Negli ultimi quindici anni Enel ha trasformato la propria identità: da grande utility storicamente legata alla generazione convenzionale a gruppo globale orientato alle energie rinnovabili, alle reti intelligenti e ai servizi per la clientela. Questo processo non è solo la storia di una singola azienda, ma un laboratorio di policy, investimenti e innovazione che offre indicazioni pratiche per la transizione energetica italiana e per il rilancio industriale del Paese.

Introduzione: contesto e accelerazione della transizione

La spinta verso la decarbonizzazione, le aspettative degli investitori e le opportunità tecnologiche hanno costretto il settore energetico a ripensare modelli di business consolidati. Enel, uno dei principali gruppi energetici europei con radici italiane, ha risposto con una strategia che combina dismissioni di asset tradizionali, aumento degli investimenti nelle rinnovabili e nello sviluppo delle reti elettriche, oltre a nuovi servizi digitali per clienti e imprese. L’operazione ha implicazioni immediate sul mercato del lavoro, sugli equilibri geopolitici dell’energia e sulla capacità dell’Italia di attrarre capitali esteri.

Analisi: strategia, numeri e casi emblematici

La strategia aziendale si basa su tre pilastri: decarbonizzazione, modernizzazione delle reti e servizi a valore aggiunto. Sul fronte delle rinnovabili, Enel ha progressivamente incrementato la sua capacità installata costruendo parchi eolici e solari in Europa, America Latina e altre aree; oggi la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili rappresenta la maggioranza della produzione del gruppo, un cambiamento radicale rispetto al passato. Parallelamente, il gruppo ha destinato risorse significative alla digitalizzazione e all’ammodernamento delle reti, investendo in smart grids e sistemi di accumulo per gestire l’intermittency delle rinnovabili.

Un esempio operativo è la crescita di Enel X, la divisione dedicata a servizi energetici avanzati: soluzioni di efficienza per aziende, infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici e progetti di demand response. Queste attività hanno creato nuovi ricavi con margini più elevati rispetto alla sola vendita di energia commodity e hanno posizionato l’azienda come fornitore integrato di soluzioni energetiche.

Dal punto di vista finanziario, la riconfigurazione del portafoglio ha permesso a Enel di attrarre investimenti internazionali, migliorare il profilo ESG e accedere a forme di finanziamento a costi più competitivi. Le operazioni di asset rotation — vendite di centrali termiche e reinvestimenti nelle rinnovabili — hanno liberato capitale per progetti green e per l’espansione delle reti. Sul piano occupazionale, la transizione ha generato sia sfide che opportunità: la chiusura di impianti tradizionali ha impattato lavoratori locali, ma la crescita nelle rinnovabili e nei servizi ha creato nuove figure professionali ad alta qualificazione.

Implicazioni per l’Italia: catene del valore, regolazione e competenze

La trasformazione di Enel ha ricadute importanti per l’economia italiana. Primo, la domanda crescente di componenti per impianti solari, turbine eoliche, batterie e infrastrutture di rete può stimolare la filiera industriale nazionale se adeguatamente supportata. Secondo, la modernizzazione delle reti richiede aggiornamenti normativi e processi di autorizzazione più rapidi: permessi lunghi e burocrazia rallentano investimenti vitali per la transizione. Terzo, la sfida delle competenze è centrale: servono percorsi di formazione e riqualificazione per far incontrare l’offerta di lavoro con le nuove esigenze tecnologiche.

In termini di politica industriale, l’esperienza di Enel sottolinea l’importanza di politiche coerenti che coniughino incentivi agli investimenti, stabilità regolatoria e partnership pubblico-private. Le risorse europee e i piani nazionali per la ripresa possono essere catalizzatori se incanalati verso progetti che favoriscano contenuto tecnologico italiano e sviluppo regionale.

Prospettive future: opportunità e rischi

Nei prossimi anni, la capacità delle imprese italiane di partecipare alle filiere globali delle rinnovabili dipenderà da quattro fattori: accesso a capitali a lungo termine, semplificazione delle procedure autorizzative, investimenti in ricerca e formazione, e integrazione delle politiche industriali con quelle energetiche. La traiettoria di Enel mostra che la transizione è remunerativa se accompagnata da scelte strategiche chiare e da una governance che sappia bilanciare obiettivi ambientali, finanziari e sociali.

