Boom di attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) registrato nel primo trimestre 2022, con un aumento della periodica di 4,5 volte rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Lo rivela un nuovo report di Kaspersky. Gli attacchi DDoS sono programmati per bloccare e impedire il corretto funzionamento delle risorse di rete utilizzate da aziende e organizzazioni. Diventano ancora più pericolosi se i sistemi compromessi rientrano nell’ambito governativo o finanziario, poiché l’indisponibilità di questi servizi ha ripercussioni sull’intera popolazione. Nel corso del primo trimestre del 2022, precisamente alla fine di febbraio, è stato osservato un improvviso aumento degli attacchi come conseguenza della guerra in Ucraina.

Aumentati del 46%

Rispetto al numero di attacchi registrati nel quarto trimestre del 2021, considerato il più alto di sempre per quel che riguarda gli attacchi DDoS rilevati dalle soluzioni Kaspersky, nel primo trimestre del 2022 il numero di attacchi di questo tipo è aumentato del 46%, una crescita di 4,5 volte più alta rispetto allo stesso trimestre del 2021. Anche il numero di attacchi “smart” o avanzati e mirati ha registrato una crescita dell’81% rispetto al record storico precedentemente raggiunto nel quarto trimestre del 2021. Questi attacchi non sono solo stati eseguiti su larga scala ma si sono contraddistinti anche per il loro carattere innovativo. Gli esempi includono una copia del popolare gioco di puzzle 2048 utilizzato per gamificare gli attacchi DDoS ai siti web russi e un appello a creare un esercito informatico volontario per facilitare i cyberattacchi. Ulteriori indagini condotte da Kaspersky hanno rivelato che la sessione DDoS media è durata 80 volte più a lungo di quella del primo trimestre del 2021. L’attacco di maggiore durata (177 ore) si è verificato il 29 marzo.

Attacco “senza precedenti”

“Nel primo trimestre del 2022 abbiamo rilevato un numero di attacchi DDoS senza precedenti. Questo trend di crescita è stato in gran parte influenzato dalla situazione geopolitica. Anche la durata degli attacchi rilevata in questo periodo si è dimostrata abbastanza insolita in quanto solitamente i DDoS vengono eseguiti per ottenere un profitto nell’immediato. Alcuni degli attacchi che abbiamo osservato sono durati per giorni e persino settimane, il che suggerisce che potrebbero essere stati condotti da cyberattivisti spinti da motivazioni ideologiche. Abbiamo anche notato che molte organizzazioni non erano preparate a contrastare queste minacce. Tutti questi fattori ci hanno reso più consapevoli circa la possibile estensione e pericolosità degli attacchi DDoS, e hanno reso ancora più evidente la necessità per le organizzazioni di farsi trovare preparate per fronteggiare questa minaccia”, ha dichiarato Alexander Gutnikov, esperto di sicurezza di Kaspersky.

I nuovi nomadi digitali 2.0, per i quali il Parlamento ha appena disegnato un ‘visto’ di soggiorno apposito, sono cresciuti. Non sono più ventenni, single, freelance della tecnologia al lavoro da qualche remota località asiatica. Oggi in prevalenza sono esperti di marketing e comunicazione over 35, si spostano con il partner e non disdegnano di soggiornare oltre 3 mesi in Italia, meglio se in una delle regioni del Sud. Il 46% dei lavoratori da remoto intervistati dal Secondo Rapporto sul nomadismo digitale in Italia, condotto dall’Associazione italiana nomadi digitali e da Airbnb, ha già fatto esperienze di nomadismo digitale, mentre il restante 54% dichiara di volerlo fare nel prossimo futuro.

E se il fenomeno interessa maggiormente le donne, che rappresentano il 54% degli intervistati, l’età di riferimento è quella dai 25 ai 44 anni (67%).

Cade lo stereotipo del giovane freelance

A livello professionale cade quindi lo stereotipo del giovane freelance che lavora in ambito tecnologico: il nuovo remore worker è un dipendente o collaboratore (52%), impiegato principalmente nei settori del marketing e comunicazione (27%) e presenta in media un alto livello di istruzione. Il 42% ha una laurea e il 31% un master o un dottorato. Questo tipo di esperienza poi non è più ad appannaggio dei single: chi la sceglie, infatti, preferisce la compagnia del proprio partner (44%) o della famiglia (23%).

