L’Italia si trova in una fase di transizione economica cruciale: da un lato segnali di ripresa dopo la crisi pandemica e gli shock energetici, dall’altro vincoli strutturali che frenano la crescita. Questo articolo analizza lo stato attuale dell’economia italiana, mette a confronto dati recenti e casi settoriali emblematici e valuta le implicazioni per le politiche pubbliche e per le imprese nei prossimi anni.

Il contesto è quello di un Paese con un grande patrimonio produttivo e culturale, ma con problemi annosi come il debito pubblico elevato, la bassa produttività e il divario territoriale Nord–Sud. Negli ultimi anni l’arrivo dei fondi europei legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha fornito risorse importanti per investimenti in digitale, transizione energetica e infrastrutture. Allo stesso tempo, l’inflazione globale e la mutevolezza dei mercati energetici hanno richiesto misure di contenimento e adattamento.

Analisi con dati ed esempi

La crescita dell’economia italiana resta moderata: dopo la contrazione del biennio 2020–2021 e una ripresa a macchia di leopardo, il Prodotto Interno Lordo ha mostrato segnali di miglioramento, sostenuto dall’export e dagli investimenti in tecnologia. Il settore manifatturiero continua a essere una leva chiave: i distretti industriali dell’Emilia-Romagna (meccanica), del Veneto (calzature e arredamento) e della Lombardia (metalli e macchine) hanno registrato performance superiori alla media nazionale, grazie anche all’export verso mercati extra-UE.

Nel comparto dell’energia la spinta verso le rinnovabili ha creato dinamiche nuove. Aziende come ENEL e operatori locali nelle rinnovabili stanno ampliando parchi fotovoltaici e eolici, mentre grandi gruppi energetici si ristrutturano per decarbonizzare. Per molte PMI, la transizione energetica ha comportato investimenti in efficientamento e in tecnologie green, spesso cofinanziati con risorse pubbliche. Il PNRR ha accelerato programmi di digitalizzazione delle imprese e di infrastrutture per la banda larga, elementi fondamentali per migliorare produttività e competitività nei prossimi anni.

Tuttavia permangono criticità: il debito pubblico, seppur gestibile grazie a tassi ancora relativamente contenuti rispetto a periodi passati, rimane un vincolo che limita margini di manovra fiscale. La crescita della produttività è lenta e la demografia sfavorevole — con una popolazione che invecchia — mette pressione sul sistema pensionistico e sul mercato del lavoro. Il capitale umano e l’innovazione restano segmentati: alcune realtà di eccellenza convivono con molte imprese che faticano ad adottare tecnologie 4.0 o a formare competenze digitali.

Un esempio concreto: nel settore turistico, che rappresenta una quota significativa del PIL in molte regioni, le città d’arte e le destinazioni costiere sperimentano riprese robuste grazie al turismo internazionale, mentre aree interne e piccole città faticano a trattenere i giovani. Allo stesso modo, il settore agroalimentare mantiene un buon posizionamento sui mercati esteri grazie alla qualità del prodotto, ma soffre per i costi energetici e l’esigenza di investimenti in sostenibilità lungo la filiera.

Implicazioni future

Per i prossimi anni emergono alcune linee d’azione prioritarie. Primo, consolidare l’utilizzo strategico dei fondi europei per modernizzare infrastrutture, formazione e ricerca, assicurando che gli investimenti producano impatti misurabili sulla produttività. Secondo, promuovere politiche attive del lavoro mirate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e quelle disponibili, puntando su formazione tecnica, apprendistato e aggiornamento digitale.

Terzo, sostenere la transizione verde attraverso incentivi mirati che favoriscano investimenti in efficienza energetica e tecnologie a basse emissioni, ma accompagnare questi incentivi con misure per mitigare l’onere finanziario sulle piccole imprese. Quarto, favorire la crescita delle filiere ad alto valore aggiunto — dal manifatturiero avanzato al biomedicale e alla meccatronica — attraverso reti di imprese, investimenti in R&S e internazionalizzazione.

Infine, la stabilità fiscale e una gestione responsabile del debito rimangono condizione necessaria per garantire spazio di manovra nei periodi di criticità. L’Italia ha l’opportunità di trasformare la ripresa in crescita duratura se riuscirà a combinare riforme strutturali, investimenti strategici e un ecosistema favorevole all’innovazione.

In sintesi, il futuro dell’economia italiana dipenderà dalla capacità del Paese di convertire risorse e riforme in aumento di produttività e inclusione territoriale. Il tempo è breve per sfruttare il momentum del PNRR e delle transizioni globale e digitale: le scelte di politica economica e le strategie aziendali nei prossimi due-quattro anni saranno determinanti per il posizionamento competitivo dell’Italia nel decennio a venire.