Per l’Italia, il messaggio è pragmatico: non basta avere grandi utility in trasformazione. Occorre costruire un ecosistema — fornitori, università, PMI, istituzioni finanziarie e regolatori — che traduca la domanda di infrastrutture verdi in crescita occupazionale sostenibile e competitività produttiva. La trasformazione di Enel è un caso di scuola: dimostra che la combinazione di investimenti, innovazione e strategia commerciale può guidare una transizione energetica di successo, ma anche che il Paese deve fare la sua parte per non perdere l’opportunità.

L’economia italiana naviga in acque familiari ma non meno impegnative: crescita fiacca, debito elevato, divari territoriali persistenti e aziende che si adattano alla transizione digitale e verde. Mentre il contesto internazionale resta incerto — tra inflazione moderata, tassi d’interesse ancora superiori ai livelli pre-pandemia e rallentamento della domanda estera — l’Italia deve trasformare queste sfide in leve per una crescita sostenibile e inclusiva.

Nel breve termine il quadro resta di bassa crescita. Le stime macro segnalano una crescita del PIL italiana contenuta, con proiezioni che oscillano attorno a zero virgola/uno virgola percentuale annuo nei prossimi trimestri. Il debito pubblico si mantiene elevato, sopra il 130% del PIL, comprimendo lo spazio fiscale e rendendo il paese più vulnerabile a shock esterni. Sul fronte occupazionale, il tasso di disoccupazione generale si è ridotto rispetto agli anni più duri della crisi, ma il divario tra Nord e Sud e il fenomeno della disoccupazione giovanile rimangono un freno strutturale.

Analisi: dove nascono i problemi e le opportunità

I nodi strutturali dell’economia italiana sono noti: produttività stagnante, elevata frammentazione delle imprese (molte PMI con limitata capacità di investimento), spesa pubblica inefficiente in alcuni settori e infrastrutture non omogenee. Tuttavia, fattori recenti offrono possibilità concrete di rilancio.

1) Transizione energetica e green economy. Il pacchetto di investimenti pubblici e privati destinati alla decarbonizzazione rappresenta una finestra di opportunità. Imprese manifatturiere e fornitori di servizi possono beneficiare della domanda per tecnologie rinnovabili, retrofit degli edifici e mobilità sostenibile. Esempi pratici emergono da distretti del Nord Est dove PMI metalmeccaniche stanno ridefinendo le filiere per componenti di energia pulita, e da start-up innovative nel settore dell’efficienza energetica.

2) Digitalizzazione e modernizzazione delle imprese. La capacità delle aziende italiane di adottare tecnologie cloud, automazione e competenze data-driven è disomogenea. Tuttavia, casi di successo mostrano che anche imprese tradizionali che investono in competenze digitali e formazione ottengono miglioramenti significativi in efficienza produttiva e accesso ai mercati esteri.

3) Mercato del lavoro e capitale umano. L’adeguamento delle competenze resta cruciale: la domanda di profili tecnici, digitali e green cresce più rapidamente dell’offerta. I programmi di formazione professionale e gli incentivi per l’upskilling nelle imprese possono mitigare il mismatch e aumentare la partecipazione al lavoro, specialmente nelle aree del Sud.

4) Ruolo delle politiche pubbliche e dei fondi europei. L’uso efficace delle risorse provenienti dal Next Generation EU e altri programmi europei è decisivo. Investimenti in infrastrutture digitali, trasporti sostenibili e ricerca applicata possono aumentare la produttività territoriale e attrarre investimenti privati.

Esempi pratici: PMI che innovano, reti territoriali e città che attraggono talenti. In diversi casi regionali, consorzi di imprese e incubatori stanno creando piattaforme condivise per ricerca e mercato, riducendo i costi di ingresso per piccole aziende. Allo stesso tempo alcune città medie stanno puntando su qualità della vita, mobilità sostenibile e poli tecnologici per trattenere e attrarre giovani professionisti.

