Optoprim è un’azienda con sede a Monza, nota per le sue capacità nell’ambito tecnologico e delle lavorazioni laser in particolare, nonché della fotonica. Tali tecnologie possono essere applicate ad esempio a settori quali quello industriale, ma non solo. Da oltre vent’anni questa importante realtà del settore offre supporto ai propri clienti e li aiuta ad individuare i componenti e gli strumenti migliori in grado di consentire loro di migliorare la qualità della produzione nonché di velocizzarla.

Innovazione e soluzioni sempre nuove

Alla base di tale successo e supremazia nel settore vi sono e continui studi e perfezionamenti che vengono continuamente apportati nell’apposito laboratorio, il quale vanta un gran numero di macchinari che consentono di sperimentare sempre nuove soluzioni o affinare quelle esistenti così da sviluppare e migliorare ogni giorno tali tecnologie, rispondendo in maniera sempre più idonea al richieste dei clienti.

All’interno del sito ufficiale Optoprim è possibile visionare una completa gamma di laser, spettrometri, componentistica optomeccanica e ottica nonchè strumenti che servono per la diagnostica di sorgenti luminose, tra l’altro.

Uno strumento che trova applicazione in ogni ambito

Tali soluzioni trovano dunque applicazione in ambito scientifico, industriale, medico e militare. Dal mercato aerospaziale a quello dell’automazione, passando per il settore energetico e quello estetico, tali soluzioni riescono a rendere più semplice ed efficace il lavoro negli ambiti più svariati e soprattutto consentire di ottenere in maniera più rapida gli effetti che precedentemente richiedevano operazioni più lunghe e complesse. Da qui dunque vi è il continuo ricorso ai laser industriali da parte delle realtà produttive più svariate, con notevoli benefici da ogni punto di vista non ultimo quello relativo ai costi di manodopera.

Sono stati selezionati i migliori fornitori in tutto il mondo, in base alla qualità dei loro prodotti e la capacità di innovare, il che è importantissimo per consentire ogni giorno a ciascun utilizzatore dei suddetti dispositivi di poter disporre della tecnologia più avanzata in grado di rappresentare un reale valore per l’ambito in cui opera.

Arriva la bella stagione, e sopratutto in un momento come questo le catenarie stanno diventando un oggetto di alto interesse sia per i privati, che vogliono abbellire il proprio giardino, e sia i locali pubblici, ristoranti e bar in primis, che avranno probabilmente la necessità, nei mesi a venire, di sfruttare gli spazi esterni. Le catenarie consentono di coprire ampie metrature e sono estremamente flessibili, oltre che dare un aspetto festoso ed originale al proprio patio, terrazzo, portico o spazio esterno in generale.

Interessanti sono le soluzioni fai da te, che consentono di scegliere:

  • metratura del cavo elettrico
  • colore
  • posizionamento della lampadine
  • colore lampadine

Si può quindi spaziare da un bianco elegante ad un effetto multicolore, ed uno dei grandi vantaggi di questa soluzione (contrariamente a quanto accade, ad esempio, per le luci che utilizziamo per addobbare l’albero di Natale) è quello del funzionamento indipendente di ciascuna lampadina: se una non funziona, le altre continuano ad illuminarsi

E che dire poi delle tipiche lampadine con filamento a vista, che danno quel tocco di vintage? Ultimamente sono molto apprezzate, con il loro stile retro ma anche elegante e raffinato, per una soluzione di illuminazione low cost fai da te che ti consente di risparmiare davvero molto e, al tempo stesso, riuscire a distribuire in modo uniforme e puntuale l’illuminazione del tuo ambiente esterno.

Le catenarie ad uso esterno devono avere il requisito indispensabile di resistere alla sospensione, e pertanto devono essere dotate di cavo in PVC antistrappo resistente, ed agli agenti atmosferici: occhio quindi alla certificazione IP65, che mette al riparo da eventuali danni dovuti all’esposizione al sole, alla pioggia o, in caso di installazione in località vicine al mare, alla salsedine.