La produttività dell’economia italiana resta un nodo cruciale per la crescita nel prossimo decennio. Nonostante eccellenze settoriali e una fitta rete di piccole e medie imprese, il Paese fatica a colmare il divario con la media europea. Al centro della questione ci sono investimenti in innovazione, capacità di digitalizzazione delle PMI e le persistenti differenze territoriali tra Nord e Sud.

Negli ultimi anni le istituzioni e le associazioni di categoria hanno sottolineato che oltre il 99% del tessuto produttivo italiano è composto da PMI, vere protagoniste dell’occupazione e dell’export. Tuttavia la produttività per ora lavorata rimane inferiore rispetto alla media UE, e gli investimenti in ricerca e sviluppo pesano ancora limitatamente sul PIL, con valori che si collocano intorno a percentuali ben al di sotto della media comunitaria. In questo contesto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con risorse a disposizione per la digitalizzazione e la transizione verde, rappresenta un’occasione ma anche una prova di efficacia per trasformare risorse in crescita reale.

Analizzando i dati disponibili emerge un quadro a più velocità. Le regioni del Nord-Est e del Nord-Ovest mantengono livelli di produttività e investimento superiori alla media nazionale, grazie a filiere consolidate e cluster industriali specializzati nella meccanica, chimica e moda. Qui l’adozione di tecnologie Industria 4.0 e l’uso di software gestionali sono più diffusi. Al Sud, invece, la presenza di microimprese, una minore densità di parti intermedie e difficoltà di accesso al credito frenano gli investimenti in capitale umano e tecnologico.

Prendiamo due casi emblematici. Una PMI metalmeccanica dell’Emilia-Romagna ha pianificato un programma pluriennale di investimento in macchinari avanzati, integrazione IoT e formazione per gli addetti. Nel giro di due anni l’azienda ha registrato un aumento della produttività e una riduzione dei tempi di fermo macchina, con ricadute positive sull’export verso mercati europei. Al contrario, una realtà artigiana nel Mezzogiorno ha faticato a finanziare la digitalizzazione del processo produttivo e la formazione dei giovani: la carenza di competenze digitali e la complessità nell’accesso a bandi e cofinanziamenti hanno rallentato la trasformazione.

Il PNRR mette in campo risorse significative per digitalizzazione, banda ultralarga e formazione. Buone pratiche già osservate mostrano come l’integrazione tra fondi pubblici, capitale privato e programmi di accelerazione possano dare slancio a progetti che incrementano la produttività. Ma la sfida resta duplice: da un lato occorre aumentare la capacità delle imprese di presentare progetti strutturati e sostenibili; dall’altro è necessario che le misure siano accompagnate da politiche territoriali mirate che riducano il gap infrastrutturale e favoriscano l’accesso al credito per le microimprese.

Per uscire da una crescita anemica servono interventi sincronizzati. In primo luogo, investimenti più forti in formazione tecnica e digitale, rivolti non solo alla forza lavoro ma anche alla dirigenza delle PMI, per orientare decisioni strategiche su tecnologia e processi. In secondo luogo, semplificazione delle procedure di accesso ai fondi e strumenti di supporto per la progettazione e la rendicontazione. In terzo luogo, incentivazione fiscale mirata agli investimenti in R&D e alle alleanze tra imprese e centri di ricerca, così da creare percorsi di scale-up per le imprese con potenziale di crescita.

Il rischio è che senza un’accelerazione strutturale il divario territoriale si accentui, con conseguenze per l’occupazione giovanile e la coesione sociale. Al contrario, una politica che combini incentivi, formazione e infrastrutture digitali può trasformare l’eterogeneità del tessuto produttivo in un vantaggio competitivo: reti di PMI più connesse, capaci di innovare e di inserirsi nelle catene globali del valore, rappresenterebbero un motore di crescita sostenibile per l’intera economia italiana.

In conclusione, la partita sulla produttività è anche una sfida di modernizzazione: chi saprà tradurre fondi e opportunità in progetti concreti e scalabili porterà l’Italia più vicina alla traiettoria di crescita desiderata. Per le PMI questo significa investire in competenze, adottare soluzioni digitali e accedere a reti finanziarie e tecnologiche che superino i confini locali. È una transizione che richiede tempo, ma che non può più essere rinviata.

Ogni mattina le copertine dei quotidiani offrono una lente potente sul modo in cui la società interpreta decisioni economiche che influenzano imprese, famiglie e mercati. Negli ultimi giorni le prime pagine italiane hanno concentrato l’attenzione sulla nuova manovra economica: temi ricorrenti sono stati crescita, debito pubblico, misure fiscali e sostenibilità sociale. Analizzare i toni, le priorità e le immagini scelte dai principali giornali aiuta a capire non solo la comunicazione politica, ma l’umore di imprese e cittadini.