Implicazioni future: cosa serve per sbloccare la crescita

La transizione da stagnazione a crescita sostenibile richiede un mix di politiche coerente e durevole. Prima di tutto, migliorare l’efficienza della spesa pubblica indirizzandola verso investimenti con alto ritorno sociale ed economico: infrastrutture digitali, formazione tecnica, ricerca industriale. In secondo luogo, politiche attive del lavoro mirate a colmare il divario di competenze e a favorire l’incontro domanda-offerta con misure territoriali ad hoc.

In terzo luogo, incentivi stabili per le imprese che investono in tecnologia e sostenibilità, accompagnati da semplificazioni burocratiche che riducano i tempi e i costi di investimento. Inoltre, un approccio che valorizzi i distretti industriali e le filiere lunghe, favorendo aggregazioni e scale-up, può aumentare la resilienza delle PMI italiane.

Infine, la politica macroeconomica dovrà bilanciare consolidamento fiscale e investimenti produttivi, mantenendo una comunicazione chiara per ridurre le incertezze degli investitori. La sfida è ambiziosa ma affrontabile: con strategie che uniscano riforme strutturali e investimenti mirati, l’Italia può trasformare le sue vulnerabilità in punti di forza e avviare una crescita più robusta e inclusiva.

Il 52% delle persone over 55 dice di preferire una pubblicità abbastanza realistica, ma gradevole. Non edulcorata, non caricaturale, soprattutto non finta giovane. E poi c’è un altro 30% che va ancora oltre e chiede rappresentazioni molto realistiche, quasi senza sconti. Lo dice una recentissima ricerca di Eumetra. I Silver non chiedono di essere rassicurati, chiedono di essere trattati da adulti pensanti.

Il problema, però, non riguarda solo loro. Riguarda il modo in cui la pubblicità racconta le persone in generale.

Quando la pubblicità non ci assomiglia più

Uno degli aspetti più interessanti che emerge dalla ricerca è il tema dell’identificazione. O meglio, della sua assenza. Il 79% delle persone non si riconosce nel modo in cui la pubblicità rappresenta il genere a cui appartiene. Se si parla di età, si arriva all’81%. È come guardarsi allo specchio e non vedersi.

Agli estremi generazionali questa distanza si sente ancora di più. La Gen Z rifiuta immagini rigide, stereotipate, lontane da un’identità fluida e reale. I Boomer, dall’altra parte, faticano a riconoscersi in narrazioni che li descrivono come fermi, superati, marginali. In mezzo c’è una frattura che produce diffidenza, ma anche un’opportunità enorme per chi sa ascoltare.

Silver oggi, Silver domani: non è solo una questione di età

Continuare a parlare di target 55+ come se fosse un gruppo compatto non regge più. I Silver di oggi sono più attivi, più digitali, più esigenti. Prendono decisioni economiche importanti, influenzano consumi e scelte familiari, hanno aspettative alte verso brand e servizi.

E i Silver di domani? Arriveranno con un bagaglio ancora diverso, fatto di percorsi meno lineari, valori nuovi e una maggiore consapevolezza di sé. Per le aziende questo significa una cosa semplice, ma impegnativa: non basta cambiare tono di voce. Serve ripensare il rapporto.

Meno stereotipi, più fiducia

Il 66% delle persone dichiara di fidarsi di più dei brand che evitano i luoghi comuni. Eppure gli stereotipi continuano a dominare settori come cosmetica, alimentazione, abbigliamento, servizi finanziari. Il risultato sono messaggi che scorrono via senza lasciare traccia.

Quando invece la comunicazione sceglie strade meno battute, racconta storie credibili, mostra persone vere, l’effetto si vede. Per il pubblico Silver, sentirsi rappresentati nel modo giusto non è solo una questione di immagine: è una leva concreta di relazione e valore.

Ascoltare per sapere dove andare

È in questo contesto che si inserisce l’Osservatorio Silver Longevity di Eumetra, pensato per aiutare aziende e brand a leggere i cambiamenti in atto. Non una fotografia statica, ma una bussola per orientarsi nella longevity economy.