All’interno di uffici e studi professionali di ogni tipo, vi è solitamente una sala d’attesa dove gli utenti sono invitati ad attendere il proprio turno. Considerando che l’attesa di ciascuno può durare pochi minuti così come un’ora o più, è bene fare in modo da rendere questo lasso di tempo il più possibile piacevole e confortevole. Offrire a tutti la possibilità di potersi dissetare è già un buon inizio, in quanto l’acqua può dare sollievo soprattutto nelle giornate afose o in tutte quelle occasioni in cui si avverte la necessità di bere. L’ufficio che decide di erogare questo servizio deve necessariamente tenere a mente i costi al litro dell’acqua (quella dei boccioni costa molto di più di quella di rubinetto) e la qualità della stessa. Non sempre però, preferire la soluzione più economica comporta necessariamente il dover rinunciare alla qualità, al contrario. È ad esempio questo il caso dei distributori d’acqua per ufficio proposti da IWM, che ha rivoluzionato il settore.

Grazie a questo dispenser di ultima generazione infatti, è possibile prelevare direttamente dalla rete idrica l’acqua da bere e trattarla opportunamente grazie al sistema ad osmosi inversa di cui è dotato. L’acqua sarà dunque ancora più salutare e pura dopo il trattamento, con il grande vantaggio di avere il costo basso che tutti sappiamo (l’acqua di rubinetto è decisamente più economica di quella in bottiglia o dei boccioni), ma non solo. Gli innovativi distributori d’acqua IWM consentono anche di personalizzare l’acqua in base ai propri gusti per quel che riguarda la temperatura, il che è davvero eccezionale, così come il poterla bere gasata e magari accompagnata da qualche cubetto di ghiaccio. È una soluzione sempre più adottata all’interno di uffici di ogni tipo, sia per la sua convenienza che per l’assoluta tranquillità del sapere che sarà la stessa IWM ad occuparsi degli interventi di manutenzione periodica.

Quando si decide di cambiare la cucina di casa si va sempre un pò in confusione perché non è mai semplice scegliere qualcosa semplicemente provando ad immaginare come possa inserirsi nel contesto di casa. Una bella cucina componibile, moderna e dal design ricercato, è abbastanza semplice da riconoscere ma non è detto che possa riempire perfettamente gli spazi all’interno dei nostri locali e godere di quella luce necessaria a mettere in evidenza ogni sfumatura. Questi sono i dubbi che solitamente interessano chi decide di rinnovare questo ambiente così importante di casa, ed è naturale nutrire dei dubbi o voler essere assolutamente sicuri trattandosi di un acquisto importante del quale non è possibile pentirsi. Pedrazzini Arreda risolve ogni dubbio o perplessità grazie a tutta una serie di servizi efficienti e all’avanguardia offerti alla propria clientela. Un team di progettisti aiuterà il cliente nell’individuare la soluzione più adatta, sulla base delle esigenze specifiche e degli spazi a disposizione.

Inoltre, grazie ad appositi software di settore, saranno realizzate delle fedeli anteprime tridimensionali in grado di aiutare il cliente a farsi una precisa idea di quello che sarà l’effetto finale una volta installata la nuova cucina. Individuata la soluzione perfetta, un team di falegnami ed installatori si occuperà fisicamente di mettere in posa la vostra nuova cucina, avendo cura di completare gli allacci idrici ed elettrici per consegnarvi una cucina già pronta da vivere. Pedrazzini Arreda opera da oltre 60 anni nel settore della vendita cucine Milano e conosce perfettamente le esigenze dei propri clienti, ed opera ogni giorno nell’ottica di offrire un servizio sempre migliore. Questo è il motivo per cui questa realtà

è considerato un punto di riferimento in Lombardia. Puoi visitare direttamente lo showroom sito in Via Leone Tolstoi 81 a San Giuliano Milanese oppure contattare il recapito telefonico 0298491249  per qualsiasi tipo di richiesta o informazioni.