Il contesto è noto: un quadro internazionale incerto, segnali contrastanti di ripresa in Europa e pressioni sui conti pubblici. Le copertine hanno giocato su due registri principali. Da un lato dominano titoli che sottolineano la necessità di rigore e credibilità nei confronti dei mercati: fotomontaggi di grafici, richiami al rapporto debito/PIL e immagini istituzionali. Dall’altro, molti quotidiani hanno scelto un linguaggio più sociale, segnalando misure mirate alle fasce più deboli e al sostegno alle imprese in settori strategici. Questa dicotomia riassume il bivio che la politica economica italiana sta vivendo: dare rassicurazioni fiscali o puntare a stimoli mirati per rilanciare domanda e investimenti.

Dal punto di vista dei dati, le prime pagine raramente riportano complessi numeri tecnici, ma i grafici e i box riassuntivi presenti all’interno degli articoli di aperura sono chiari indicatori delle priorità. I giornali economici hanno evidenziato il peso del debito pubblico, ricordando che resta tra i più alti in Europa e che la sostenibilità delle finanze pubbliche rimane un vincolo. Allo stesso tempo, si è evidenziata la debolezza della crescita: la maggior parte delle testate ha citato previsioni prudenti per il PIL nel breve periodo e la necessità di misure strutturali — dalla digitalizzazione alla transizione energetica — per accrescere la produttività.

Le iniziative specifiche della manovra sono state presentate con esempi concreti. Alcuni quotidiani hanno posto l’accento su sgravi fiscali temporanei per le imprese manifatturiere e piani di investimento in infrastrutture verdi, corredati da interviste a imprenditori che raccontano fragilità della filiera e opportunità per l’export. Altri hanno dato spazio a storie di famiglie alle prese con il caro-bollette e l’inflazione sui beni primari, mettendo in evidenza misure di contrasto al costo dell’energia e sostegni mirati ai nuclei più vulnerabili. Questa alternanza tra macroeconomia e microstorie è utile per comprendere che la percezione pubblica della manovra non è solo numeri, ma impatto tangibile sulla vita quotidiana.

Un’altra costante delle copertine è stata la rappresentazione degli attori: il governo spesso raffigurato in chiave istituzionale, il mondo delle imprese come interlocutore pressante, e i sindacati come voce delle preoccupazioni sociali. Alcune prime pagine hanno scelto immagini forti — file di persone, stabilimenti industriali, giovani in cerca di lavoro — per sottolineare il carattere umano delle scelte economiche. Questa scelta narrativa influenza l’agenda: la medesima misura può essere vista come salvezza per i conti pubblici o come insufficiente sollievo per le famiglie, a seconda dell’immagine e del titolo in apertura.

Per gli investitori e per i policy maker le copertine rappresentano anche un termometro politico. Titoli orientati all’ansia sul debito possono alimentare pressioni sui mercati e sui costi di finanziamento, mentre attenzione ai piani di investimento può rassicurare sul potenziale di crescita a medio termine. Le prime pagine hanno quindi un ruolo non neutro: contribuiscono a costruire aspettative e possono influenzare il dibattito pubblico sulle priorità da mettere in campo.

Guardando avanti, le implicazioni sono chiare. Primo, la comunicazione della manovra dovrà essere coerente e accompagnata da numeri trasparenti: le prime pagine premiano chiarezza e puniscono l’ambiguità. Secondo, il bilanciamento tra rigore e stimolo rimarrà centrale: senza segnali credibili sui conti pubblici è difficile attrarre investimenti, ma senza misure che sostengano domanda e competitività la crescita resterà modesta. Terzo, le storie locali e i casi aziendali continueranno a guidare la percezione pubblica; per questo le istituzioni dovranno integrare dati macro con esempi concreti di impatto sul territorio.

In definitiva, le copertine dei quotidiani funzionano come specchi e motori dell’opinione pubblica: riflettono le preoccupazioni reali e orientano il dibattito sui rimedi possibili. Per chi decide le politiche economiche, comprendere questi segnali è fondamentale: le misure più efficaci non saranno solo quelle calibrate sui numeri, ma quelle comunicate con credibilità e accompagnate da risultati tangibili per imprese e famiglie.

Negli ultimi quindici anni Enel ha trasformato la propria identità: da grande utility storicamente legata alla generazione convenzionale a gruppo globale orientato alle energie rinnovabili, alle reti intelligenti e ai servizi per la clientela. Questo processo non è solo la storia di una singola azienda, ma un laboratorio di policy, investimenti e innovazione che offre indicazioni pratiche per la transizione energetica italiana e per il rilancio industriale del Paese.

Introduzione: contesto e accelerazione della transizione

La spinta verso la decarbonizzazione, le aspettative degli investitori e le opportunità tecnologiche hanno costretto il settore energetico a ripensare modelli di business consolidati. Enel, uno dei principali gruppi energetici europei con radici italiane, ha risposto con una strategia che combina dismissioni di asset tradizionali, aumento degli investimenti nelle rinnovabili e nello sviluppo delle reti elettriche, oltre a nuovi servizi digitali per clienti e imprese. L’operazione ha implicazioni immediate sul mercato del lavoro, sugli equilibri geopolitici dell’energia e sulla capacità dell’Italia di attrarre capitali esteri.