Perché oggi il vero vantaggio competitivo non sta nel “parlare ai Silver”. Sta nel fermarsi, ascoltare davvero e accettare che la realtà, spesso, è molto più interessante degli stereotipi.

Nel 2024 in Italia sono state registrate 89 milioni di presenze cicloturistiche, per un impatto economico stimato di 9,8 miliardi di euro (dati Insart – Unioncamere).
Nel 2024 il numero di cicloturisti è cresciuto del 54% rispetto al 2023, confermando il cicloturismo come uno dei settori più dinamici del turismo.

Il 59° Rapporto Censis mette in evidenza un cambio culturale da parte degli italiani, che oggi tendono a una maggiore ricerca di momenti di benessere e ‘pause rigenerative’.
La bici è infatti un mezzo di trasporto e ricreativo che rappresenta la risposta concreta alla domanda di esperienze slow, benessere e attività all’aria aperta, ma anche alle sfide del turismo moderno, sostenibile, inclusivo e rigenerativo.

Si comprano meno biciclette, ma si usano di più

A fronte di un mercato delle biciclette poco dinamico in gran parte dei Paesi europei, l’interesse verso la bici è aumentato, a testimonianza sia del cambiamento strutturale della domanda sia del “salto” culturale: si compra meno, ma si usa di più.

L’ultimo rapporto ISFORT sulla mobilità ha certificato un aumento dell’uso della bicicletta del 27% in un solo anno, un dato superato solo da quello del cicloturismo. E dai dati dell’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio, emerge che nel 2024 la vacanza attiva ha motivato oltre 1 turista su 4 tra quanti hanno trascorso una vacanza in Italia. 
Tanto che tra le attività outdoor preferite, dopo quelle di montagna e il trekking, oggi si posiziona proprio il cicloturismo.

Il cicloturista rafforza l’economia locale

Il cicloturismo rappresenta oltre il 10% del totale delle presenze turistiche nel Paese. Nel 2023, si contavano oltre 56 milioni di cicloturisti, con un valore economico superiore a 5,5 miliardi di euro, in crescita costante.
Il cicloturista poi spende mediamente più della media turistica italiana per beni e servizi, rafforzando l’economia locale e le filiere del turismo sostenibile.

In sintesi, il valore economico non risiede più tanto nella produzione della bicicletta, quanto nel suo uso e nella capacità di generare turismo, servizi e indotto locale attraverso nuovi business in continua evoluzione.
Ma il cicloturismo continua a crescere anche perché intercetta opportunità generate da crisi o trasformazioni di altri settori.

Un’opportunità anche per altri settori legati al turismo

Nell’estate 2025 la Ciclabile dei Fiori lungo la costa ligure, tra Sanremo e Imperia, ha registrato un aumento dei passaggi e delle presenze con effetti positivi su bar, hotel e servizi locali. Così è stato per le strutture termali e l’Anello dei Colli Euganei (Padova), dove la bicicletta è diventata parte dell’offerta di salute, tempo libero e prevenzione.

Nonostante non sia possibile stabilire un nesso diretto di causa-effetto, questo scenario suggerisce come l’introduzione di offerte legate alla bici possa rappresentare un’opportunità anche per settori come quello balneare o termale.
Questi esempi mostrano come la bici non sia soltanto un mezzo di trasporto o un’attività ricreativa, ma possa diventare un elemento strategico capace di generare nuovi flussi turistici e valore per i territori.

Ogni anno il rapporto Io sono Cultura – firmato da Fondazione Symbola con Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte – arriva come un piccolo promemoria collettivo: la cultura, in Italia, non è un’aggiunta facoltativa, ma un pezzo di DNA. Un “motore silenzioso” che spesso non vediamo, ma che continua a far girare l’economia più di quanto immaginiamo.

Un settore che non fa molto rumore, ma lascia un grande segno

Guardando i dati del 2024, la fotografia è chiara: il sistema culturale e creativo ha prodotto 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto, con un aumento del 2,1% rispetto all’anno prima. Non è solo una cifra: è il lavoro di oltre un milione e mezzo di persone, cresciute dell’1,6%.
E se allarghiamo lo sguardo all’indotto, la stima sale a 302,9 miliardi di euro. Praticamente il 15,5% della ricchezza nazionale. Non proprio briciole.