Per i giovani italiani il cambiamento climatico e il degrado ambientale rappresentano una priorità assoluta nell’agenda di governi e istituzioni. I giovani sono molto preoccupati per le sorti del pianeta, e chiedono interventi e mobilitazioni. Il 22 aprile, in occasione della Giornata Della Terra 2021, Ipsos ha condiviso alcuni dati di un’indagine su 23 paesi per indagare le percezioni dei giovani europei tra i 15 e i 35 anni in merito al cambiamento climatico. Lo studio è stato condotto per #ClimateOfChange, la nuova campagna europea di WeWorld, l’organizzazione italiana di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario, nata con l’obiettivo di sviluppare la consapevolezza dei giovani cittadini e cittadine della UE sul nesso esistente tra cambiamento climatico, migrazioni e attuale modello economico.

Il cambiamento climatico è uno dei problemi più gravi del mondo. Anche al tempo del Covid

Secondo lo studio, quasi la metà (46%) dei giovani europei considera il cambiamento climatico come uno dei problemi più gravi del mondo, il che lo pone al primo posto tra i problemi elencati, anche nel bel mezzo della pandemia da Covid-19. E solo meno di un giovane europeo su dieci (8%) ne nega l’esistenza. Inoltre, la maggioranza dei giovani europei ritiene che spetta ai Governi fronteggiare l’inquinamento e il cambiamento climatico. In caso contrario, per il 70% dei giovani intervistati questo rappresenterebbe “un male per l’economia”, “un segno che il Governo ha le priorità sbagliate” (75%), “la prova che il Governo non ascolta la gente comune” (74%), e la prova di un atteggiamento “pericoloso e irresponsabile” (72%).

Spetta ai paesi economicamente avanzati fare la maggior parte degli sforzi economici e politici       

Una proporzione sostanziale di giovani europei, il 43%, crede che i paesi economicamente avanzati dovrebbero fare la maggior parte degli sforzi economici e politici per ridurre gli effetti del cambiamento climatico. In Europa occidentale, rispetto ad altre regioni, i giovani sono relativamente meno propensi ad affermare che i paesi economicamente avanzati dovrebbero fare più sforzi per affrontare gli effetti del cambiamento climatico, ma sostengono che tutti i Governi debbano sostenere queste responsabilità.

I giovani italiani sono motivati a far partire il cambiamento                 

Anche i giovani italiani, che costituiscono più della metà degli intervistati, sono molto o estremamente preoccupati per il cambiamento climatico. Si tratta di un dato addirittura superiore alla media europea, pari al 54% contro il 46%. Ma non si tratta di una preoccupazione fine a sé stessa, poiché i giovani italiani sono motivati a far partire il cambiamento. E 8 su 10 se potessero, voterebbero, o hanno votato, per i politici che danno la priorità alla lotta al cambiamento climatico e alla migrazione climatica.

Sul fronte del riciclo e dell’economia circolare l’Italia in Europa è la numero uno. Lo certifica il rapporto L’economia circolare italiana per il Next Generation Ue, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Comieco, secondo il quale l’Italia sarebbe il Paese europeo con la più alta percentuale di riciclo (79%), superiore anche a Francia (56%) e Germania (43%). E questo non solo per la scarsità di materie prime e approvvigionamento energetico, ma anche per l’introduzione di processi innovativi nel sistema delle imprese, soprattutto durante la recessione economica degli ultimi anni, e di alcuni modelli di governance virtuosi. Un altro primato italiano è quello di aver migliorato ulteriormente le prestazioni dal 2010 al 2018: nonostante un tasso di riciclo già molto elevato sono arrivate infatti al +8,7%.

Il risparmio energetico

L’alta percentuale di riciclo, si legge nel rapporto, è decisiva dal punto di vista della sostenibilità, non solo per la riduzione dei rifiuti da smaltire e il minore impiego di materie prime, ma per il risparmio energetico, con un conseguente, importante taglio di emissioni climalteranti. Il recupero di materia nei cicli produttivi permette infatti un risparmio annuo pari a 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, e 63 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni di CO2 evitate attraverso il riciclo di materia in Italia valgono l’85% delle emissioni di gas climalteranti provenienti dalla produzione elettrica nazionale (74,5 milioni di tonnellate).