Analisi: strategia, numeri e casi emblematici

La strategia aziendale si basa su tre pilastri: decarbonizzazione, modernizzazione delle reti e servizi a valore aggiunto. Sul fronte delle rinnovabili, Enel ha progressivamente incrementato la sua capacità installata costruendo parchi eolici e solari in Europa, America Latina e altre aree; oggi la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili rappresenta la maggioranza della produzione del gruppo, un cambiamento radicale rispetto al passato. Parallelamente, il gruppo ha destinato risorse significative alla digitalizzazione e all’ammodernamento delle reti, investendo in smart grids e sistemi di accumulo per gestire l’intermittency delle rinnovabili.

Un esempio operativo è la crescita di Enel X, la divisione dedicata a servizi energetici avanzati: soluzioni di efficienza per aziende, infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici e progetti di demand response. Queste attività hanno creato nuovi ricavi con margini più elevati rispetto alla sola vendita di energia commodity e hanno posizionato l’azienda come fornitore integrato di soluzioni energetiche.

Dal punto di vista finanziario, la riconfigurazione del portafoglio ha permesso a Enel di attrarre investimenti internazionali, migliorare il profilo ESG e accedere a forme di finanziamento a costi più competitivi. Le operazioni di asset rotation — vendite di centrali termiche e reinvestimenti nelle rinnovabili — hanno liberato capitale per progetti green e per l’espansione delle reti. Sul piano occupazionale, la transizione ha generato sia sfide che opportunità: la chiusura di impianti tradizionali ha impattato lavoratori locali, ma la crescita nelle rinnovabili e nei servizi ha creato nuove figure professionali ad alta qualificazione.

Implicazioni per l’Italia: catene del valore, regolazione e competenze

La trasformazione di Enel ha ricadute importanti per l’economia italiana. Primo, la domanda crescente di componenti per impianti solari, turbine eoliche, batterie e infrastrutture di rete può stimolare la filiera industriale nazionale se adeguatamente supportata. Secondo, la modernizzazione delle reti richiede aggiornamenti normativi e processi di autorizzazione più rapidi: permessi lunghi e burocrazia rallentano investimenti vitali per la transizione. Terzo, la sfida delle competenze è centrale: servono percorsi di formazione e riqualificazione per far incontrare l’offerta di lavoro con le nuove esigenze tecnologiche.

In termini di politica industriale, l’esperienza di Enel sottolinea l’importanza di politiche coerenti che coniughino incentivi agli investimenti, stabilità regolatoria e partnership pubblico-private. Le risorse europee e i piani nazionali per la ripresa possono essere catalizzatori se incanalati verso progetti che favoriscano contenuto tecnologico italiano e sviluppo regionale.

Prospettive future: opportunità e rischi

Nei prossimi anni, la capacità delle imprese italiane di partecipare alle filiere globali delle rinnovabili dipenderà da quattro fattori: accesso a capitali a lungo termine, semplificazione delle procedure autorizzative, investimenti in ricerca e formazione, e integrazione delle politiche industriali con quelle energetiche. La traiettoria di Enel mostra che la transizione è remunerativa se accompagnata da scelte strategiche chiare e da una governance che sappia bilanciare obiettivi ambientali, finanziari e sociali.

Per l’Italia, il messaggio è pragmatico: non basta avere grandi utility in trasformazione. Occorre costruire un ecosistema — fornitori, università, PMI, istituzioni finanziarie e regolatori — che traduca la domanda di infrastrutture verdi in crescita occupazionale sostenibile e competitività produttiva. La trasformazione di Enel è un caso di scuola: dimostra che la combinazione di investimenti, innovazione e strategia commerciale può guidare una transizione energetica di successo, ma anche che il Paese deve fare la sua parte per non perdere l’opportunità.

L’economia italiana naviga in acque familiari ma non meno impegnative: crescita fiacca, debito elevato, divari territoriali persistenti e aziende che si adattano alla transizione digitale e verde. Mentre il contesto internazionale resta incerto — tra inflazione moderata, tassi d’interesse ancora superiori ai livelli pre-pandemia e rallentamento della domanda estera — l’Italia deve trasformare queste sfide in leve per una crescita sostenibile e inclusiva.

Nel breve termine il quadro resta di bassa crescita. Le stime macro segnalano una crescita del PIL italiana contenuta, con proiezioni che oscillano attorno a zero virgola/uno virgola percentuale annuo nei prossimi trimestri. Il debito pubblico si mantiene elevato, sopra il 130% del PIL, comprimendo lo spazio fiscale e rendendo il paese più vulnerabile a shock esterni. Sul fronte occupazionale, il tasso di disoccupazione generale si è ridotto rispetto agli anni più duri della crisi, ma il divario tra Nord e Sud e il fenomeno della disoccupazione giovanile rimangono un freno strutturale.