Tra tutti i comparti, quello dei software e videogiochi corre più veloce degli altri. Con 17,7 miliardi di euro di valore aggiunto, oggi è il segmento che spinge di più l’intera filiera. Chi avrebbe detto, qualche anno fa, che i videogame sarebbero diventati uno dei cuori pulsanti della cultura italiana?

L’Italia della cultura si muove in modo diverso

Milano e Roma restano le colonne portanti del settore, seguite da Torino, Firenze, Monza-Brianza, Trieste e Bologna. Fin qui, nulla di inatteso.
La sorpresa arriva dal Mezzogiorno: nel 2024 il Sud ha corso più del resto del Paese, sia nel valore prodotto (+4,2%) sia nell’occupazione (+2,9%). Sardegna e Calabria, in particolare, mostrano crescite che non si vedevano da tempo. Segnali di un risveglio che merita attenzione.

La cultura è un forza trainante, ma rilassata

Ermete Realacci (Fondazione Symbola) ricorda che la cultura non è “il lusso del sabato pomeriggio”, ma un vero asse competitivo. Lo ripete spesso anche il Presidente Mattarella: non è un vezzo, è un valore.
Andrea Prete (Unioncamere) mette invece il dito sulla piaga: le competenze.

Le imprese cercano figure capaci di unire creatività e tecnologia, ma trovare questi profili è sempre più difficile. È il paradosso italiano: abbiamo un settore che cresce, ma fatica a trovare le persone giuste.

Dove stiamo andando?

Il rapporto Io sono Cultura 2025 ci restituisce un Paese che cambia con discrezione, ma cambia davvero. La cultura, ancora una volta, non si limita a raccontare l’Italia: la costruisce. E continua a farlo ogni giorno, spesso senza clamore, ma con una forza sorprendentemente concreta.

A volte basta fermarsi a un semaforo per accorgersi che, accanto a noi, c’è un guidatore con qualche primavera in più.
Non è solo una sensazione: secondo un’analisi realizzata da Facile.it su oltre cinque milioni di preventivi RC auto, quasi il 3% delle richieste arriva da automobilisti nati prima del 1945.
Tradotto: in Italia potremmo avere vicino al milione di over 80 ancora alla guida. Un numero che fa riflettere, e anche un po’ sorridere, pensando alla loro determinazione.

L’età conta… e le compagnie assicurative lo sanno

Che l’esperienza al volante aiuti è fuori discussione; chi guida da decenni ha un istinto che non si compra. Però il tempo passa per tutti, e con l’età avanzano anche limiti che possono pesare sulle assicurazioni: vista meno brillante, udito non più impeccabile, riflessi un po’ rallentati.

Nello studio, Facile.it ha considerato un gruppo di automobilisti lombardi in prima classe di merito, con auto tra 1.200 e 1.400 cc e formula “guida esperta”. E qui arriva il punto: al compimento degli 80 anni, la tariffa media RC auto prende il volo. Gli assicurati tra gli 80 e gli 89 anni pagano in media 356 euro, circa il 10% in più rispetto ai cinquantenni e addirittura il 15% in più rispetto ai sessantenni.
Questo perchè, secondo gli esperti, il fattore età può diventare un elemento importante nella valutazione delle probabilità di provocare un incidente. E ovviamente le compagnie di assicurazione ne tengono conto.

La patente dopo gli 80: si può guidare, ma con qualche controllo in più

Una cosa è certa: la legge italiana non stabilisce un “capolinea” oltre il quale non si possa più guidare. La patente B resta rinnovabile anche oltre gli 80 anni, ma con una frequenza più serrata.

Si parte con un rinnovo ogni 10 anni fino ai 50, poi si passa a 5 anni fino ai 70, quindi a 3 anni fino agli 80. Dopo questa soglia, serve un controllo ogni due anni. Nulla di proibitivo, ma sicuramente un impegno costante. Le visite servono a verificare che vista, udito, riflessi e capacità motorie siano ancora adeguati alla guida. In presenza di patologie come diabete o problemi cardiaci, possono essere richiesti esami aggiuntivi.