Il riciclo della carta

Se l’intera filiera del riciclo vale complessivamente oltre 70 miliardi di euro di fatturato e impiega 213 mila addetti, in Italia il settore della carta riciclata genera “un fatturato di circa 25 miliardi di euro, l’1,4% del Pil, e occupa circa 200 mila addetti, con un tasso di circolarità medio del 57%”, si legge ancora nel rapporto. Solo nel 2018 il riciclo industriale di carta in Italia ha consentito di evitare consumi energetici pari a 1,5 milioni di tep, ed emissioni climalteranti pari a 4,4 milioni di tonnellate di CO2.

Le 5 direttrici strategiche

Alla luce degli investimenti da realizzare con il Recovery Fund il rapporto di Symbola delinea 5 direttrici strategiche. La prima è ottimizzare la filiera del recupero per potenziare l’economia circolare. In particolare, migliorando la raccolta differenziata e la diffusione di tecnologie avanzate per aumentare la qualità del materiale selezionato. La seconda è decarbonizzare i cicli produttivi, anche attraverso una progressiva conversione energetica, e la terza è creare nuove filiere industriali e di prodotti bio-based, riciclato e riciclabile. La quarta direttrice è investire sulle tecnologie digitali per digitalizzare i processi di gestione delle materie seconde, e la quinta e ultima direttrice individuata dal rapporto di Symbola è ottimizzare la logistica delle materie seconde puntando su hub ferroviari connessi alla rete ferroviaria nazionale, riporta Ansa.

Nel quarto trimestre del 2020 l’effetto delle misure adottate per il contenimento dell’emergenza sanitaria ha provocato la contrazione dell’economia italiana. Il prodotto interno lordo ha registrato una flessione dell’1,9% in termini congiunturali e del 6,6% in termini tendenziali: anche se si tratta di dati non propriamente rosei, sono comunque migliori rispetto alla stima preliminare dell’Istat che prevedeva un calo congiunturale pari a -2%. La variazione acquisita per il 2021 è invece pari a 2,3%. Lo ha reso noto l’Istat, che ha diffuso i conti economici trimestrali, sottolineando come il quarto trimestre 2020 abbia avuto due giornate lavorative in meno del trimestre precedente, e una giornata lavorativa in più rispetto al quarto trimestre del 2019.

L’andamento della domanda interna ed estera 

A trascinare la caduta del Pil “è stata sia la domanda interna (incluse le scorte), sia quella estera, che hanno fornito entrambe un contributo negativo di 1 punto percentuale – si legge nel rapporto -. Sul piano interno è stato fortemente negativo l’apporto dei consumi privati, pari a -1,6 punti, nullo quello degli investimenti, e lievemente positivo, per 0,3 punti, sia quello della spesa della PA sia quello delle scorte”. Sul piano estero l’ampio contributo negativo è derivato da una crescita delle importazioni maggiore di quella delle esportazioni. Inoltre, le ore lavorate sono diminuite dell’1,5%, mentre in lieve risalita sono risultate sia le posizioni lavorative (+0,3%), sia i redditi pro capite (+0,1%).

Spesa delle famiglie, -4,4% in termini congiunturali

La domanda nazionale al netto delle scorte ha fornito un contribuito negativo di 1,3 punti percentuali alla variazione del Pil, con apporti negativi per 1,6 punti percentuali dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private, un contributo nullo degli investimenti fissi lordi, e uno positivo (+ 0,3%) della spesa delle PA. Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del Pil per un +0,3%, mentre il contributo della domanda estera netta è risultato negativo per 1 punto percentuale.

La spesa delle famiglie sul territorio economico ha registrato una diminuzione in termini congiunturali del 4,4%. In particolare, gli acquisti di beni durevoli sono diminuiti del 4,9%, quelli di beni non durevoli del 2%, quelli di servizi del 6,1% e quelli di beni semidurevoli del 2,6%.