Analisi: dove nascono i problemi e le opportunità

I nodi strutturali dell’economia italiana sono noti: produttività stagnante, elevata frammentazione delle imprese (molte PMI con limitata capacità di investimento), spesa pubblica inefficiente in alcuni settori e infrastrutture non omogenee. Tuttavia, fattori recenti offrono possibilità concrete di rilancio.

1) Transizione energetica e green economy. Il pacchetto di investimenti pubblici e privati destinati alla decarbonizzazione rappresenta una finestra di opportunità. Imprese manifatturiere e fornitori di servizi possono beneficiare della domanda per tecnologie rinnovabili, retrofit degli edifici e mobilità sostenibile. Esempi pratici emergono da distretti del Nord Est dove PMI metalmeccaniche stanno ridefinendo le filiere per componenti di energia pulita, e da start-up innovative nel settore dell’efficienza energetica.

2) Digitalizzazione e modernizzazione delle imprese. La capacità delle aziende italiane di adottare tecnologie cloud, automazione e competenze data-driven è disomogenea. Tuttavia, casi di successo mostrano che anche imprese tradizionali che investono in competenze digitali e formazione ottengono miglioramenti significativi in efficienza produttiva e accesso ai mercati esteri.

3) Mercato del lavoro e capitale umano. L’adeguamento delle competenze resta cruciale: la domanda di profili tecnici, digitali e green cresce più rapidamente dell’offerta. I programmi di formazione professionale e gli incentivi per l’upskilling nelle imprese possono mitigare il mismatch e aumentare la partecipazione al lavoro, specialmente nelle aree del Sud.

4) Ruolo delle politiche pubbliche e dei fondi europei. L’uso efficace delle risorse provenienti dal Next Generation EU e altri programmi europei è decisivo. Investimenti in infrastrutture digitali, trasporti sostenibili e ricerca applicata possono aumentare la produttività territoriale e attrarre investimenti privati.

Esempi pratici: PMI che innovano, reti territoriali e città che attraggono talenti. In diversi casi regionali, consorzi di imprese e incubatori stanno creando piattaforme condivise per ricerca e mercato, riducendo i costi di ingresso per piccole aziende. Allo stesso tempo alcune città medie stanno puntando su qualità della vita, mobilità sostenibile e poli tecnologici per trattenere e attrarre giovani professionisti.

Implicazioni future: cosa serve per sbloccare la crescita

La transizione da stagnazione a crescita sostenibile richiede un mix di politiche coerente e durevole. Prima di tutto, migliorare l’efficienza della spesa pubblica indirizzandola verso investimenti con alto ritorno sociale ed economico: infrastrutture digitali, formazione tecnica, ricerca industriale. In secondo luogo, politiche attive del lavoro mirate a colmare il divario di competenze e a favorire l’incontro domanda-offerta con misure territoriali ad hoc.

In terzo luogo, incentivi stabili per le imprese che investono in tecnologia e sostenibilità, accompagnati da semplificazioni burocratiche che riducano i tempi e i costi di investimento. Inoltre, un approccio che valorizzi i distretti industriali e le filiere lunghe, favorendo aggregazioni e scale-up, può aumentare la resilienza delle PMI italiane.

Infine, la politica macroeconomica dovrà bilanciare consolidamento fiscale e investimenti produttivi, mantenendo una comunicazione chiara per ridurre le incertezze degli investitori. La sfida è ambiziosa ma affrontabile: con strategie che uniscano riforme strutturali e investimenti mirati, l’Italia può trasformare le sue vulnerabilità in punti di forza e avviare una crescita più robusta e inclusiva.

Il sistema manifatturiero italiano nel 2025 ha iniziato lentamente a rimettersi in piedi. I segnali sono ancora timidi, ma ci sono. Si potrebbe definire una fase di assestamento: prima la fine del calo, poi un timido recupero verso fine anno.

Nel complesso, la produzione ha registrato una leggerissima decrescita media annua dello 0,2%, nulla a che vedere con i tonfi del biennio precedente, quando aveva perso il 2% nel 2023 e addirittura il 4% nel 2024. A scattare questa fotografia è il Centro Studi di Confindustria, che interpreta i dati come una boccata d’aria dopo un periodo difficile.  

Sono ancora pochi i settori davvero solidi

Nella grande “macchina” dell’industria si scopre che nel 2025 i comparti in espansione sono saliti a nove, mentre l’anno prima erano solo quattro. Sei settori hanno cambiato direzione passando dal segno meno al più, mentre soltanto uno ha invertito rotta in senso negativo. Il quadro, però, resta fragile: su ventidue comparti manifatturieri, solo tre sono cresciuti per due anni consecutivi. Troppo pochi per parlare di slancio strutturale.

Si è ristretto fortunatamente il divario tra chi sale e chi scende: l’escursione delle variazioni produttive è passata da un estremo tra -23% e +8% nel 2024 a un più contenuto intervallo tra -10% e +4% nel 2025.

