduce in volumi costanti per la rete retail.

Inoltre, riferisce Assodigitale.it, il posizionamento dell’offerta, il peso dei brand di fascia alta e il calendario di fiere ed eventi internazionali sostengono il ticket medio, anche in periodo di saldi.
Il binomio tra griffe e manifattura autoctona alimenta poi una domanda ibrida, dove lusso internazionale e autenticità locale convivono sostenendo i saldi e stabilizzando i flussi in città a forte vocazione turistica.

Nel 2024 in Italia sono state registrate 89 milioni di presenze cicloturistiche, per un impatto economico stimato di 9,8 miliardi di euro (dati Insart – Unioncamere).
Nel 2024 il numero di cicloturisti è cresciuto del 54% rispetto al 2023, confermando il cicloturismo come uno dei settori più dinamici del turismo.

Il 59° Rapporto Censis mette in evidenza un cambio culturale da parte degli italiani, che oggi tendono a una maggiore ricerca di momenti di benessere e ‘pause rigenerative’.
La bici è infatti un mezzo di trasporto e ricreativo che rappresenta la risposta concreta alla domanda di esperienze slow, benessere e attività all’aria aperta, ma anche alle sfide del turismo moderno, sostenibile, inclusivo e rigenerativo.

Si comprano meno biciclette, ma si usano di più

A fronte di un mercato delle biciclette poco dinamico in gran parte dei Paesi europei, l’interesse verso la bici è aumentato, a testimonianza sia del cambiamento strutturale della domanda sia del “salto” culturale: si compra meno, ma si usa di più.

L’ultimo rapporto ISFORT sulla mobilità ha certificato un aumento dell’uso della bicicletta del 27% in un solo anno, un dato superato solo da quello del cicloturismo. E dai dati dell’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio, emerge che nel 2024 la vacanza attiva ha motivato oltre 1 turista su 4 tra quanti hanno trascorso una vacanza in Italia. 
Tanto che tra le attività outdoor preferite, dopo quelle di montagna e il trekking, oggi si posiziona proprio il cicloturismo.

Il cicloturista rafforza l’economia locale

Il cicloturismo rappresenta oltre il 10% del totale delle presenze turistiche nel Paese. Nel 2023, si contavano oltre 56 milioni di cicloturisti, con un valore economico superiore a 5,5 miliardi di euro, in crescita costante.
Il cicloturista poi spende mediamente più della media turistica italiana per beni e servizi, rafforzando l’economia locale e le filiere del turismo sostenibile.

In sintesi, il valore economico non risiede più tanto nella produzione della bicicletta, quanto nel suo uso e nella capacità di generare turismo, servizi e indotto locale attraverso nuovi business in continua evoluzione.
Ma il cicloturismo continua a crescere anche perché intercetta opportunità generate da crisi o trasformazioni di altri settori.

Un’opportunità anche per altri settori legati al turismo

Nell’estate 2025 la Ciclabile dei Fiori lungo la costa ligure, tra Sanremo e Imperia, ha registrato un aumento dei passaggi e delle presenze con effetti positivi su bar, hotel e servizi locali. Così è stato per le strutture termali e l’Anello dei Colli Euganei (Padova), dove la bicicletta è diventata parte dell’offerta di salute, tempo libero e prevenzione.

Nonostante non sia possibile stabilire un nesso diretto di causa-effetto, questo scenario suggerisce come l’introduzione di offerte legate alla bici possa rappresentare un’opportunità anche per settori come quello balneare o termale.
Questi esempi mostrano come la bici non sia soltanto un mezzo di trasporto o un’attività ricreativa, ma possa diventare un elemento strategico capace di generare nuovi flussi turistici e valore per i territori.

Tra il 2015 e il 2024 le famiglie con animali domestici crescono dell’1,5%, arrivando a oltre 10 milioni. A crescere è soprattutto la quota di famiglie con cani, più lieve l’aumento della quota di famiglie con gatti, in diminuzione quella con altri tipi di animali domestici. 