Andamenti congiunturali dei principali comparti produttivi

Si registrano poi andamenti congiunturali negativi per il valore aggiunto in tutti i principali comparti produttivi, con agricoltura, industria e servizi diminuiti rispettivamente del 2,8%, dello 0,7% e del 2,3%. Nel quarto trimestre il Pil è aumentato in termini congiunturali dell’1% negli Stati Uniti e dello 0,1% in Germania, mentre è diminuito dell’1,3% in Francia. In termini tendenziali, si è registrata una riduzione del 2,4% negli Stati Uniti, del 3,9% in Germania e del 5% in Francia. Nel complesso, riporta Askanews, il Pil dei paesi dell’area euro è diminuito dello 0,6% rispetto al trimestre precedente, e del 5% nel confronto con il quarto trimestre del 2019.

L’emergenza sanitaria ha avuto un forte impatto anche sul settore immobiliare. Se da una parte il mercato è risultato frenato, con un calo di compravendite soprattutto nelle grandi città, dall’altro lo stesso mercato ha visto un cambiamento nelle scelte di acquisto sul tipo di abitazione e soprattutto su dove decidere acquistare. Da un lato quindi, grazie allo smart working, la scelta si orienta verso case più grandi, con giardini e terrazze, dove si possa vivere e lavorare, e non solo pernottare, dall’altro è cresciuta la percentuale di persone che hanno comprato nell’hinterland e in altre province. Cresce poi il desiderio di case di lusso, o palazzi d’epoca, come ad esempio quelli sul Canal Grande di Venezia, dove, nonostante il Covid-19 il mercato immobiliare è più vivace del solito, anche per la presenza di una clientela internazionale di alto livello.

Si compra di più nell’hinterland. Ma ad alti livelli il trend è ancora più significativo

Di fatto, la percentuale di chi comprato nell’hinterland o fuori città nel 2020 è salita del 44,6%, mentre nel terzo trimestre del 2019 si fermava al 38,2%. Un fenomeno ancora più evidente a Roma, dove si passa dal 14,25 all’attuale 32,6%. Ma se questa è la situazione a livello medio, ad alti livelli il trend è ancora più significativo. Sono emblematici i fenomeni americani di Aristocrat o di Vivos, bunker di gran lusso da 8 milioni di dollari a unità, oppure di Soneva Fushi, il resort di super lusso delle Maldive, completo fino a marzo perché affollato da abbienti smart workers che hanno scelto di lavorare da un atollo dell’arcipelago.

A Venezia il mercato immobiliare è più vivace del solito

In Italia i “ghetti di lusso” storici non mancano, un caso è Venezia “dove il mercato immobiliare, nonostante il Covid e il consueto calo invernale, è più vivace del solito, grazie a una clientela internazionale di alto livello che considera Venezia sempre più un’alternativa di stile di vita positiva rispetto alle città che hanno sempre desiderato”, spiega Anne Marie Doyle di Venice Sotheby’s International Realty. Venezia infatti è un luogo che si può raggiungere facilmente “per trascorrervi lunghi periodi di tempo libero, o per continuare a lavorare da casa – continua Anne Marie Doyle -. Ma rappresenta soprattutto il culmine di un sogno in cui o si possiede la proprietà di quel palazzo che si è sempre voluto, e si contribuisce alla conservazione della cultura e della storia, oppure no”.

Palazzi sul Canal Grande, Dorso Duro, San Marco e San Polo

La clientela di Venice Sotheby’s Realty è principalmente europea, composta soprattutto da francesi, inglesi, svizzeri, e austriaci. Non mancano però clienti americani, o provenienti perfino da Australia o da Hong Kong. Ma cosa cercano nella laguna i ricchi clienti di Venice Sotheby’s Realty? Cercano appunto gli storici palazzi sul Canal Grande, o a Dorso Duro, oppure a San Marco, ma ‘si accontentano’ anche di San Polo, riporta Italpress.