Equilibrio tra autonomia e sicurezza

La fotografia scattata da questi dati racconta un Paese che invecchia, sì, ma che resta attivo. Molti over 80 non rinunciano alla loro auto, simbolo di libertà e indipendenza.
La sfida, oggi, è trovare il giusto equilibrio tra il loro diritto a muoversi e la sicurezza di tutti.

C’è una questione aperta sul tavole dell’informazione, che solleva ben più di un interrogativo: i sistemi di Intelligenza Artificiale sono davvero affidabili quando forniscono notizie?

È questa la domanda che ha dato origine a una ricerca internazionale coordinata dalla European Broadcasting Union (Ebu) e guidata dalla Bbc, che ha coinvolto 22 media pubblici provenienti da 18 Paesi e 14 lingue diverse.

Un test su quattro intelligenze artificiali

I ricercatori hanno predisposto una lista di 30 quesiti da rivolgere a quattro strumenti di IA generativa molto diffusi: ChatGPT, Gemini, Perplexity e Copilot. Alcune domande erano di carattere universale, altre adattate ai singoli contesti nazionali. Tra i temi proposti: dati biografici su figure note come Elon Musk, questioni politiche globali come le decisioni di Donald Trump sul commercio internazionale, fino ad arrivare a notizie di cronaca come il numero delle vittime di un terremoto in Myanmar.

Dalle risposte sono emerse criticità tutt’altro che trascurabili: il 45 per cento dei contenuti restituiti presentava errori considerati significativi, tali da mettere a rischio la correttezza dell’informazione. La percentuale sale addirittura all’81 per cento se si includono le imprecisioni più lievi, che pur senza stravolgere i fatti contribuiscono a una rappresentazione distorta della realtà.
La problematica principale riguarda l’uso e la citazione delle fonti: spesso inesistenti, non verificabili o addirittura riportate in modo scorretto.

Un campanello d’allarme per il giornalismo

Lo studio, il più esteso finora condotto sul tema, mette in evidenza un rischio crescente per l’ecosistema informativo. Oggi una parte significativa degli utenti utilizza gli assistenti conversazionali come strumento per aggiornarsi sull’attualità: secondo il Digital News Report del Reuters Institute, lo fa il 7 per cento degli utenti online, percentuale che raggiunge il 15 per cento nella fascia sotto i 25 anni.

Se da un lato l’IA rappresenta un’opportunità per coinvolgere un pubblico più ampio, dall’altro la fiducia resta un pilastro fondamentale. Jean Philip De Tender, Media Director e vice direttore generale dell’Ebu, ha sottolineato come errori ricorrenti possano incrinare il rapporto tra cittadini e informazione, affermando che quando non si sa più a chi credere, si finisce per non credere a nulla.

Verso regole più chiare e controlli accurati

Proprio per preservare l’integrità delle notizie, l’Ebu ha chiesto alle istituzioni europee e nazionali di far rispettare con rigore le norme già esistenti su pluralismo, servizi digitali e qualità dell’informazione. L’Unione ritiene inoltre indispensabile un monitoraggio indipendente e costante dell’evoluzione degli assistenti IA, così da garantire ai cittadini notizie verificate e trasparenti.

Riuscire a mixare lavoro e tempo libero non è più un’eccezione, ma una trend consolidato e che continua a crescere. Si chiama “workcation” ed è la possibilità di prolungare le vacanze lavorando da remoto. Secondo il terzo Barometro annuale “Work from Anywhere” di International Workplace Group (IWG), Roma si conferma tra le dieci migliori destinazioni globali del 2025 per chi sceglie questo stile di vita.

IWG, leader mondiale nel settore degli spazi di lavoro flessibili con oltre 4.000 sedi in 120 Paesi, ha analizzato 40 grandi città valutandole su 12 criteri: dal clima alla cultura, dalla qualità del cibo alla velocità della connessione internet, passando per sostenibilità, trasporti e disponibilità di coworking. Quest’anno si sono aggiunti nuovi parametri, come il costo dei visti per nomadi digitali e la vicinanza a spiagge, montagne o parchi naturali.