Mezzogiorno e le isole le destinazioni preferite

Il Mezzogiorno e le isole sono destinazioni gradite complessivamente da 3 intervistati su 4 (76%). Le attività che vorrebbero maggiormente sperimentare, e che interessano più remote worker e nomadi digitali, sono gli eventi culturali e quelli enogastronomici (60%), seguiti da attività a contatto con la natura (51%), esperienze originali e caratteristiche del territorio (40%) e attività di socializzazione con la comunità locale (37%). Durata del soggiorno? L’esperienza per molti potrebbe andare da 1 a 3 mesi (42%), oppure da 3 a 6 (25%). Complessivamente, per quasi un nomade digitale 1 su 2, la permanenza potrebbe durare oltre 3 mesi e fino a 1 anno (45%).

Qualità della connessione e costi della vita devono essere adeguati

Gli aspetti più rilevanti e irrinunciabili per i remote worker che vorrebbero vivere un’esperienza di nomadismo digitale in Italia, e che influenzano la scelta della loro destinazione, sono qualità della connessione (65%), costi della vita adeguati alle loro esigenze (61%), attività culturali (40%) e possibilità di sperimentare le tradizioni locali (37%). Di fatto, scrive Adnkronos, a marzo 2022, con il decreto ‘Sostegni-ter’, è stata approvata una norma che introduce nel nostro ordinamento la figura dei nomadi digitali, definiti come “cittadini di un Paese terzo, che svolgono attività lavorativa altamente qualificata attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che consentono di lavorare da remoto in via autonoma ovvero per un’impresa anche non residente nel territorio dello Stato italiano”.

Le richieste degli utenti non solo si sono fatte sentire, ma sono anche state ascoltate: Instagram ha adottato un sistema di feed che permette di scegliere fra diversi tipi di visualizzazione. Sostanzialmente ora gli utenti possono personalizzare il feed, decidendo se privilegiare le persone seguite oppure i contenuti prediletti. Le due nuove opzioni, che sono appunto Preferiti e Seguiti, danno molta più autonomia agli utenti, lasciando più spazio alle loro preferenze. D’altronde, una maggiore flessibilità era quasi d’obbligo, visto che gli iscritti a Instagram hanno raggiunto i due miliardi di persone.

Cronologia e altro

Meta, la società titolare del social, fa sapere che l’obiettivo delle nuove feature è “dare alle persone la possibilità di personalizzare ancora di più la propria esperienza su Instagram e fare in modo che possano trovare facilmente i contenuti più interessanti”. Preferiti e Seguiti: cosa sono? “Il feed di Instagram – spiega la nota della società, ripresa da Agi – è un mix di foto e video delle persone seguite, di post suggeriti e altro ancora. Stiamo lavorando per aggiungere ulteriori post suggeriti in base agli interessi, mentre le nuove opzioni Preferiti e Seguiti che annunciamo oggi costituiscono un nuovo modo per scoprire i post più recenti delle persone che seguiamo”. 

Preferiti e seguiti

Scegliendo la modalità “Preferiti”, verranno mostrati i post più recenti dei profili aggiunti in una lista precedentemente creata, ad esempio i migliori amici o i creator preferiti. Inoltre, i post degli account Preferiti saranno visualizzati più in alto anche nel feed tradizionale. Scegliendo la modalità “Seguiti”, invece, verranno mostrati i post delle persone che seguiamo. Sia la modalità Preferiti sia quella Seguiti mostreranno i post in ordine cronologico, così da rimanere sempre aggiornati sulle ultime novità degli account che più ci interessano. Per scegliere tra le due diverse modalità basta toccare il logo Instagram in alto a sinistra e scegliere quale visualizzare. 

La lista dei preferiti

Come riferisce ancora Agi, “Per vedere i post più recenti dei profili aggiunti alla lista dei preferiti, basta selezionare Preferiti. Alla lista si possono aggiungere fino a 50 account ed è possibile apportare modifiche in qualsiasi momento. Le persone non verranno avvisate quando vengono aggiunte o rimosse da questa lista”. I post dei profili della lista Preferiti saranno visualizzati più in alto anche nel feed della home, in quello della modalità “Seguiti” e saranno identificabili da un’icona a forma di stella.