Nel 2024 in Italia gli animali domestici sono circa 25 milioni e 500mila. Cani e gatti i più presenti, il 33,9% delle famiglie ne ospita almeno uno. In particolare, il 22,1% delle famiglie ha uno o più cani mentre il 17,4% uno o più gatti.
Nettamente inferiore la quota di famiglie che possiede pesci (3,2%), mentre circa il 6% ha altre specie di animali, soprattutto uccelli (1,5%) e tartarughe (1,3%).
Lo rileva l’Istat nel contesto dell’indagine “I Cittadini e il Tempo libero”.

Più diffusi nei piccoli centri

Considerando l’ampiezza demografica dei Comuni, la presenza di animali domestici è meno frequente nei grandi centri urbani rispetto ai Comuni di dimensione minore.
Il massimo si tocca nei Comuni sotto 2mila abitanti, dove quasi una famiglia su due possiede animali domestici (47,7%).

Quest’evidenza territoriale è confermata anche riguardo gli animali domestici più diffusi nelle famiglie. Nei piccoli centri il 29,4% delle famiglie possiede almeno un cane (vs 15,1% centri metropolitani). Analogamente, il 27,7% delle famiglie dei piccoli centri ha almeno un gatto (12,5% centri metropolitani).

Una presenza che cambia a seconda della tipologia di famiglia

Dal momento che il possesso di animali da compagnia può implicare anche un impegno di natura economica si registra una lieve associazione con le risorse economiche a disposizione della famiglia. La quota di famiglie con animali domestici è pari al 41,6% tra coloro che dichiarano ottime risorse economiche (37,7% totale).

Inoltre, la presenza di animali domestici cambia a seconda della tipologia della famiglia. Nel 2024 sono soprattutto i nuclei con figli grandi a ospitare in casa uno o più animali domestici, mentre tra le persone sole la presenza è in percentuale minore.
In particolare, accolgono in casa gli animali domestici soprattutto le coppie con figli di almeno 14 anni (51,2%), seguite dalle famiglie monogenitore con figli di almeno 14 anni (48,8%), e dalle coppie con figli minori di 14 anni (43,3%).

Sono le donne a prendersene cura

Le donne mostrano una propensione maggiore per l’attività di cura, evidenziando uno scarto di circa il 6% rispetto agli uomini.
Il 26,6% delle donne, infatti, si occupa dei propri animali domestici con frequenza almeno settimanale, contro il 20,8% dei maschi.

Tale differenza è presente a tutte le età, tocca un massimo del 10% tra 45 e 64 anni e si annulla dai 65 anni in su.
La maggiore propensione delle donne a prendersi cura degli animali domestici si conferma anche considerando gli impegni lavorativi. Infatti, è pari al 33,8% la quota di donne occupate che si prende cura degli animali almeno una volta a settimana, contro il 22,3% degli uomini nella stessa condizione.

Saranno circa dieci milioni gli italiani che, quest’anno, approfitteranno delle festività natalizie per una vacanza. Un popolo in partenza che, secondo la ricerca commissionata da Facile.it e realizzata da EMG Different, metterà sul piatto un budget medio di 440 euro a testa, per una spesa complessiva che supererà i cinque miliardi di euro.
Una cifra che fa impressione, soprattutto perché segna un aumento del 31% rispetto al 2024.

Chi parte e dove va

Nonostante l’aumento dei prezzi – già segnalato nei mesi scorsi da Consumerismo No Profit – più di un italiano su quattro ha deciso di regalarsi qualche giorno lontano da casa. A farla da protagonisti sono i più giovani: quasi la metà dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è pronta a preparare la valigia. Seguono, con percentuali più alte della media nazionale, i residenti del Centro Italia.

L’Italia resta la destinazione preferita: otto intervistati su dieci rimarranno entro i confini, complice anche la vicinanza con famiglia e amici. Ma cresce chi decide di avventurarsi oltre: il 22% dei viaggiatori ha scelto l’estero, quasi il doppio rispetto allo scorso anno.

Auto, treno o aereo?

La maggior parte – sei su dieci – si metterà in viaggio in auto, percorrendo in media circa 650 chilometri. In questo caso il portafoglio risente solo in parte degli aumenti: rispetto allo scorso anno la benzina costa leggermente meno, mentre il gasolio segna un piccolo rincaro. Per un viaggio natalizio, il conto medio oscilla fra i 60 e i 74 euro.