I tempi dello shopping compulsivo, narcisistico e consolatorio degli anni 2000 sono finiti da un pezzo. Le vendite online hanno rivoluzionato le modalità di acquisto, ma l’evoluzione delle coscienze di questi ultimi dieci mesi ha fatto anche di più, e lo shopping è diventato più responsabile. Questo è il parere degli analisti di Mintel nel Global Consumer Trends 2021, che anticipa le tendenze per i comportamenti di acquisto e il relativo impatto su mercati, brand e consumatori stessi.

“Cosa vogliono i consumatori, alla luce dell’imprevisto della pandemia che stanno vivendo? – si chiede Simon Moriarty, direttore di Mintel Trends, EMEA -. Le previsioni si adattano al momento storico che ci rende consumatori più fluidi, più adattivi e reattivi al cambiamento. Registriamo mutamenti sottili ma profondi nel pensiero dei consumatori e nelle risposte delle imprese”.

Nelle nuove priorità vince l’essenziale 

La ricerca del benessere si è acuita sotto la spinta della pandemia, ma attraverso processi nuovi che fanno i conti con un nuovo un senso di incertezza. E tra le nuove priorità ora vince l’essenziale: sul fronte dei consumi stiamo quindi facendo un passo indietro, abbracciando una mentalità di ‘scarsità’ che condurrà a monitorare più da vicino le spese evitando consumi eccessivi.

“I marchi – aggiungono gli analisti – dovrebbero sfruttare questa opportunità per diventare agenti di cambiamento positivo e per dimostrare di offrire un buon valore e risultati tangibili”.

Lo shopping si mescola con i principi etici

“Cresce la mentalità collettiva e l’interesse verso la comunità, anche nelle culture tradizionalmente individualistiche. Il sostegno e la difesa reciproci ora rientra nei comportamenti dei consumatori”, spiegano gli analisti. Comunità e appartenenza sono e saranno sempre più fondamentali per combattere la solitudine, e in questo vinceranno i brand in grado di celebrare il nuovo senso di comunità. Lo shopping si mescola quindi con i principi etici, e saranno premianti la dichiarazione dei comportamenti intrapresi in tutta la filiera produttiva, le scelte per la difesa dei lavoratori e dell’ambiente, e le sfide della sostenibilità. Insomma, si esige più trasparenza dai marchi, e il supporto delle comunità produttive rientrano fra le priorità dei consumatori. 

Vite virtuali e nuovi dilemmi digitali

Se già stiamo usando la tecnologia, nel 2021 lo faremo ancora di più, ad esempio pagando anche il caffè al bar con la carta di credito. E nonostante usiamo lo smartphone tutto il giorno abbiamo sempre più dubbi sull’uso dei device. La chiarezza e la garanzia di tutela dei dati sensibili sarà quindi la chiave del successo dei brand. “Il ruolo che l’intrattenimento digitale gioca nel promuovere la positività e connettere le persone è di particolare importanza – affermano gli autori. – La popolarità in rapida crescita dei giochi e degli eSport offre nuove opportunità per i brand di più campi, tramite collaborazioni per creare oggetti di gioco collezionabili, creando i propri giochi o abbinando prodotti da abbinare alle sessioni di gioco.”

Come sta andando il comparto immobiliare italiano dopo lo tsunami del coronavirus? Il terzo trimestre del 2020 si è chiuso in positivo, però le prospettive per il breve e medio periodo sono decisamente meno ottimistiche. A delineare gli scenari è l’indagine congiunturale Bankitalia condotta presso 1.490 agenti immobiliari dal 4 novembre al 9 dicembre 2020. Più nel dettaglio, la quota di agenzie che hanno venduto almeno un immobile nel terzo trimestre è risalita su valori in linea con quelli precedenti lo scoppio dell’epidemia di Covid-19; il saldo percentuale negativo fra la quota di coloro che riportano una flessione e un incremento dei prezzi è rimasto stabile rispetto alla precedente rilevazione. I giudizi sulle condizioni della domanda sono migliorati, così come quelli sull’andamento dei nuovi incarichi a vendere; i tempi di vendita e lo sconto medio sul prezzo richiesto dal venditore sono rimasti stabili.