I settori più in affanno

Auto e moda continuano a viaggiare con il freno tirato. L’automotive ha accusato un altro arretramento pesante, -10,3%, frenato da prezzi elevati, norme poco chiare e maggiore concorrenza dall’estero. Anche il tessile-abbigliamento-pelli resta in territorio negativo, con un -5,5% legato soprattutto alla debolezza dell’export e alla prudenza dei consumatori.

Anche sul settore della chimica non splende il sole: peggiora rispetto all’anno prima con un -2,6%, a causa soprattutto dei costi dell’energia e di una trasformazione europea che spinge alcune imprese a chiudere o riconvertirsi verso produzioni più sostenibili.

Farmaceutica e metallurgia al top

Vanno bene invece farmaceutica e metallurgia. I medicinali sono in cima alla classifica con un +3,8% sostenuto da esportazioni esplosive: +28,5% annuo e un avanzo commerciale di 11,4 miliardi. Spiccano le vendite verso gli Stati Uniti, cresciute del 54% anche grazie alla ricostituzione delle scorte.

Buona anche la performance dei metalli (+4%), trainati dall’export nonostante le barriere doganali americane su acciaio e alluminio.

L’alimentare tiene botta

C’è poi un settore che, come si dice, tiene botta sempre: l’alimentare. È cresciuto sia nel 2024 sia nel 2025, con una media del +2,6%, confermando la sua natura anticiclica.
Con oltre il 15% della produzione industriale venduta, il comparto funziona da cuscinetto nei momenti difficili.

Cosa frena e spinge l’economia

Resistono alcuni fattori trasversali che pesano sull’industria: caro energia, dollaro debole, dazi, incertezza globale e famiglie più propense a risparmiare che a spendere.
Dall’altra parte, però, qualcosa si muove: tassi più bassi rispetto al 2023, credito che torna a circolare e investimenti in macchinari che alimentano nuova domanda.

Le previsioni per il 2026

Per ora i dati ufficiali di Istat sul nuovo anno non ci sono ancora, ma gli indicatori preliminari suggeriscono un clima leggermente migliore. Le previsioni parlano di una crescita moderata che riporterebbe la manifattura in territorio positivo dopo tre anni difficili. 

WhatsApp sfida le piattaforme di video-conferenza, come Zoom o Teams: l’app di messaggistica di Meta ha infatti iniziato a distribuire il supporto alle chiamate vocali e video tramite il proprio client web.

Dopo una lunga fase di sviluppo durata circa un anno, la novità segna un cambiamento significativo per gli utenti, poiché permette di gestire le comunicazioni audio e video sul desktop senza dover necessariamente scaricare un’applicazione dedicata.

Sotto il profilo tecnico e della sicurezza, le chiamate effettuate via web mantengono gli standard elevati già presenti sulla versione mobile di WhatsApp.
La distribuzione, partita attraverso il programma beta, raggiungerà gradualmente l’intera base utenti nelle prossime settimane.

Il primo passo verso uno strumento di comunicazione autosufficiente

Al momento, la funzione è disponibile per una platea selezionata di utenti e si concentra sulle chat individuali, ma rappresenta il primo passo di una strategia volta a rendere il browser uno strumento di comunicazione autosufficiente e completo.

Tutte le comunicazioni sono protette dalla crittografia end-to-end basata sul protocollo Signal, garantendo che né Meta né terze parti possano intercettare o ascoltare il contenuto delle conversazioni.
Il nuovo strumento richiede comunque una gestione prudente dei dati sensibili, poiché ogni informazione visibile sul monitor viene trasmessa all’interlocutore.

Un vantaggio per Linux (e per qualche utente Windows)

Oltre alla stabilità del segnale, l’interfaccia ora integra la possibilità di condividere il proprio schermo in tempo reale durante le videochiamate, uno strumento particolarmente utile per la presentazione di documenti o la collaborazione professionale.
L’estensione di queste capacità al web client risulta particolarmente vantaggiosa per l’ecosistema Linux, storicamente privo di un’applicazione ufficiale, nonché per gli utenti Windows che preferiscono non installare software aggiuntivi sul sistema operativo.

Sebbene la fase iniziale riguardi esclusivamente le conversazioni tra singoli contatti, la tabella di marcia prevede l’introduzione a breve termine delle chiamate di gruppo, capaci di ospitare fino a 32 partecipanti contemporaneamente, insieme a funzionalità accessorie come i link di invito e la programmazione delle chiamate, riporta Adnkronos.

L’indipendenza da Zoom, Meet e Teams

Questa novità porrebbe quindi la piattaforma di messaggistica di Meta in più diretta competizione con app dedicate alle riunioni online, come Zoom, Google Meet e Microsoft Teams. Tutte permettono, infatti, di collegarsi a una chiamata anche seguendo un semplice link da computer senza scaricare app specifiche.