Roma ottava nella classifica mondiale

La capitale italiana si piazza all’ottavo posto, grazie alla sua straordinaria offerta culturale, alla tradizione enogastronomica e alla recente normativa che semplifica l’ingresso dei nomadi digitali in Italia. In vetta al ranking spiccano Tokyo, Rio de Janeiro e Budapest, seguite da Seoul, Barcellona, Pechino e Lisbona. Roma precede invece Parigi e La Valletta, che chiudono la Top 10.

Tokyo, Rio e Budapest sul podio

Tokyo guida la classifica con 91 punti su 120: merito delle connessioni ultraveloci, della sicurezza, dell’efficienza dei trasporti e del nuovo visto per nomadi digitali introdotto nell’aprile 2024.

Rio de Janeiro conquista il secondo posto (90/100) grazie alla rete 5G, ai coworking in aumento e a un costo della vita competitivo, senza dimenticare spiagge iconiche come Copacabana. Budapest completa il podio (89,5/100), apprezzata per gli alloggi accessibili e la vivace vita culturale.

New entry e mete emergenti

Tra le novità di quest’anno spiccano Seoul, al quarto posto, con internet velocissimo e visti semplificati; Parigi, nona classificata, con un’offerta culturale e professionale d’eccellenza; e La Valletta, decima, che convince grazie al clima mediterraneo e al fascino storico.

Il report segnala inoltre dieci città emergenti per il “workcation”, tra cui Città del Capo, Praga, Melbourne e Reykjavik, che uniscono infrastrutture moderne a paesaggi unici.

Una tendenza destinata a crescere

Secondo IWG, l’84% dei lavoratori ibridi ha già esteso o prenderebbe in considerazione di estendere una vacanza per lavorare da remoto. Una scelta che migliora l’equilibrio tra vita privata e professionale, riduce il rischio di burnout e può persino aumentare la produttività delle aziende fino all’11% nei prossimi cinque anni.

Il messaggio è chiaro: il lavoro da qualsiasi luogo non è più un sogno, ma una realtà sempre più diffusa. E Roma, con la sua storia millenaria e la sua energia contemporanea, è pronta a giocare un ruolo da protagonista.

Gli italiani considerano importante l’informazione (68,4%) ma poi dedicano meno di mezz’ora al giorno a scoprire cosa succede in Italia e nel mondo (63,5%). Otto su 10 ammettono però di avere difficoltà a capire se una notizia è vera o falsa. E l’83,8% confessa di aver creduto a notizie false in passato. Inoltre, il 42% ha condiviso notizie poi rivelatesi false.

Di fronte a una notizia che smentisce le proprie convinzioni, la maggioranza tende ad approfondire e verificare con altre fonti. Tuttavia, se la notizia viene da un giornalista solo il 7,1% tende a pensare che sia falsa, mentre la percentuale sale al 24,5% se la fonte è un influencer.
Questo il quadro emerso dalla ricerca promossa dall’Istituto nazionale per la comunicazione (Inc) ‘Senza filtri: l’informazione nell’epoca della disintermediazione tra opportunità e caos’ condotta da AstraRicerche.

I poteri “forti” sono responsabili della diffusione di notizie “di parte”

Sull’influenza e il controllo dell’informazione la percezione è che i poteri economici (60,9%) e politici italiani (60,5%) siano i principali responsabili della diffusione di notizie ‘di parte’ o fake news, seguiti dagli interessi delle piattaforme social (55,9%) e dai poteri politici esteri (55,8%).

E la preoccupazione per le fake news è piuttosto diffusa. Alla maggioranza degli intervistati capita di leggere una notizia e pensare che possa essere falsa (59,5% a volte, 24,2% spesso). La difficoltà nel capire se una notizia è falsa è percepita come media: solo 4 su 10 ritengono che sia molto o abbastanza difficile. 