Quali sono le abitudini degli italiani in fatto di lavori domestici? La maggior parte pulisce la casa una volta a settimana, e bagno e cucina sono le stanze preferite. Tra gli intervistati della survey condotta dall’Osservatorio Polti su 500 #homelovers italiani, la stragrande maggioranza (76%) dichiara che l’arte delle pulizie l’ha imparata per esperienza personale.
Ma secondo l’Osservatorio, se gli italiani in fatto di pulizie sono precisi non sono altrettanto assidui: la frequenza più rappresentativa è di una volta alla settimana (50%), mentre solo il 18% afferma di pulire quotidianamente. Il 15% afferma invece di dedicarsi alle pulizie solo quando si presenta l’occasione, mentre l’11% solamente se si sente ispirato.

Meglio pulire a ritmo di musica

Il bagno è la stanza a cui si presta più attenzione (47%), salvo poi rimetterlo subito in disordine, visto che il 40% dice di farsi una doccia subito dopo aver concluso le faccende. Il 33% però si butta a riposare sul divano e il 22% si fa un caffè.

Anche la cucina (32%) è un ambiente curato, molto più del soggiorno (13%), della camera da letto (5%) e dello studio (3%).

E quando si pulisce, meglio farlo a ritmo di musica: il sottofondo musicale o radiofonico risulta la compagnia più gettonata (68%), mentre l’11% preferisce guardare la tv.  

I cinque profili degli homelovers italiani

Ma c’è chi pulisce con rigore e precisione perché l’igiene fa parte del suo piano per salvare il mondo: è il cosiddetto ‘invincibile’, che con uno schiacciante 34% è il profilo-tipo più rappresentativo emerso dalla survey. Sono infatti cinque i profili tratteggiati dallo psicologo Daniele Marchesi, del centro DM – Penso dunque sono, coinvolto dall’Osservatorio per tratteggiare un’analisi più corretta del rapporto tra gli italiani e le pulizie domestiche. Oltre all’invincibile, lo psicologo identifica ‘l’ineccepibile’ (31%), l’esteta’18%, ‘l’audace’ (12%), e, ultimo, ‘capitan domani’ 5%. Se il primo profilo, l’invincibile, “usa la razionalità per mantenere tutto in ordine”, sottolinea Marchesi, il secondo profilo, l’ineccepibile, tende a prendere le pulizie molto sul serio. “Un familiare sbadato, un amico inatteso o un cucciolo di casa ancora poco avvezzo alle regole sono nemici da cui proteggersi, portatori di germi ambulanti”, sostiene l’esperto.

Con gli alleati giusti le faccende domestiche possono diventare più piacevoli

Per il terzo profilo, l’esteta, gli oggetti devono essere in armonia tra loro, anche nel caos, mentre per l’audace, “la pulizia deve essere funzionale – commenta Marchesi – ma non sempre gli altri riescono a seguirlo”. 

C’è poi capitan domani, che considera le pulizie un atto da fare mentre si è intenti a vivere. “Se rientri in questo profilo – suggerisce Marchesi – non esagerare, non sfidarti. Scegli un piccolo compito, regalati un prodotto per la pulizia che ti intriga e divertiti a utilizzarlo”.

Una cosa è certa: qualunque sia il profilo in cui ci si rispecchia, con gli alleati giusti le faccende domestiche possono diventare più facili e piacevoli.

L’aggettivo ‘sostenibile’ oggi viene usato quotidianamente nei contesti più svariati, dalle tematiche ambientali a quelle sociali, per giungere fino ai prodotti di consumo. Al suo significato contrario di ‘insostenibile’ si ricorre invece sempre meno, come se l’accezione diventata principale, crescendo a dismisura, abbia cancellato le altre. L’aggettivo ‘insostenibile’ di fatto può essere utilizzato per definire qualcosa che non è possibile difendere sul piano della correttezza logica e della validità delle argomentazioni. E chi si è reso protagonista di un’affermazione insostenibile perde inesorabilmente credibilità. Eppure, se nello specifico si guarda alle aziende che fanno uso dell’aggettivo ‘sostenibile’ per i propri prodotti, accade di frequente di trovare casi ‘insostenibili’, ovvero non difendibili sul piano della correttezza logica e della validità delle argomentazioni. In buona sostanza, non credibili.