Diversa la situazione per chi si muoverà in treno o in aereo. Qui i costi, complici la domanda altissima e gli adeguamenti tariffari, in alcuni casi possono addirittura triplicare. E per chi sceglie una struttura ricettiva – hotel, bed and breakfast, case vacanza – i prezzi salgono ulteriormente: in molte località, dalle città d’arte alla montagna, non è raro imbattersi in pacchetti da oltre 150 euro a notte a persona.

Truffe dietro l’angolo

Con costi così elevati, è naturale che molti cerchino offerte “miracolose”. Il problema è che, spesso, lo sono fin troppo. L’indagine segnala che negli ultimi dodici mesi più di 7,8 milioni di italiani hanno subìto una truffa o un tentativo di frode legato ai viaggi.

Si va dai biglietti falsi alle case vacanze inesistenti, fino alle strutture fantasma prenotate tramite social network o portali di annunci. Solo nel settore dell’ospitalità, quattro milioni di persone hanno avuto brutte sorprese: chi ha pagato per camere che non esistevano, chi si è trovato davanti una sistemazione di tutt’altro livello, chi addirittura ha scoperto che l’alloggio era già occupato.
Il danno economico medio si aggira intorno ai 500 euro, per un totale che supera i 380 milioni. Eppure, solo un truffato su quattro denuncia.

L’appello degli esperti

Gli specialisti di Facile.it ricordano che il primo campanello d’allarme è il prezzo: se è troppo basso, c’è qualcosa che non torna. Meglio controllare con calma, verificare le recensioni e non avere fretta.
Perché, come spesso accade, a Natale non sono solo le luci a brillare: anche i truffatori sanno come rendersi “attraenti”.

Ogni anno il rapporto Io sono Cultura – firmato da Fondazione Symbola con Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte – arriva come un piccolo promemoria collettivo: la cultura, in Italia, non è un’aggiunta facoltativa, ma un pezzo di DNA. Un “motore silenzioso” che spesso non vediamo, ma che continua a far girare l’economia più di quanto immaginiamo.

Un settore che non fa molto rumore, ma lascia un grande segno

Guardando i dati del 2024, la fotografia è chiara: il sistema culturale e creativo ha prodotto 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto, con un aumento del 2,1% rispetto all’anno prima. Non è solo una cifra: è il lavoro di oltre un milione e mezzo di persone, cresciute dell’1,6%.
E se allarghiamo lo sguardo all’indotto, la stima sale a 302,9 miliardi di euro. Praticamente il 15,5% della ricchezza nazionale. Non proprio briciole.

Tra tutti i comparti, quello dei software e videogiochi corre più veloce degli altri. Con 17,7 miliardi di euro di valore aggiunto, oggi è il segmento che spinge di più l’intera filiera. Chi avrebbe detto, qualche anno fa, che i videogame sarebbero diventati uno dei cuori pulsanti della cultura italiana?

L’Italia della cultura si muove in modo diverso

Milano e Roma restano le colonne portanti del settore, seguite da Torino, Firenze, Monza-Brianza, Trieste e Bologna. Fin qui, nulla di inatteso.
La sorpresa arriva dal Mezzogiorno: nel 2024 il Sud ha corso più del resto del Paese, sia nel valore prodotto (+4,2%) sia nell’occupazione (+2,9%). Sardegna e Calabria, in particolare, mostrano crescite che non si vedevano da tempo. Segnali di un risveglio che merita attenzione.

La cultura è un forza trainante, ma rilassata

Ermete Realacci (Fondazione Symbola) ricorda che la cultura non è “il lusso del sabato pomeriggio”, ma un vero asse competitivo. Lo ripete spesso anche il Presidente Mattarella: non è un vezzo, è un valore.
Andrea Prete (Unioncamere) mette invece il dito sulla piaga: le competenze.

Le imprese cercano figure capaci di unire creatività e tecnologia, ma trovare questi profili è sempre più difficile. È il paradosso italiano: abbiamo un settore che cresce, ma fatica a trovare le persone giuste.

Dove stiamo andando?

Il rapporto Io sono Cultura 2025 ci restituisce un Paese che cambia con discrezione, ma cambia davvero. La cultura, ancora una volta, non si limita a raccontare l’Italia: la costruisce. E continua a farlo ogni giorno, spesso senza clamore, ma con una forza sorprendentemente concreta.