È richiesta maggiore regolamentazione per i comunicatori online

Il 62,3% degli intervistati ritiene che le regole deontologiche dei giornalisti dovrebbero essere applicate a chiunque comunichi sui mezzi di informazione. Tuttavia, per il 50,1% anche molti giornalisti non rispettano tali regole. Anche il controllo delle fake news da parte delle piattaforme è un tema caldo. Il 65,0% pensa che il gruppo di persone che controlla le notizie dovrebbe essere scelto senza preconcetti, e il 60,8% vede un rischio nel controllo basato solo sugli utenti.

Interessante è la percezione di chi determina il flusso delle informazioni online, giornalisti e media tradizionali (45,1%), ancora visti come i principali attori, seguiti dalle piattaforme con i loro algoritmi (43,8%).

AI: prevale il timore di informazioni scorrette 

La maggior parte degli utenti (70,0%) è consapevole che siti e portali online mostrino notizie personalizzate in base alle loro abitudini. Questo è percepito più come un rischio che un aiuto nel trovare le notizie rilevanti.

Ma anche l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella sintesi delle notizie, riporta Adnkronos, è considerata più come un rischio che come un aiuto.
Prevalgono infatti i timori di informazioni non corrette (58,4%) e di una minore sollecitazione alla verifica delle fonti (57,0%) rispetto all’aiuto dato agli utenti (37,9%).

Il NetRetail Books è lo studio sulle abitudini di lettura e gli acquisti di libri degli italiani in Italia e all’estero realizzato da Netcomm. E la seconda edizione dello studio, relativa al 2024, rivela che i negozi online avvicinano la lettura, soprattutto coloro che vivono in zone con poche librerie.

Per chi vive in aree con difficile accesso alle librerie fisiche, il 26% della popolazione italiana, i motori di ricerca sono il canale più utilizzato per scoprire nuovi titoli (37,2%), seguito da consigli di amici e conoscenti, vetrine dei punti vendita, contenuti sui social e siti di e-commerce.

All’estero, tre quarti degli acquirenti di libri in italiano (71,8%) acquista online, mentre in Italia uno su due legge di più grazie all’e-commerce. E il 65% degli acquirenti offline consulta almeno una fonte online (70% all’estero).

Un punto di riferimento importante per scegliere il libro giusto

Il 56,3% del campione, che rappresenta 24,9 milioni di individui, acquista almeno un libro in negozio online o offline.
Di questi, più della metà, il 57%, compra sia online sia offline, con solo il 20,6% e il 20,3% che acquista esclusivamente online e offline.

Anche per i lettori che acquistano solo in negozi fisici, i canali online rappresentano un punto di riferimento importante per la scelta del libro, svolgendo un ruolo complementare e di supporto alle librerie.
Il 65% di questa categoria, prima dell’acquisto in libreria, consulta almeno una fonte online, in particolare, motori di ricerca (24,7%), recensioni su social e blog (19,3%), i siti di e-commerce (12,9%).

Under25 più propensi ad acquistare

Circa 8 lettori su 10 concordano sul fatto che i negozi online avvicinano la lettura alle persone che vivono in aree con poche librerie. Si tratta di un’opinione più diffusa col crescere dell’età. Questo dato tocca infatti percentuali superiori all’85% tra i lettori over55 e dell’87,5% over64.

Gli under25 sono la fascia di età con maggiore propensione all’acquisto di libri in generale: l’65,9% ha acquistato almeno un libro nell’ultimo anno.
Seguono i 35-44enni (64,1%) e i 25-34enni (62,8%), che vivono il digitale come un mezzo che consente di leggere di più.

Il genere più comprato sul web è “Altro”

Mentre tra i generi più apprezzati dai lettori figurano i gialli (19,3%), la narrativa italiana (12,8%) e i fumetti (10,7%), tra i lettori online primeggiano generi più di nicchia.

Il genere più acquistato, infatti, è ‘Altro’, ovvero saggi, libri su religione, filosofia, crescita personale, formazione e viaggi, che raggiungono complessivamente il 17,2%. E dopo gli immancabili gialli e thriller, si posizionano al terzo e quarto posto la letteratura italiana e quella straniera.
Per quanto riguarda gli italiani all’estero, il genere più letto è la narrativa italiana, con un incremento del 29% rispetto all’Italia.