Una strategia di comunicazione ‘millantatrice’

Negli ultimi anni, con la crescente adesione ai temi della sostenibilità, si è assistito alla diffusione del Greenwashing, una strategia di comunicazione o di marketing perseguita da aziende, istituzioni, enti che presentano come ecosostenibili le proprie attività, cercando di occultarne l’impatto ambientale negativo. Si tratta del tentativo di conseguire i benefici di un posizionamento incentrato sulla sostenibilità millantandolo in maniera totale o parziale, ad esempio valorizzando solo alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.

I rischi del Greenwashing per le aziende

Da sempre smentire è molto più difficile che affermare. Nel nostro mondo di connessione totale, è diventato nettamente più difficile. Recuperare credibilità è quindi più difficile di costruirla. Il rischio che corre chi pratica il Greenwashing è lo stesso di chi afferma l’insostenibile: la perdita di credibilità. In questo caso, con l’aggravante della gravità del contesto. Infatti, è difficile immaginare qualcosa di peggio per un’azienda che dare di sé l’immagine di mentire sugli aspetti legati all’etica.

Misurare le promesse sulla sostenibilità dei prodotti

Ma anche le aziende che agiscono in maniera trasparente e corretta possono essere equivocate. In un contesto come quello della sostenibilità, dove la conoscenza è scarsa e regna l’incertezza, è fondamentale chiarire ogni dubbio e verificare che gli sforzi verso la sostenibilità siano ritenuti sostenibili, cioè plausibili, non strumentali o, peggio ancora, non mistificatori. Per questo motivo Eumetra ha sviluppato un modello di analisi proprietario volto a verificare quanto il grande pubblico ritenga sostenibili le promesse nell’ambito della sostenibilità dei prodotti, quanto lo siano le specifiche referenze, e quanto è probabile che vengano realmente adottate.

Le aziende stanno scoprendo il “rosa”, nel senso che nell’ultimo periodo sono aumentate le dirigenti donna. A dirlo sono i numeri: nel 2019 i dirigenti uomini erano 94.332 e le donne 21.116. L’anno seguente, il numero di queste ultime è aumentato del 4,9% (22.147) mentre è diminuito dello 0, 37% il numero degli uomini (-353). Solo grazie all’incremento delle donne, il dato totale dei dirigenti registra un incremento dello 0,59%, con 678 dirigenti in più nel 2020 rispetto al 2019. Questi sono alcuni dei dati del Rapporto di Manageritalia sui dirigenti privati pubblicato come ogni anno in occasione della Festa della donna con un’elaborazione degli ultimi dati ufficiali Inps. 

Le aziende hanno puntato sulle competenze

“La crescita del numero delle dirigenti e dei dirigenti – dichiara Mario Mantovani, presidente Manageritalia – dimostra come anche durante la pandemia le aziende strutturate abbiano puntato su competenze e gestione manageriale per resistere e prepararsi a cogliere le opportunità del loro specifico mercato nel post pandemia”. Tuttavia il dato relativo ai manager in rosa è buono, ma assolutamente non sufficiente. Nonostante la crescita, infatti, le dirigenti rappresentano il 19% del totale, a fronte di un desiderato 50% che richiederà opportune scelte e politiche sociali.

Ancora strada da fare

“Il fatto che a trainare la crescita dei dirigenti siano state le donne – dice ancora Mantovani – è la conferma dei fenomeni in atto: nella dirigenza privata da anni si vedono uscire coorti quasi esclusivamente maschili ed entrare nuovi manager che sempre più spesso sono donne, scelte per formazione, competenze e capacità. E tutto questo trova una spinta formidabile nel parallelo fenomeno che avviene tra le donne che ricoprono in azienda un ruolo di quadro, che avanzando poi di carriera diventano dirigenti”. 
Buone notizie anche dal 2021. Secondo il Rapporto di Manageritalia, infatti, i dirigenti del settore terziario che hanno il contratto dirigenti del terziario nel 2021 sono cresciuti complessivamente del 6,2% con le donne in doppia cifra (+11%) rispetto agli uomini (+6%). E in questo caso oggi le donne dirigenti sono addirittura quasi il 21% del totale.