Cambia la tipologia di immobili richiesti

Si conferma l’indicazione secondo cui, dopo lo scoppio della pandemia, sarebbe aumentata la dimensione media delle abitazioni oggetto di compravendita, così come la quota di transazioni riguardanti unità abitative indipendenti e quella relativa ad alloggi con disponibilità di spazi esterni. Al contempo, secondo quasi il 40% degli agenti il prezzo medio totale delle case scambiate da aprile in poi sarebbe più basso rispetto a un anno prima, contro l’8,1% che ritiene sia stato più alto. Nel confronto con i mesi precedenti l’epidemia, sarebbe inoltre aumentata la quota di coloro che hanno urgenza di entrare in possesso dell’alloggio, soprattutto al Nord. La quota di compravendite finanziate con mutuo ipotecario è scesa al 71,5%, su valori analoghi a quelli della fine del 2019. Stabile, infine, il rapporto fra l’entità del prestito e il valore dell’immobile al 77%.

Prospettive in chiaroscuro

Sempre in base all’indagine, gli agenti immobiliari intervistati hanno fatto prospettive più cupe sul prossimo futuro. Le previsioni sul proprio mercato di riferimento sono decisamente peggiorate rispetto alla precedente rilevazione, sia per il quarto trimestre sia nel medio termine; anche le attese sul mercato nazionale sono divenute più sfavorevoli. La maggior parte degli agenti prevede effetti negativi dell’epidemia sulla domanda di abitazioni e sui prezzi di vendita; gli effetti sui prezzi sarebbero più persistenti e si protrarrebbero oltre la metà del 2021. Il 46,7% degli operatori ha aspettative sfavorevoli per il quarto trimestre (contro appena il 4,7 di favorevoli) e per circa un terzo di essi le prospettive rimangono negative anche su un orizzonte biennale. Il saldo fra la quota di agenzie che prevede un aumento dei nuovi incarichi a vendere nel trimestre in corso e la percentuale di coloro che se ne attendono una riduzione è divenuto negativo (-26 punti percentuali). Anche le attese sull’evoluzione dei prezzi di vendita rimangono decisamente orientate al ribasso: il relativo saldo è sceso a -43,6 (da -31,9 nella precedente rilevazione).

Entro la fine dell’anno sono circa 1 milione e 140 mila le ragazze tra i 15 e i 29 anni che rischiano di trovarsi nella condizione di non studiare, non lavorare e non essere inserite in alcun percorso di formazione. Un limbo in cui già oggi è intrappolata 1 ragazza su 4, con picchi che si avvicinano al 40% in Sicilia e in Calabria, ma che vede alte percentuali anche in Trentino Alto Adige, dove a fronte del 7,7% dei ragazzi Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale, le ragazze sono quasi il doppio (14,6%). Sono alcuni dati emersi da ‘Con gli occhi delle bambine’, l’undicesima edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio diffuso da Save the Children.   

Una crepa che si forma nella prima infanzia

Il gap con i coetanei maschi affonda le proprie radici proprio nell’infanzia, e non accenna a ridursi, nonostante bambine e ragazze siano più brave dei loro coetanei a scuola, si mostrino più resilienti e cooperative, abbiano competenze maggiori in lettura e in italiano, e arrivino a laurearsi molto più dei ragazzi. L’istruzione però rappresenta il principale fattore protettivo per le giovani all’ingresso nel mondo del lavoro. Una percezione che spinge a studiare fino a ottenere una laurea un terzo delle giovani, a fronte di solo un quinto dei giovani maschi, uno dei gap più ampi d’Europa.