A oggi invece, riferisce Ansa, per una ‘call’ WhatsApp su pc Windows e Mac bisogna usare i software ufficiali.
“Questa mossa fa probabilmente parte di una strategia ampia per rendere gli strumenti di comunicazione di WhatsApp più versatili – si legge su WabetaInfo -. Ciò garantirà agli utenti di rimanere connessi indipendentemente dalla piattaforma o dal dispositivo che usano”,.

Il 52% delle persone over 55 dice di preferire una pubblicità abbastanza realistica, ma gradevole. Non edulcorata, non caricaturale, soprattutto non finta giovane. E poi c’è un altro 30% che va ancora oltre e chiede rappresentazioni molto realistiche, quasi senza sconti. Lo dice una recentissima ricerca di Eumetra. I Silver non chiedono di essere rassicurati, chiedono di essere trattati da adulti pensanti.

Il problema, però, non riguarda solo loro. Riguarda il modo in cui la pubblicità racconta le persone in generale.

Quando la pubblicità non ci assomiglia più

Uno degli aspetti più interessanti che emerge dalla ricerca è il tema dell’identificazione. O meglio, della sua assenza. Il 79% delle persone non si riconosce nel modo in cui la pubblicità rappresenta il genere a cui appartiene. Se si parla di età, si arriva all’81%. È come guardarsi allo specchio e non vedersi.

Agli estremi generazionali questa distanza si sente ancora di più. La Gen Z rifiuta immagini rigide, stereotipate, lontane da un’identità fluida e reale. I Boomer, dall’altra parte, faticano a riconoscersi in narrazioni che li descrivono come fermi, superati, marginali. In mezzo c’è una frattura che produce diffidenza, ma anche un’opportunità enorme per chi sa ascoltare.

Silver oggi, Silver domani: non è solo una questione di età

Continuare a parlare di target 55+ come se fosse un gruppo compatto non regge più. I Silver di oggi sono più attivi, più digitali, più esigenti. Prendono decisioni economiche importanti, influenzano consumi e scelte familiari, hanno aspettative alte verso brand e servizi.

E i Silver di domani? Arriveranno con un bagaglio ancora diverso, fatto di percorsi meno lineari, valori nuovi e una maggiore consapevolezza di sé. Per le aziende questo significa una cosa semplice, ma impegnativa: non basta cambiare tono di voce. Serve ripensare il rapporto.

Meno stereotipi, più fiducia

Il 66% delle persone dichiara di fidarsi di più dei brand che evitano i luoghi comuni. Eppure gli stereotipi continuano a dominare settori come cosmetica, alimentazione, abbigliamento, servizi finanziari. Il risultato sono messaggi che scorrono via senza lasciare traccia.

Quando invece la comunicazione sceglie strade meno battute, racconta storie credibili, mostra persone vere, l’effetto si vede. Per il pubblico Silver, sentirsi rappresentati nel modo giusto non è solo una questione di immagine: è una leva concreta di relazione e valore.

Ascoltare per sapere dove andare

È in questo contesto che si inserisce l’Osservatorio Silver Longevity di Eumetra, pensato per aiutare aziende e brand a leggere i cambiamenti in atto. Non una fotografia statica, ma una bussola per orientarsi nella longevity economy.

Perché oggi il vero vantaggio competitivo non sta nel “parlare ai Silver”. Sta nel fermarsi, ascoltare davvero e accettare che la realtà, spesso, è molto più interessante degli stereotipi.

A spingere gli acquisti degli stranieri durante il peridio dei saldi invernali è soprattutto il Made in Italy. I grandi marchi dell’alta moda italiana restano la prima scelta per il 57,7% dei turisti, in crescita del 2,1% rispetto al 2025.
In aumento però anche l’interesse per i prodotti artigianali locali, scelti dal 23,8% degli acquirenti, segnale di una domanda sempre più orientata verso identità, autenticità e qualità del territorio.

Ed è Firenze a dominare lo shopping turistico, con il 42% dei visitatori attratti dai negozi della città. Ma quando si guarda allo scontrino medio, il primato passa a Milano, dove ogni turista spende mediamente 184 euro.
Questi alcuni dati sull’impatto dei flussi turistici sui saldi emersi da un focus Confcommercio – Format Research.

Milano seconda poi Napoli e Roma

Sono dati che evidenziano un’alta propensione all’acquisto lungo le direttrici centrali e nei distretti moda della città, sostenuti da un mix di boutique, marchi internazionali e offerta locale.
Milano infatti è seconda per il turismo dello shopping (38%), Napoli terza (35,8%) e Roma quarta (33,8%).

Per quanto riguarda lo scontrino medio, a Milano seguono Firenze, con 168 euro, Roma, con 162, e Napoli, che chiude la classifica con una spesa più contenuta, pari a 110 euro.
Roma si conferma, invece, la meta più attrattiva per la clientela internazionale. Il 34% dei turisti nei negozi arriva infatti dall’estero, seguita da Milano (32%), Napoli (21%) e Firenze (19%).