Sono soprattutto le grandi città a preferire le donne al comando

Per quanto riguarda la distribuzione geografica, le province più ‘rosa’ sono quelle delle grandi città, con Milano al primo posto (dove lavorano 8.705 donne dirigenti) seguita da Roma (4.405) e Torino (1.132). Ai primi dieci posti per numero di dirigenti donne solo province del nord: Bologna, Brescia, Verona, Varese, Bergamo, Firenze, Genova. Per quanto riguarda invece il peso percentuale delle donne dirigenti, balza all’occhio il buon piazzamento di alcune province del sud, spesso caratterizzate da un bassissimo numero di dirigenti in assoluto e quindi più facilmente condizionati da vari fattori. Al primo posto c’è Enna con le donne dirigenti (56,7%) che superano addirittura gli uomini. Tra le grandi province Roma (le donne manager sono il 25,3%), prevale su Milano (21,8%) e Torino (17,7%).

Le aziende di tutto il mondo stanno rapidamente passando a modelli digital-first e la domanda di persone con competenze digitali è aumentata vertiginosamente.
Secondo i risultati del Digital Skills Index, l’indagine globale sul livello delle competenze digitali di Salesforce, oltre tre quarti degli intervistati non si sente pronto per operare in un mondo del lavoro digitalizzato. E solo il 28% è attivamente coinvolto nell’apprendimento e nella formazione delle competenze digitali.
In Italia, lo è appena il 17%, mentre l’86% dichiara di non avere le competenze digitali necessarie e l’87% si sente altrettanto impreparato per i prossimi cinque anni.

Italia sotto la media globale

Il punteggio globale complessivo del Salesforce Index per la preparazione digitale, valutato in termini di preparazione, livello di abilità, accesso e partecipazione attiva all’aggiornamento delle competenze digitali, è pari a 33 su 100. L’Italia è sotto la media globale, registrando un Salesforce Index di 25. I paesi rappresentati nell’indagine variano da un punteggio massimo di 63 a un minimo di 15, un dato che sottolinea come vi sia un urgente bisogno di investimenti a livello globale per colmare questo gap e creare una forza lavoro più inclusiva.

Il divario a livello generazionale

Le competenze digitali quotidiane, come la navigazione sul web, spesso non rispecchiano quelle ritenute fondamentali dalle aziende per favorire la ripresa.Più di due terzi degli intervistati della Generazione Z (64%) afferma di possedere competenze avanzate sui social media, ma solo il 31% ritiene di possedere competenze digitali più avanzate. Una differenza ancora più netta in Italia, dove l’81% dei Gen Z ritiene di avere un livello avanzato nelle competenze social, ma solo il 19% pensa di possedere le competenze digitali necessarie per il mondo del lavoro di oggi. A livello globale il 37% della Gen Z si sta attivamente formando per le competenze necessarie nei prossimi cinque anni, rispetto al 12% dei Baby Boomer, e anche in Italia a dichiararsi proattivo sul fronte della formazione sono soprattutto i giovani della Gen Z. Uno su quattro (26%) rispetto a uno su cinque dei Millennial (19%) e nemmeno uno su dieci dei Baby Boomer (7%).

Le collaboration technologies sono la priorità

Le competenze nella tecnologia di collaborazione, riferisce Adnkronos, sono considerate le più importanti per i lavoratori sia oggi sia nei prossimi cinque anni. Ma nonostante l’abilità degli intervistati con le principali tecnologie di collaborazione a uso quotidiano, come i social media, solo il 25% si considera avanzato per le competenze tecnologiche di collaborazione necessarie per il lavoro. In Italia la percezione delle priorità a livello di competenze cambia molto a seconda della generazione. I più giovani della Gen Z e i Baby Boomer riconoscono le collaboration technologies come priorità per lo svolgimento del proprio lavoro. Tale percezione non collima con quella dei Millennial e della Generazione X, secondo cui è più importante formarsi in materia di e-commerce e commercio digitale.