Una segregazione orizzontale nei settori più innovativi Stem e Ict

Le bambine e le ragazze accumulano durante il loro percorso scolastico lacune nelle materie scientifiche, già ravvisabili dal secondo anno della scuola primaria, ma che crescono fino ad arrivare a uno svantaggio che sale a -10 punti Invalsi all’ultimo anno delle scuole superiori. Quando si iscrivono all’università, poche scelgono le facoltà in ambito scientifico-tecnologico (Stem), e solo il 16,5% delle giovani laureate tra i 25 e i 34 anni ha conseguito il titolo in questo settore, a fronte di una percentuale più che doppia (37%) per i maschi. Un percorso che conduce alla segregazione orizzontale nel lavoro e nelle carriere nei settori più innovativi (Stem e Ict).

Ai margini di ogni progetto per il futuro

Perfino nel mondo accademico i divari di genere sono ancora forti. Se nel 2018 le donne rappresentavano il 55,4% degli iscritti ai corsi di laurea, il 57,1% dei laureati, e il 50,5% dei dottori di ricerca, pur essendo in maggioranza nei percorsi di formazione universitaria restano le Cenerentole nella carriera accademica, fin quasi a scomparire ai vertici. Nel mondo del lavoro, poi, le persistenti forme di discriminazione verso le donne fanno deragliare le prospettive di molte ragazze determinando un gap ancora significativo nelle percentuali di Neet tra i generi, che vedono più ragazze ai margini di ogni progetto per il loro futuro. In Italia, le giovani in questa condizione sono il 24,3%, contro il 20,2% dei maschi.

Secondo i dati provvisori Istat a settembre il numero di occupati in Italia risulta sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente, confermando la flessione dei disoccupati registrata ad agosto e il calo degli inattivi. La sostanziale stabilità dell’occupazione (+6mila unità) è sintesi fra l’aumento osservato tra le donne, i dipendenti a tempo indeterminato e gli over50, e la diminuzione tra gli indipendenti e i 25-34enni. Nel complesso, quindi, il tasso di occupazione a settembre sale al 58,2%, lo 0,1% in più rispetto al mese precedente.

Il tasso di inattività resta invariato al 35,5%

La flessione del numero di persone in cerca di lavoro (-0,9%, pari a -22 mila unità) coinvolge gli uomini e gli under 50, mentre tra le donne e gli ultra 50enni si osserva una leggera crescita. Il tasso di disoccupazione scende poi al 9,6% (-0,1 punti) e tra i giovani al 29,7% (-1,7 punti).

Anche il numero di inattivi risulta in lieve diminuzione (-0,1%, pari a -15 mila unità): tale andamento è frutto del calo tra le donne e gli over35, non completamente compensato dall’aumento osservato tra gli uomini e gli under35.

Il tasso di inattività resta invariato al 35,5%.

Terzo trimestre 2020, +113 mila occupati

Nel terzo trimestre 2020 il livello di occupazione è superiore dello 0,5% a quello del trimestre precedente, registrando un aumento di +113 mila unità.

Nel trimestre crescono però anche le persone in cerca di occupazione (+18,1%, pari a +379 mila) e calano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-3,7% pari a -521mila unità). Le ripetute flessioni congiunturali registrate tra marzo e giugno 2020 hanno fatto sì che, anche nel mese di settembre 2020, l’occupazione continui a essere più bassa di quella registrata nello stesso mese del 2019 (-1,7% pari a -387mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne di qualsiasi età, dipendenti (-281mila) e autonomi (-107mila), con l’unica eccezione degli over50, tra i quali gli occupati crescono di 194mila unità, soprattutto per effetto della componente demografica.

In un anno il tasso di occupazione scende dello 0,9%

A settembre 2020 le ore pro capite effettivamente lavorate, calcolate sul complesso degli occupati, sono pari a 34,8, un livello di 0,7 ore inferiore a quello registrato a settembre 2019, e la differenza si riduce a 0,4 ore per i dipendenti. In un anno però il tasso di occupazione scende di 0,9 punti percentuali, anche se nell’arco dei dodici mesi diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-2,3%, pari a -59mila unità), e aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+2,5%, pari a +333 mila).