Dal leisure al “bleisure” il turismo sostiene i negozi

“Per quasi sei negozi su dieci le vendite sono in linea o migliori rispetto allo stesso periodo del 2025 – commenta Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio -. I risultati più performanti si concentrano nelle città e nelle aree a forte vocazione turistica, dove l’effetto shopping tourism si è fatto sentire in modo evidente. Turismo e saldi si confermano un binomio vincente, ulteriormente rafforzato dal turismo business legato alle grandi fiere e agli eventi internazionali della moda, come Pitti, Milano Unica e la fashion week milanese. Un turismo, quindi, che evolve da quello leisure d’inizio anno a quello ‘bleisure’, capace di coniugare lavoro e svago, che continua a sostenere i consumi nei negozi fisici”, riporta Ansa.

ll binomio tra griffe e manifattura locale alimenta una domanda ibrida

Il baricentro resta comunque il turista domestico ed europeo di prossimità, con ricadute diffuse su vie commerciali e negozi fisici.
Lo shopping tourism agisce quindi da moltiplicatore dei consumi, con risultati più evidenti nelle aree ad alta densità turistica, dove la frequenza d’ingresso si traduce in volumi costanti per la rete retail.

Inoltre, riferisce Assodigitale.it, il posizionamento dell’offerta, il peso dei brand di fascia alta e il calendario di fiere ed eventi internazionali sostengono il ticket medio, anche in periodo di saldi.
Il binomio tra griffe e manifattura autoctona alimenta poi una domanda ibrida, dove lusso internazionale e autenticità locale convivono sostenendo i saldi e stabilizzando i flussi in città a forte vocazione turistica.

Nel 2024 in Italia sono state registrate 89 milioni di presenze cicloturistiche, per un impatto economico stimato di 9,8 miliardi di euro (dati Insart – Unioncamere).
Nel 2024 il numero di cicloturisti è cresciuto del 54% rispetto al 2023, confermando il cicloturismo come uno dei settori più dinamici del turismo.

Il 59° Rapporto Censis mette in evidenza un cambio culturale da parte degli italiani, che oggi tendono a una maggiore ricerca di momenti di benessere e ‘pause rigenerative’.
La bici è infatti un mezzo di trasporto e ricreativo che rappresenta la risposta concreta alla domanda di esperienze slow, benessere e attività all’aria aperta, ma anche alle sfide del turismo moderno, sostenibile, inclusivo e rigenerativo.

Si comprano meno biciclette, ma si usano di più

A fronte di un mercato delle biciclette poco dinamico in gran parte dei Paesi europei, l’interesse verso la bici è aumentato, a testimonianza sia del cambiamento strutturale della domanda sia del “salto” culturale: si compra meno, ma si usa di più.

L’ultimo rapporto ISFORT sulla mobilità ha certificato un aumento dell’uso della bicicletta del 27% in un solo anno, un dato superato solo da quello del cicloturismo. E dai dati dell’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio, emerge che nel 2024 la vacanza attiva ha motivato oltre 1 turista su 4 tra quanti hanno trascorso una vacanza in Italia. 
Tanto che tra le attività outdoor preferite, dopo quelle di montagna e il trekking, oggi si posiziona proprio il cicloturismo.

Il cicloturista rafforza l’economia locale

Il cicloturismo rappresenta oltre il 10% del totale delle presenze turistiche nel Paese. Nel 2023, si contavano oltre 56 milioni di cicloturisti, con un valore economico superiore a 5,5 miliardi di euro, in crescita costante.
Il cicloturista poi spende mediamente più della media turistica italiana per beni e servizi, rafforzando l’economia locale e le filiere del turismo sostenibile.

In sintesi, il valore economico non risiede più tanto nella produzione della bicicletta, quanto nel suo uso e nella capacità di generare turismo, servizi e indotto locale attraverso nuovi business in continua evoluzione.
Ma il cicloturismo continua a crescere anche perché intercetta opportunità generate da crisi o trasformazioni di altri settori.

Un’opportunità anche per altri settori legati al turismo

Nell’estate 2025 la Ciclabile dei Fiori lungo la costa ligure, tra Sanremo e Imperia, ha registrato un aumento dei passaggi e delle presenze con effetti positivi su bar, hotel e servizi locali. Così è stato per le strutture termali e l’Anello dei Colli Euganei (Padova), dove la bicicletta è diventata parte dell’offerta di salute, tempo libero e prevenzione.

Nonostante non sia possibile stabilire un nesso diretto di causa-effetto, questo scenario suggerisce come l’introduzione di offerte legate alla bici possa rappresentare un’opportunità anche per settori come quello balneare o termale.
Questi esempi mostrano come la bici non sia soltanto un mezzo di trasporto o un’attività ricreativa, ma possa diventare un elemento strategico capace di generare nuovi flussi turistici e valore per i territori.