Più che in altri ambiti l’informazione economica deve offrire ai lettori non solo le notizie, ma anche e soprattutto l’analisi delle stesse. Secondo una ricerca realizzata da Gpf Inspiring Research su incarico di Economy Group, l’analisi a supporto della notizia costituisce infatti l’elemento fondamentale nella fruizione di informazioni economiche per 7 intervistati su 10, con un quarto del campione che la considera assolutamente prioritaria. Per quanto riguarda le case history risultano gradite da quasi due terzi del campione della ricerca, costituito da 300 fruitori regolari d’informazione economica, tra imprenditori, dirigenti/AD di Pmi e professionisti della consulenza economica.

Massima autorevolezza dei siti Internet specializzati

Ma dall’informazione economica la maggioranza degli intervistati pretende anche la ‘precisione’. E la percezione di massima autorevolezza è assegnata ai siti Internet specializzati.
Quasi un terzo del campione li ritiene infatti estremamente autorevoli, mentre oltre 8 intervistati su 10 li ritiene affidabili.  Dopo i siti Internet specializzati, gli intervistati indicano al secondo posto per autorevolezza le fonti Internet in generale, e le riviste specializzate su tematiche economico-finanziarie. Al contrario, le fonti meno autorevoli in fatto di informazione economica sono identificate dal campione con i social media in generale, e YouTube in particolare.

Il rilancio del sito specializzato

Ai risultati della ricerca  si è ispirato il rilancio del sito www.economymagazine.it, online da qualche giorno. Si tratta di un sito che si ripromette di diventare un punto di riferimento importante nel panorama dell’informazione economica nazionale. E che confortato dai primi risultati positivi, sta aprendo i suoi server ai contributi d’opinione, dibattito, critica e, appunto, analisi non solo alle firme storiche del gruppo, come Franco Tatò, Giulio Sapelli, Andra Granelli e Marco Onado, ma anche a nuovi contributor provenienti dal mondo delle professioni, della ricerca e dell’impresa italiana.

L’analisi delle notizie deve affiancare la pura cronaca

Il comun denominatore del sito è la capacità di aiutare proprio l’analisi delle notizie, che in un ambito complesso e cruciale come l’economia deve assolutamente affiancare la pura cronaca.Economymagazine.it, affidato al caporedattore Francesco Condoluci, s’inserisce nella produzione multimediale del gruppo, che realizza anche Investiremag.it, sito di riferimento per il mondo del risparmio gestito, della consulenza finanziaria e delle analisi di mercato, le rubriche multimediali Investire Now, Largo ai Consulenti, Sportello Economy, la newsletter quotidiana Investire Today e ulteriori newsletter verticali.

Nuova anno, nuovo pericolo di aumento dei costi legati all’energia. Tanto che si potrebbe rischiare un rincaro che sfiora addirittura l’80% in bolletta, una vera e propria “botta” per le famiglie dopo quella subita l’anno scorso. Già, perché nel 2021 i nuclei familiari hanno dovuto affrontare un salasso di oltre 1.630 euro annuali complessivi, pari a un aumento del 32% su base annua. Tradotto in cifre, si tratta di un rincaro di circa 400 euro rispetto al 2020. A dirlo è un’analisi recentemente condotta dai Facile.it.  Secondo le stime, se il prezzo dell’energia rimarrà sui livelli attuali, a parità di consumi e in assenza di ulteriori interventi governativi, a fine anno gli italiani si troveranno a pagare una bolletta complessiva che potrebbe sfiorare i 3.000 euro, l’80% in più rispetto al 2021, con un aggravio di oltre 1.300 euro a famiglia.

Sui bilanci familiari pesa di più il gas dell’elettricità 

A pesare maggiormente sui bilanci delle famiglie è stata la bolletta del gas, che lo scorso anno ha superato i 960 euro, in aumento del 31% rispetto al 2020. La spesa per la luce, invece, è stata di circa 670 euro (+33% su base annua). “Guardando al prezzo delle bollette in Italia negli ultimi 15 anni, mai le tariffe sono state così alte e alcuni segnali ci inducono a pensare che la situazione potrebbe restare critica almeno fino a metà anno, se non di più», spiega Silvia Rossi, BU Director Gas & Power di Facile.it. «In questo senso, quindi, l’intervento del Governo rappresenterebbe una vera boccata d’ossigeno per le famiglie. Una strategia per risparmiare rimane quella di valutare il passaggio al mercato libero; guardando alle migliori tariffe disponibili online, il passaggio potrebbe far risparmiare fino al 22% per il gas e addirittura il 38% per l’energia elettrica”.

Un’analisi ampia

Per avere un reale quadro dell’andamento dei costi legati all’energia, l’analisi è stata realizzata su un campione di oltre 75.000 contratti di fornitura raccolti nel 2021 considerando un consumo medio pari a 2.879 kWh per l’energia elettrica e 1.185 smc per la fornitura di gas, prendendo in considerazione i prezzi offerti nel mercato tutelato.

Quali sono i settori più colpiti dalla pandemia e quali quelli in ripresa? Quanti i rapporti di lavori cessati e attivati? Quali sono le nuove professioni più richieste? A queste e altre domande rispondono Adnkronos ed Expleo attraverso l’analisi dei dati del Ministero del Lavoro, dell’ISTAT, di Unioncamere-Anpal, Sistema Informativo Excelsior, e di OECD, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Di fatto, i dati Istat indicano che il Covid ha rallentato la crescita del tasso di occupazione: se dal 2016 al 2019 il tasso di occupazione è cresciuto costantemente, nel 2020 la pandemia ha fatto scendere il dato al 58,1%.

Il lavoro c’è, ma a tempo determinato

Dai dati del Ministero del Lavoro sui primi tre trimestri tra il 2017 e il 2021 risulta che nel 2020 si è registrata una diminuzione del 20% nei rapporti di lavoro attivati. La tendenza è tornata però positiva nei primi tre trimestri del 2021, con una ripresa del 15%. Per contro, il 2020 ha registrato un numero decisamente più contenuto di rapporti di lavoro cessati. Un dato legato anche al blocco dei licenziamenti introdotto dal Governo, prorogato fino ad aprile 2022.
Complessivamente, nei tre anni considerati sono stati attivati l’8% in meno di contratti di lavoro. E a livello di tipologia di contratto domina il tempo determinato, che nel 2021 rappresenta il 70% del totale, contro il 15% del tempo indeterminato.

Posti vacanti in aumento

Il 2020 ha portato poi un calo considerevole nei rapporti di lavoro attivati quasi in tutti i settori, a eccezione del personale domestico, che nei primi tre trimestri dell’anno segna un aumento del 37%. Nel 2021 invece la maggior parte dei rapporti è stata attivata nel settore PA, Istruzione e Sanità (16,3% del totale). Significativa anche la ripartenza del settore alberghiero e ristorazione, che segna +11% di contratti attivati rispetto all’anno precedente.
Dal primo trimestre 2018 al terzo trimestre 2021 i dati Istat segnalano però un aumento generalizzato del tasso di posti vacanti, che si attesta attorno allo 0,7%-0,8%. Solo nei primi sei mesi del 2020 si registra un decremento del tasso dei posti vacanti, attestato tra 0,5% e 1%, contro il 2-2,1% del terzo trimestre 2021.

Le professioni del futuro 

Il settore che registra un più alto tasso di posti vacanti è quello delle costruzioni (3,3%), seguito da alloggi e ristorazione (2,9%), e attività professionali, tecniche e scientifiche (2,4%). Ma in linea con la transizione ecologica e la digitalizzazione, le figure professionali maggiormente richieste nei prossimi anni saranno quelle con specifiche competenze digitali (circa 2 milioni di lavoratori) e quelle con competenze green (circa 2,3 milioni).In ogni caso, dal 2013 al 2020, si nota un costante seppur minimo incremento nel grado di soddisfazione degli occupati. E i più soddisfatti sono i lavoratori del Trentino Alto Adige, con un valore medio del 7,9, seguiti da quelli della Valle d’Aosta (7,7) e della Lombardia (7,6).